No global e nonviolenza

Carlo Baviera

ngAd Amburgo per il G20 abbiamo assistito, ad inizio luglio, al solito spettacolo di chi in nome dell’antiglobalismo manifesta contro i Capi di Stato e di Governo e alle politiche da loro sostenute per il futuro dell’umanità.

Solito cliché. Sfilate, proteste, lanci di oggetti contundenti se non di molotov, cariche della Polizia, arresti, proteste per gli arresti, e così via.

Sappiamo però che nulla o poco cambia. Le solite politiche, le solite enfasi quando si raggiungono intese, qualche volto scuro quando ci sono rotture, e la delusione solita in chi contesta il capitalismo, il mercato, la finanza.

In queste occasioni penso sempre se non esistono alternative a tutto questo; e forse, purtroppo, non esistono. Ci sono alternative allo scendere in piazza, al manifestare, a gridare le proprie ricette o per rigettare quelle di fatto <imposte> dai grandi? Quale altra possibilità è data a coloro che vogliono proporre altre ricette?

E’ qui che mi è tornato in mente il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2017: facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita. [..]chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali. Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.”. L’alternativa alle proteste e ai disordini di piazza è la nonviolenza; ma questa è richiesta anche agli stati, ai governanti. Tant’è che il Messaggio di quest’anno si intitola appunto: La nonviolenza, stile di una politica per la pace.

Torniamo, però, un attimo ai motivi che portano le persone e le organizzazioni in piazza, in tante parti del mondo, e in particolare durante incontri fra Capi di Stato e di Governo, o vertici economici. E’ interessante leggere quanto scriveva José M. Castillo nel gennaio 2016: il rapporto dell’Oxfam che ha per titolo “Un’economia al servizio dell’1%”. Questo significa che l’economia mondiale si sta gestendo in maniera tale che si è trasformata nel sistema economico, politico e giuridico più violento e canaglia che abbia conosciuto la storia della umanità. Nel mondo non ci sono mai stati tiranni, dittatori dotati di un potere simile e dal cui comportamento sono derivate conseguenze così distruttive a livello mondiale. [..]Non denuncio la perversione morale dei più ricchi e dei loro collaboratori. Denuncio la perversione del sistema. E denuncio, quindi, quanti desiderano che questo sistema funzioni meglio. Perché questo equivale a desiderare che aumentino la disuguaglianza, la sofferenza e la devastazione.” 

Inoltre è fondamentale capire questa degenerazione/perversione del sistema attraverso le parole di  George Monbiot (Guardian 15 aprile 2016): Il neoliberalismo è diventato così pervasivo che ormai raramente lo consideriamo come una ideologia. Sembriamo accettare la tesi che questa utopica fede millenaria rappresenti una forza neutrale; una sorta di legge biologica, come la teoria dell’evoluzione di Darwin. Ma la filosofia è nata come un tentativo consapevole di trasformare la vita umana e spostare il luogo del potere. Il neoliberalismo vede la competizione come la caratteristica che definisce le relazioni umane. Ridefinisce i cittadini in quanto consumatori, le cui scelte democratiche sono meglio esercitate con l’acquisto e la vendita, un processo che premia il merito e punisce l’inefficienza. Essa sostiene che “il mercato” offre dei vantaggi che non potrebbero mai essere offerti dalla pianificazione dell’economia.

I tentativi di limitare la concorrenza sono trattati come ostili alla libertà. Pressione fiscale e regolamentazione dovrebbero essere ridotte al minimo, i servizi pubblici dovrebbero essere privatizzati. L’organizzazione del lavoro e la contrattazione collettiva da parte dei sindacati sono considerate come distorsioni del mercato, che impediscono lo stabilirsi di una naturale gerarchia di vincitori e vinti. La disuguaglianza è ridefinita come virtuosa: un premio per i migliori e un generatore di ricchezza che viene redistribuita verso il basso per arricchire tutti. Gli sforzi per creare una società più equa sono sia controproducenti che moralmente condannabili. Il mercato fa sì che ognuno ottenga ciò che merita.

Noi interiorizziamo e diffondiamo questo credo. I ricchi si autoconvincono di aver acquisito la loro ricchezza attraverso il merito, ignorando i vantaggi – come l’istruzione, l’eredità e la classe sociale d’appartenenza – che possono averli aiutati ad assicurarsela. I poveri cominciano a incolpare se stessi per i propri fallimenti, anche quando possono fare poco per cambiare la situazione”.

L’articolo continua descrivendo i passaggi che i neoliberisti (da Ludwig von Mises e Friedrich Hayek, per arrivare fino a Milton Friedman) hanno operato per preparare la sostituzione alle politiche Keynesiane quando queste sono entrate in crisi negli anni settanta. Non a caso gli ottanta hanno visto lo sviluppo del Reaganismo e del Thatcherismo.

Inoltre, è sempre Mombiot a parlare: Forse l’impatto più pericoloso del neoliberalismo non è la crisi economica che ha causato, ma la crisi politica. Come il peso dello Stato è ridotto, così è ridotta la nostra capacità di cambiare il corso delle nostre vite attraverso il voto. Invece, la teoria neoliberale afferma che le persone possono esercitare una scelta attraverso la spesa. Ma alcuni hanno più da spendere rispetto ad altri: nella democrazia del consumatore o dell’azionista, il diritto di voto non è equamente distribuito. Il risultato è una riduzione dei diritti dei meno abbienti e della classe media. Mentre i partiti di destra e della ex sinistra adottano politiche neoliberali simili, la riduzione del potere statale si traduce in una revoca dei diritti. Un gran numero di persone sono state escluse dalla politica”.

“Il trionfo del neoliberalismo riflette anche il fallimento della sinistra”, perché  “quando nel 2008 il neoliberalismo è crollato, non c’era… niente. La sinistra e il centro non hanno prodotto alcun nuovo inquadramento generale del pensiero economico per 80 anni. Proporre soluzioni keynesiane alle crisi del 21esimo secolo significa ignorare che è difficile mobilitare le persone intorno a vecchie idee e, soprattutto, non tenere in considerazione la nostra più grave emergenza: la crisi ambientale. Il keynesismo agisce stimolando la domanda dei consumatori per promuovere la crescita economica. Mentre la domanda dei consumatori e la crescita economica sono i motori della distruzione ambientale. Bisogna proporre un’alternativa coerente. Per i laburisti, i democratici e più in generale la sinistra, il compito centrale dovrebbe essere quello di sviluppare un tentativo maturo di progettare un nuovo sistema progettato su misura per le esigenze del 21esimo secolo”.

Forse a chi ha fatto della sua vita una continua occasione per mobilitarsi, scendere in piazza, e manifestare, tutto quanto detto sopra lascerà il tempo che trova e continuerà a sfoderare slogan e striscioni contro tutto e contro tutti. Bisognerà farsene una ragione.

Ma si sarà creata una svolta significativa, importante per cercare e proporre soluzioni diverse per risollevarsi da una lunga, troppo lunga, crisi economico-sociale-culturale-democratica. Perché fino ad oggi le ricette, più o meno, sono state confezionate con gli stessi prodotti. Mentre serve modificare tante cose in modo radicale, cercando, come sempre di non buttare il bambino con l’acqua sporca. In quanto è il bambino che ci deve interessare: il bambino che si chiama democrazia, partecipazione, serenità di vita, rapporti umani e sociali cordiali, possibilità di esprimersi creativamente con occasioni di lavoro, per tutti.

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One thought on “No global e nonviolenza

  1. Grazie ad Appunti Alessandrini per le frequenti note come questa, che pone il problema fondamentale di “modificare tante cose in modo radicale”.
    Il primo cambiamento attiene la scelta della risorsa più funzionale a saperci risollevare “da una lunga, troppo lunga, crisi economico-sociale-culturale-democratica”.
    Quando si capirà che questa risorsa, non solo in Italia, è costituita dal patrimonio d’arte e di storia che, facendo “storico” ogni ambiente, evidenzia l’ignorata “intrinseca musealità” di tutti i territori umnizzati, facendoli “territori storici”?
    Ma, si badi bene, questa diffusa musealità non è da lasciare in appannaggio al solo turismo: che ne è il maggior consumatore insieme a molti restauri (che rivelano il bello nascosto con materiali che accorciano la vita delle opere restaurate, perché incompatibili con i materiali originari).
    Oggi, scienza-economia-filosofia devono allearsi per costruire processi operativi che consentano la redditività culturale (senza dimenticare che senza cultura non c’è vita) delle risorse di cultura dei territori storici. Processi che la politica (il Governo nazionale-regionale-locale) deve saper trasformare in norme che facilitino l’azione di imprese di operatori culturali capaci di produrre prodotti-servizi che – anche alleati con innovati imprese di agricoltori – rendano vivibili i territori storici.
    Non è strada facile, ma urge che qualcuno cominci a disegnarla e a praticarla.
    Il disegno di questa strada spetta all’urbanistica: almeno se sarà capace di smettere di essere il motore primo del consumo dei territori storici e delle risorse d’arte e di storia che li connotano.
    Quale cultura (università, centri di ricerca, fondazioni e istituti culturali) oggi propone qualcosa nella direzione della cura-coltivazione dei territori storici?
    Eppure, un esempio esiste (almeno per chi lo voglia leggere senza preconcetti settoriali): è il “Piano Umbria”, redatto dall’ICR di Giovanni Urbani nel 1974-75; ora leggibile in
    www. istituto-mnemosyne.it
    Confido che Appunti Alessandrini continui le sue preziose provocazioni. Non solo documentando i danni delle provocazioni degli incolti.

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