Poveri professori, povera nazione

Domenicale Agostino Pietrasanta

Risultati immagini per docenti mal pagati

Giovedì scorso, 13 luglio, un inserto del quotidiano di ispirazione cristiana (come vedete lo leggo anche nei particolari) dedicava una pagina intera alle miserie retributive degli insegnanti. Il particolare mi ha colpito: mentre tutti i media riportavano le lamentose espressioni dei docenti universitari che sarebbero alla fame, il foglio cattolico scopriva lo scandalo delle elemosine (poco più di mille euro al mese) erogate ai professori della primaria e secondaria dei due gradi. Nello stesso intervento veniva sottolineato che ne segue una dequalificazione degli interventi formativi della scuola; l’analisi assolutamente puntuale, per la verità, era stata proposta già alla fine degli anni sessanta dagli studi sociologici di Marzio Barbagli e Marcello Dei (soprattutto, ma non solo, “Le Vestali della classe media”) e di Santoni Rugiu (“Il professore nella scuola italiana”, rieditato nel 2011). In quelle proposte però c’era anche la preoccupante aggiunta che molto spesso la scelta dell’insegnamento risulta come conseguenza di ripiego e, forse per diplomazia, non credo per ignoranza, il quotidiano di ispirazione cristiana sorvolava sull’inquietante presa d’atto.

Si direbbe: a disastro professionale, disastro economico; meglio, il disastro economico concorre ad indurre un devastante disastro professionale.

Potrei fare punto, ma la questione, come sempre, presenta alcune complessità. Se mi limitassi ad una valutazione superficiale direi che, per la classe dirigente, anche della prima Repubblica, la scuola non ha mai costituito una priorità, in particolare non si è mai pensato alla formazione degli insegnanti con la dovuta e responsabile attenzione. L’assunzione dei docenti (e mi limito al secondo dopo/guerra) avrebbe dovuto avvalersi dei concorsi; in effetti solo una residua parte delle cattedre e degli insegnamenti venivano conferiti attraverso le selezioni indicate. Anche qui la Costituzione più bella, ma più inattuata del mondo, che prevedeva l’assoluta prescrizione delle abilitazioni, ebbe effetti strani. Un’ altissima percentuale degli insegnanti restava in condizioni di supplenza annuale per decenni e le cattedre disponibili non risultavano per i pochi “eroi” dello studio che affrontavano le prove concorsuali. Tutto serviva: si tenevano gli stipendi al minimo contrattuale per periodi di carriera talora senza soluzione di continuità, ma soprattutto si creava una condizione clientelare legata alle assicurazioni (se onorate non è il caso di dire) di uno strano rapporto: poco lavoro, poco stipendio. Vado per linee un po’ radicali, ma non mi discosto dalla sostanza.

Ad un certo punto una delle conseguenze deleterie del sessantotto. Dico subito che l’affermazione non vuol costituire una condanna globale del movimento sessantottino, dico di alcune conseguenze sulla scuola, compresa la legge del 1973 che con il suo articolo 17 (porta sfortuna!) ha nominato in ruolo, “ope legis” tutti i supplenti con una parvenza di attività abilitante e con esami dai risultati molto spesso predefiniti. Non ribattetemi, di grazia, che la legge in parola (numero 477) definiva finalmente lo stato giuridico dei docenti: lo so benissimo. Resta il fatto che quell’articolo mise in cattedra parecchi insegnanti, senza i controlli fino ad allora posti in essere dai concorsi, con coseguenze devastanti di due tipi. I molti, diventati di ruolo con preparazioni problematiche, a fronte di una scarsa cultura disciplinare, cominciarono a lanciare strani messaggi a favore della didattica, come se la didattica potesse ovviare alla competenza; altri invece (pochi), arrivati all’insegnamento attraverso selezioni rigorosisssime per titoli ed esami, reagirono a quello che consideravano un’ingiusta omologazione. L’attività docente subì una secca demotivazione, inevitabile conseguenza vuoi della scarsa competenza, vuoi delle delusioni dei “capaci e meritevoli”.

Da quel momento si susseguirono le tappe di una devastante e rovinosa caduta di quella che avrebbe dovuto essere la funzione della scuola: creare l’unità della nazione facendola partecipe della sua tradizione culturale, anche e soprattutto con adeguato sviluppo dell’elaborazione critica sui contenuti trasmessi.

Quì però si pone lo snodo storico. Tutto si lega e tutto ha una sua motivazione originaria perché, da più di un secolo, o se vogliamo, dalla formazione dello Stato unitario non è stata la cultura, e quindi non è stata la scuola a fare l’unità della nazione. Anzi la cultura ne è stata completamente assente. Prima il senso della nazione fu indotto da una tragedia immane: la prima guerra mondiale che determinò l’incontro tra varie popolazioni del Paese fino ad allora estranee e tra loro isolate; poi, dopo una disastrosa frattura democratica, da un evento epocale: l’introduzione del media televisivo. Forse il Paese si senti uno, molto più grazie a “Lascia e Raddoppia” (ovviamente tanto per citare) che non attraverso i percorsi formativi. E fu l’omologazione al ribasso populista più banale ed oggi del tutto incontrollato.

Ora, per concludere, consapevole o meno la nostra classe dirigente subì nelle sue decisioni le conseguenze di questo processo. Consapevole o meno, sentì che la formazione unitaria non dipendeva dal sistema che per definizione avrebbe dovuto assicurare la trasmissione della cultura di un popolo; e di tale sistema si interessò marginalmente. E celebriamone i risultati.

Annunci

4 thoughts on “Poveri professori, povera nazione

  1. Condivido tutta l’analisi di Agostino, anche perché l’ho vissuta in prima persona: non ero supplente bensì incaricato a tempo indeterminato, come peraltro l’80 % dei docenti in servizio in Italia nel 1971, passai in ruolo nella scuola media grazie all’articolo 17, avendo frequentato i corsi abilitanti, a Casale, peraltro faticosissimi, 5 pomeriggi la settimana di 4 ore l’uno per un intero anno. Ma ha ragione Agostino: all’esame abilitante fummo tutti promossi, compresi i fannulloni, i demotivati e gli incolti, non tanti però c’erano.
    Nel frattempo venne indetto l’ultimo concorso nazionale, il “Concorsone”, quello delle 17 mila cattedre, bando del 1974, concluso nel 1979. Vinsi la cattedra per lettere alle superiori, piazzandomi 10° per voto d’esame ( avevo pochi punti di servizio) su 60 mila concorrenti, primo in Piemonte. Anche questione di fortuna, se mi avessero chiesto “la guerra dei trent’anni” sarei caduto. Però arrivare all’orale con lo scritto eccellente aiuta, e magari anche capitare nella commissione giusta (a interrogare erano 20 commissioni). Al concorso per l’insegnamento di filosofia mi piazzai al 101° posto degli idonei.
    Riguardo alle retribuzioni, ricordo soltanto che quando Tullio De Mauro, Ministro della Pubblica Istruzione, propose un forte aumento degli stipendi dei docenti, per allinearli agli standard europei, Cofferati, segretario della CGIL, si oppose, affermando che tale aumento avrebbe scatenato la rivolta del pubblico impiego. Anche lui, come tutti, considerava gli insegnanti degli impiegati. Con tutto il rispetto, il ruolo è un altro, non più importante, certo molto diverso, Diversità che peraltro caratterizza tutti i lavoratori impegnati nel “sociale”.

  2. Ci sono alcune osservazioni degli amici, sia articolista che commentatore, che mi lasciano un po’ perplesso. Ho preso parte a vari concorsi, sia come commissario che come candidato, ma non mi sono francamente sembrati un meccanismo perfetto di selezione qualitativa. Non credo che l’art. 17 sia stato il vaso di Pandora scatenante il peggio nella scuola italiana. Nel ’63 la scuola media dell’obbligo aveva fatto registrare un enorme fabbisogno di nuovi insegnanti. In una grande città come Genova, tutti i miei compagni di corso di laurea più solleciti a concludere insegnavano già, nessuno escluso, a titolo momentaneo, già l’anno scolastico successivo. Quanti optarono per spostarsi di poco (come Elvio ad Alessandria) o di tanto (come io, ma a mia insaputa, in Bergamasca) entrarono in aula il primo giorno già a tempo indeterminato. La 477 e il relativo articolo, dopo il corso abilitante speciale, si limitarono a consolidare stabilmente la situazione, coi sindacati confederali scuola -di allora…- che finalmente riuscivano a interloquire fattivamente con l’amministrazione scolastica. Posso capire che tra gli ingegneri si potesse -o si possa- guardare con sufficienza chi conseguendo un titolo così ambito (e ambizioso, anche in termini retributivi…) accettasse di “abbassarsi” allo stipendio della scuola, ma i laureati in lettere o matematica trovavano naturale e gradito sbocco nel percorso scolastico: e oltre al voto di laurea che li immetteva nelle graduatorie, e al voto di abilitazione che gli dischiudeva l’assunzione stabilizzata, cosa avrebbero dovuto ancora fare dopo essere stati già doppiamente graduati? Non m sembra c’entri molto l’egualitarismo sessantottino, quanto il bisogno dello stato di riempire posti, nella scuola media inferiore, sull’intero territorio (in Val Seriana all’inizio degli anni Settanta ho visto presidi supplicare matricole universitarie e ragazzi al primo anno di conservatorio o belle arti di accettare supplenze anche annuali!).
    Secondo me quello del corpo docente non è il principale problema della ns scuola oggi (anche se quello retributivo sì: ma lì bisogna parlarne con Padoan, con la Fedeli, con l’ARAN (!!), e prima ancora ovviamente con Bruxelles, I principali sono l’aziendalizzazione caricaturale e darwiniana della cultura gestionale (che tutti i ministri indistintamente da D’Onofrio del Berlusconi I ’94 hanno perseguito allo stesso modo, quelli di centrosinistra più accanitamente degli altri fino al macello dell’anno scorso); la chiusura selvaggia degli istituti e delle sezioni staccate che ha deprivato il territorio; il proliferare delle “reggenze” direttive; il sovraccarico di un personale amministrativo sottodimensionato, E prima ancora, direi, la problematica identità “professionale” dello… studente medio superiore, e la problematica identità… educativa della famiglia alle sue spalle. E tanti altri paradossi: perché non si può continuare a lamentare che abbiamo una percentuale di laureati troppo bassa se poi lasciamo a spasso anche quelli. Proporrei: ripristino dell’obbligo scolastico ai soli 14 anni con rilancio della secondarietà della secondaria di primo grado; riliceizzazione dei licei che oggi somigliano a una buona vecchia media, e … riuniversitarizzazione delle università che oggi, nelle lauree triennali, somigliano a un buon vecchio liceo. O meglio ancora, se dobbiamo proprio vivere nel liberalismo competitivo spinto, e “premiare il merito”, come si dice, davvero abolizione secca, senza sì e ma, del valore legale dei titoli di studio, dato che il detenerli (anche quelli di mezzo secolo fa) ci è sembrato requisito insufficiente per l’ammissione all’insegnamento (e alle retribuzioni dell’inchiesta di “Avvenire”). Più un contro-articolo scombinato che un commento lucido: scusa Agostino, scusa Elvio…

  3. Caro Nuccio, scombinato? Non scherzare, chiarissimo, sintetico e pungente il giusto. Mi trovo d’accordo sia con Agostino sia con te. Direi che le tue considerazioni non confliggono ma affiancano e completano le nostre. Sarà l’età, ma l’intera tua analisi della situazione attuale sullo scadimento della qualità della scuola, sugli allievi succubi consumatori informatizzati, sulle famiglie inesistenti quando non ostili a vanvera, sui presidi che passano la giornata in auto per visitare le loro sedi, sui governi che hanno perseguito l’aziendalizzazione demenziale della scuola, senza peraltro sostenere l’importanza della cultura anche coi finanziamenti indispensabili, è da me condivisa: quando parlo con gli ex colleghi ancora in servizio mi dicono le stesse cose.
    Spiace aggiungere, sulla preparazione dei docenti, un’osservazione che faccio spesso: quelli provenienti dal Sud sembrano appartenere a un altro mondo, hanno una Weltanschauung furbesca di basso profilo, scarsa coscienza civica, studi approssimativi. Ma già nel 1969/70 a Roma avevo rilevato la differenza abissale di quella (un esamificio) con le nostre università: Genova, Pavia, Torino, dove si studiava sul serio. Condivido le tue perplessità sui concorsi e sulla necessità dell’immissione in ruolo generalizzata negli anni ’70. Sono le sanatorie successive, a valanga, non selettive, e anche l’appiattimento sia retributivo verso il basso sia per il mancato riconoscimento della preparazione e dell’impegno che in ogni scuola marcano l’attività dei docenti, ad aver aggiunto altri danni, in un percorso segnato dalla costante caduta verso il basso.

  4. Mi permetto una piccola aggiunta fuori tempo massimo, perché sono stato colpito dalla recente notizia data da “Tuttoscuola”, e ripresa da vari quotidiani domenica scorsa, sull’allarmante carenza di professori di matematica e di laureandi-aspiranti ad esserlo e soprattutto ad insegnare. E ancora più mi ha colpito la letterina di un lettore su “Repubblica” di ieri, che sostanzialmente diceva: bella forza, è la legge del mercato, bellezze! Pagateli di più di quelli delle altre materie, visto che l’offerta
    qui scarseggia e la domanda della materia è alta, e vedrete che arriveranno… Forse ha ragione: ho sempre pensato ai laureati in “matematica pura” (come si diceva una volta: forse era il potere consolatorio-sviante di quell’aggettivo sbiancante…) come a potenziali futuri travet della scuola tanto quanto quelli di lettere, ma probabilmente non è così. O forse il lettore si fa delle illusioni, pensando che “la ricerca” sia “attrattiva”, come si dice orrendamente adesso. Molta gente è convinta che le retribuzioni dei professori universitari siano stratosferiche. Non è così, in termini assoluti, anzi: certo che però se si ragguaglia la cifra al numero di ore lavorabili/lavorate effettivamente richieste e dimostrabili, allora è ancora una Signora bella Paga Oraria (il resto va “nella ricerca”, appunto…). Forse, al punto di non ritorno cui siamo arrivati, il problema si risolverebbe spingendo coerentemente all’estremo il liberismo deregolante in cui stiamo per esseri fatti annegare, se già non lo siamo a nostra insaputa. La “buona scuola” renziana l’aveva sfiorato timidamente, ma bisognerebbe estenderlo. Tutto azzerato: un megabudget ai dirigenti-scolastici manager, grossa cifra una tantum annua comprensiva anche del fabbisogno stipendiale di istituto, Stato finalmente fuori dalle balle, e alé: aperta la caccia ai “docenti migliori”, e vinca chi manovra meglio, esattamente come sta succedendo ogni anno, e questo di più, col mercato dei calciatori. Il fatto è che nessuna rete TV si metterebbe in gara per le… dirette delle lezioni in classe! Pazienza, suppliranno i gruppi whatsup delle mamme-giudici di gara. E ai presidi-manager incapaci di “attrarre” gli insegnanti migliori, verrà fatta saltare non la panchina ma la scrivania. Resta il problema di capire chi cosa come designerà gli insegnanti migliori (in 42 anni suonati di militanza scolastica e aborti di “valutazione” non ci sono mai riuscito). Ma elementare, Watson! Di nuovo IL MERCATO appunto (non quello delle vacche per favore, però! Anche perché a fare il mediatore per gli insegnanti il procuratore Mino Raiola non ci verrebbe, mica scemo: meglio Gigio Donnarumma, ancor che privo di diploma…)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...