Multifariam multisque modis…

Gian Piero Armano

par

E’ stato presentato due mesi or sono presso l’Associazione “Cultura e Sviluppo” in Alessandria, un docu-film dal titolo “I ribelli del Roverno” nell’ambito di una serata che invitava a conoscere e a riflettere il tema “Le scelte della Resistenza” che il prof. Bruno Maida ha sviluppato con approfondita chiarezza. L’iniziativa della conferenza e del docu-film era fnalizzata ad allargare il concetto di Resistenza, sedimentato nell’immaginario collettivo che troppo spesso ha identificato la Resistenza con l’azione armata compiuta dalla minoranza dei partigiani in possesso di un’arma o appartenenti a qualche gruppo politico particolare, a scapito della considerazione e della valorizzazione di tutti quegli italiani che parteciparono, in modi diversi ma non meno importanti, alla rivolta morale e politica che fu nel suo insieme l’esperienza resistenziale.

Nelle vicende della Benedicta, per rimanere nell’ambito di quanto è avvenuto in una parte del territorio alessandrino, operarono le formazioni partigiane “garibadine”, così chiamate per l’influsso e la spinta che ricevevano dall’ideologia del Partito Comunista, l’unico partito che era riuscito a mantenere un minimo di sussistenza organizzativa dopo che nel 1926 il fascismo sciolse e rese illegali tutti i partiti.

Ma attorno alla Benedicta, con punto di riferimento alla cascina Roverno, operò anche la formazione dei partigiani “autonomi” che non aveva formalmente collegamenti con i partiti che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale. Si trattava di una formazione che si era costituita dopo l’8 settembre 1943, composta da alcuni militari sbandati di Bosio e di Voltaggio, che aumentò di numero quando otto russi e due jugoslavi riuscirono a fuggire da un piccolo campo di detenzione controllato dai nazifascisti nei pressi di Isola del Cantone.

La banda all’inizio fu genericamente chiamata “banda di Voltaggio” diretta da un giovane tenente di complemento degli alpini, Giuseppe Merlo di Bosio, e da un soldato alpino di Voltaggio, Tommaso Merlo detto “Puni”. Il numero dei partigiani di questa banda incominciò a crescere grazie ai disertori e ai renitenti alla leva del nuovo Stato che stava consolidandosi nella zona centrosettentrionale dell’Italia, la Repubblica di Salò.

Era una formazione nella quale sovente sembrava primeggiare la struttura militare e che dal punto di vista tattico era più propensa ad una strategia difensiva, soprattutto all’inizio a causa della scarsità di armi che impediva di contrattaccare le azioni militari compiute dai nazifascisti. Con il trascorrere delle settimane la “Banda di Voltaggio” – una delle prime a formarsi in contemporanea con la banda comandata da Walter Fillak, operante nella zona di Pian Castagna e della Valle dell’Erro, e la banda comandata dal capitano degli alpini Edmondo Tosi (Ettore) che si era piazzata attorno ai Laghi della Lavagnina – sistemata sulle pendici del Monte Porale, si spostò per ragioni logistiche verso il Monte Tobbio. E qui avvennero i primi contatti con alcuni esponenti del partigianato ligure i quali, oltre che tentare di controllare organizativamente e militarmente la banda autonoma, cercarono di inquadrarla politicamente con l’intervento dei commissari politici.

Ma da subito gli autonomi rimarcarono il loro atteggiamento di indipendenza e di distacco dalle altre bande e, soprattutto, rifiutarono la presenza del commissario politico.

Dopo alcune settimane di incertezze, il gruppo degli “autonomi”, per l’incipiente inverno del 1943 molto freddo e nevoso, si sciolse: i russi e gli slavi furono provvisoriamente sistemati in alcune cascine che si trovavano più a bassa quota sulle pendici del Monte Tobbio (le cascine Cravara), in attesa di un tempo migliore. Agli inizi del 1944, la Banda di Voltaggio si ricompose e trovò sistemazione definitiva alla cascina Roverno situata tra Bosio e il Monte Tobbio.

Nei primi mesi del 1944, soprattutto nelle prime settimane di febbraio, il numero dei renitenti alla leva che si diresse alla cascina Roverno aumentò sensibilmente anche a causa dei bandi di richiamo della R.S.I. Erano giovani che provenivano da Voltaggio, Gavi, Serravalle S., dalla zona del Novese, della Val Lemme e Scrivia, molti dei quali avevano una scarsa conoscenza della vita militare e della disciplina.

La “Banda di Voltaggio” ora aveva un nome ufficiale: Brigata Autonoma Militare “Alessandria” ed era comandata da un capitano dei granatieri ormai congedato, Gian Carlo Odino “Italo”, coadiuvato da Giuseppe Merlo “Franco”, da Renato Repetto “Marcello” e da Isidoro Maria Pestarino “William”.

Si sa che il movimento di liberazione in Italia aveva diversi scopi – guerra patriottica, guerra per la libertà politica, lotta per il cambiamento sociale – perseguiti con intendimenti diversi dai vari gruppi. La Brigata Autonoma operante nella zona della Benedicta si sentiva impegnata soprattutto a liberare l’Italia dal dominio straniero e dal fascismo e, per il momento, non aveva altri intendimenti. Ecco perchè tra il gruppo degli “autonomi” e il gruppo dei “garibaldini” si creò una discrepanza di finalità che, con il passare delle settimane, rese sempre più flebile lo spirito di collaborazione e portò i due gruppi a vivere momenti di tensione molto forte.

Ai “garibaldini” premeva che, oltre alla liberazione dai tedeschi e dai fascisti, avvenisse un radicale cambiamento sociale e politico che fosse sulla lunghezza d’onda di quanto era successo nell’Unione Sovietica e ciò poteva comportare anche lo scontro della guerra civile in Italia (e i sintomi di guerra civile non mancarono nell’esperienza resistenziale).

Alla Benedicta, le due formazioni, con il beneplacito del CLN, operarono per proprio conto, quasi ignorandosi, salvo il fatto che, in caso di grave emergenza, si sarebbero aiutate.

Ma nel mese di febbraio 1944 accadde un fatto drammatico: in un’imboscata organizzata da alcuni partigiani garibaldini nella zona compresa fra il monte Tobbio e il monte Tugello, sono stati eliminati tre partigiani “autonomi”, tra cui Merlo Tommaso “Puni”, uno dei primissimi che aveva dato inizio all’attività resistenziale nella zona.

In un primo tempo si cercò di giustificare che quella azione punitiva fu compiuta in seguito ad una decisione del tribunale di guerra partigiano, in quanto i tre furono accusati di aver compiuto delle ruberie a danno dei contadini della zona.

Ma attraverso la testimonianza di chi aveva conosciuto bene “Puni” o di chi aveva collaborato con lui fin dagli inizi dell’attività resistenziale, l’accusa risulta priva di fondamento.

Inoltre, se davvero ci fu una sentenza del tribunale di guerra partigiano, la sentenza dovrebbe essere adeguatamente documentata, ma la documentazione non è mai apparsa, anzi, appena dopo fu compiuto l’agguato, sono emersi giudizi e critiche da parte “garibaldina” poco lusinghiere su quanto è stato compiuto, il che fa presupporre che la decisione di eliminare i tre “autonomi” non fu un atto di giustizia, ma un regolamento di conti a causa di ripicche, personalismi e dissapori latenti da tempo e, non ultimo, una decisione di tipo politico che non voleva la presenza degli “autonomi” operante nella zona della Benedicta.

Ma ciò che lascia ancora più perplessi è che questo “caso” fu relegato nel silenzio più assoluto, nonostante molti abbiano scritto e indagato sui fatti della Benedicta, sui personaggi più rappresentativi coinvolti: del caso “Puni” non si è mai parlato e tanto meno scritto. Perchè questo silenzio? A chi giova? Non certo alla causa della Resistenza.

Dalle ricerche fatte, dalle indagini svolte, dall’ascolto di chi ha conosciuto “Puni”, risulta un’immagine di persona molto estroversa, refrattaria ad ogni forma di imposizione, molto schietta, molto decisa nelle sue idee e nelle sue prese di posizione, che non si lasciava intimidire da nessuno, ma non quella di un ladro o di un grassatore (è significativo il suo comportamento durante il periodo del servizio militare ad Aosta tra gli alpini, che gli costò di passare tanti giorni in camera di punizione proprio per la sua refrattarietà a sottostare… o nel 1942/43, quando il fascismo era ancora imperante, mentre si trovava in libera uscita, nel bar-ritrovo degli alpini di Aosta si mise a cantare “Bandiera rossa” incurante di quello che gli poteva capitare…).

“Puni” non era un eroe e mai volle farlo, non era un ladro che sfruttava il suo essere partigiano per taglieggiare la popolazione contadina, era uno stravagante, un po’ fuori dagli schemi comportamentali normali.

Ecco perchè nel docu-film “I ribelli del Roverno” si è voluto concedere spazio a queto fatto tragico che (volutamente?) è stato accantonato in tutti questi anni.

Ma la Resistenza è stata anche questo e non la si denigra tacendo gli aspetti più controversi o gli eventuali errori commessi: sarebbe come nascondere la polvere della stanza sotto il tappeto che prima o poi riemerge.

Gli atti ufficiali che testimoniano l’appartenenza alle forze resistenziali dichiarano che “Puni” è stato considerato “martire della Libertà e della Patria. Si sostiene che il giudizio della 3^ Brigata Garibaldi fu falsato da inesatte informazioni e che pertanto la fucilazione fu dovuta ad errore” (Corpo Volontari della Libertà [CVL] – Comando militare regionale ligure del 20 giugno 1946. La documentazione si trova in ILSREC, AM, busta 20, fascisolo 12 e busta 20, fascicolo 14).

Diversi furono questi errori compiuti durante la Resistenza, comprensibili anche se non sempre giustificabili: si era all’inizio dell’esperienza resistenziale ancora imprecisa e pressapochista. Ma aspetti storici come questi non possono e non devono essere taciuti perchè la verità, la conoscenza dei fatti e anche degli errori rende ancora più dignitosa la Resistenza in quanto nel prosieguo del suo agire ha saputo raddrizzare la barra del suo comportamento ed essere una forza fondante uno Stato libero, democratico e in pace.

Le cappe di oblio, le insabbiature, il far finta di non sapere non giovano a nessuno, anzi, possono ancora essere più deleteri perchè ci riportano a quella doppiezza che tanto male e tanto disgusto ha provocato durante il fascismo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...