Il polpettone avvelenato

Qui Alessandria  Dario Fornaro

Passano due settimane dalla conclusione del “festino elettorale” e mentre si stanno sparecchiando i tavoli compare in bella vista un robusto polpettone che i gourmet classificano subito come “pasticcio Aral”.

Polpettone e non classica “polpetta avvelenata” perché fortuna o discrezione hanno voluto che il piatto venisse servito a vicenda elettorale finita e acquisita e non durante la precedente campagna. Le polpette determinano – o possono determinare gli eventi, dipende se si addentano o no – mentre i polpettoni  raccolgono e impastano, con i gusti della polemica più accesa, le conseguenze e i seguiti pubblici di eventi già determinati secondo logiche e in ambienti non culinari. Fine della digressione sui triti di carne.

La “Questione ARAL” – che ha preso le mosse eclatanti da una vicenda giudiziaria, iniziata tre anni addietro, connessa col traffico illecito, a scala nazionale, di rifiuti urbani non-pericolosi – non configura solo un notevole “incidente di percorso” sulle strade opache  dello smaltimento rifiuti nel nostro Paese, ma rimanderebbe anche, per ora sul piano meramente politico, alla gestione avventurosa di una “società controllata” dagli Enti locali che ha goduto, nel lungo periodo, di una sorta di (informale) statuto speciale in tema di autonomia gestionale e strategie ambientali. Quasi una strana inversione di ruoli, in termini di potere reale, tra controllato e controllore, del tipo: il primo decide e il secondo ratifica.

Zona ostica, quest’ultima, da esplorare  vista la tolleranza, o distrazione, degli ambienti politici e amministrativi, vigente al di là delle visibili appartenenze di gruppo. Ciò che spiega come, per ora, i commenti si siano concentrati sulla neo-emersa e dirompente vicenda giudiziaria (nomi, funzioni, avvisi di garanzia, misure restrittive e perfino relazioni familiari) mentre resta confusamente sullo sfondo il processo di concentrazione – ad un tempo necessario nei fini e selvaggio nei mezzi – che  da qualche anno investe le aziende pubbliche di servizi energetico-ambientali, buone o meno buone, operanti sul territorio. Non si collezionano utili, almeno in prima battuta, ma sfere di competenza e quote di mercato.

La “piccola” ARAL si è trovata inevitabilmente coinvolta in questo generale tourbillon aziendale e finanziario e  questa contingenza contiene probabilmente le ragioni, o i moventi, per comportamenti che sfuggono al normale comprendonio, ma dovrebbero, o avrebbero dovuto, catturare l’attenzione degli addetti ai lavori. Gli è, infatti, che nel momento di giocarsi l’assorbimento da parte di un partner più consistente, l’ARAL (con le forze politiche sovrastanti) si è trovata ad affrontare nel 2014, dopo vari alti-e-bassi precedenti,  una sorprendente quanto grave crisi di bilancio e di liquidità (oltre due milioni di deficit  nei primi dieci mesi – La Stampa del 24.12.14 titola “ Aral sta per diventare un rifiuto da smaltire – Se non si ricapitalizza subito l’azienda va in fallimento”). Da quel momento la ricerca di “estremi rimedi” – in presenza oltretutto di un Comune alle prese col dissesto – per mantenere la società in linea di galleggiamento, è diventata pressante e avventurosa anche in funzione delle difficili ipotesi di cessione/aggregazione sulle quali (es. “Grande AMAG”) si continuava a fantasticare.

In tal senso non si è esitato, per accrescere lavoro e introiti, a promuovere da parte di ARAL, in accordo con le altre autorità territoriali competenti sui rifiuti, uno sfruttamento accelerato della discarica consortile di Solero-Quargnento (con sopralzo di tre metri del colmo previsto in origine) richiamando rifiuti dall’esterno (Genova) e pregiudicando il tempo residuo di utilizzo della discarica da parte dei comuni consorziati dell’alessandrino ( cfr. La Stampa del 14.4 – 4.5 e  21.12.16). Nel prevalente interesse di chi?

Prima conclusione. Quanti – politici e commentatori – hanno supposto che la vicenda giudiziaria dilagata nei giorni scorsi potesse restare, per così dire, “incapsulata” nel 2014 e che, su questo limitato dominio temporale potessero esercitarsi le polemiche (e contro-polemiche) del caso, potrebbero aver trascurato che se insuperabili esigenze d’altra natura giuridica dovessero portare ad aprire  il libro “ARAL e dintorni” su più vasti e trascorsi orizzonti, il quadro complessivo potrebbe caricarsi di tinte imprevedibili. Non a caso, e per finire con le citazioni, La Stampa di oggi (16.7) apre le pagine alessandrine con  un titolo degno di qualche apprensione: Nuova minaccia dal caso Aral – “A rischio i conti del Comune”.  Speruma ben!

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One thought on “Il polpettone avvelenato

  1. L’ottimo, ironico e triste, articolo di Dario Fornaro illustra bene la situazione, peraltro complessa. Vorrei, in aggiunta o meglio a lato, esprimere il mio preoccupato timore che riguarda i rifiuti trattati dall’Aral: da essi venne il guadagno. Ho letto che si tratta di mille tonnellate: che siano innocui non ci credo. Il business dei rifiuti consiste nello smaltimento dei rifiuti nocivi, che non si sa dove mettere. Di solito vengono buttati nelle discariche di notte, portandoli con camion non controllati, con documenti falsificati o inesistenti. Se non si fosse trattato di rifiuti nocivi (industriali o ospedalieri), non sarebbe stato necessario il trasporto clandestino da Napoli in Alessandria. I cittadini hanno il diritto di sapere in cosa consistevano questi rifiuti e dove siano finiti. Resta la domanda su perché la Magistratura di Alessandria non si sia mossa: l’art. 559 del C:P. prevede la procedibilità di ufficio per i reati di cui si viene a conoscenza. Eppure le benemerite reiterate e documentate denunce di Locci, dei consiglieri 5 stelle del Comune di Alessandria, dello stesso Assessore, sono cadute nel vuoto. E’ un grave ritardo culturale quello sui reati che riguardano l’ambiente: basti pensare alle assoluzioni, alle prescrizioni causate dalla durata interminabile dei processi favorita dall’accettazione dei trucchetti dilatori degli avvocati difensori, al mancato obbligo di ripristino (immutatio loci) con la bonifica, per finire con le derubricazioni : vedi, per esempio, il processo Montedison di 1° grado. Chissà perché in Italia pressoché tutti i reati che hanno distrutto il nostro habitat a vantaggio del profitto illecito, sono considerati colposi e non dolosi. Ma come è possibile? La Montedison per 35 anni seppellisce minerali cancerogeni intorno alla fabbrica, fatto denunciato da Lino Balza sulla SETTIMANA già nel 1982 (8 processi per diffamazione intentatigli dall’azienda, a scopo impunito palesemente intimidatorio, tutti da lui vinti) fino al definitivo irreversibile inquinamento delle falde acquifere dei pozzi della Fraschetta. Al processo ai dirigenti della Montedison (i maggiori colpevoli risultarono i defunti) condanne vergognosamente miti grazie alla derubricazione del reato da doloso a colposo. Nel nostro caso trasportare clandestinamente rifiuti, si presume tossici, depositarli in discarica, falsificando i documenti, sfuggendo ai labili controlli, non è una condotta dolosa? Per finire a Roma, nel Lazio, in Campania ecc. la gestione criminosa dei rifiuti nocivi era in mano alla mafia, la cosiddetta ecomafia. In Alessandria no? Ne siamo sicuri? quando ci si trova di fronte a una teoria interminabile di società, di diversa provenienza e residenza, interessate, collegate, coinvolte, spostate, separate, fuse, sminuzzate, risorte, chiuse, riaperte col nome mutato, girandole di dirigenti, le cui responsabilità diviene impossibile accertare, l’ingenuo sprovveduto, io, dice: ma sono metodi mafiosi. Appunto.

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