Criticità delle famiglie omogenitoriali

Mauro Fornaro

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Le famiglie omogenitoriali sono una realtà di fatto. Le coppie omosessuali si stimano in Italia essere l’1% di tutte le coppie. Di esse almeno una su dieci ha figli, avuti da pregresse relazioni eterosessuali o nati nell’ambito della relazione di coppia: per quanto numericamente esigue, le famiglie omogenitoriali sono però destinate a crescere a seguito del riconoscimento giuridico del matrimonio omosessuale, o di forme di unione assimilabili, in un crescente numero di Paesi occidentali. La loro diffusione consegue alla legittimazione etica dell’omosessualità avanzata dalla cultura laica e prima ancora deriva dalla sua derubricazione dall’elenco delle patologie mentali. Una volta approdati al riconoscimento giuridico della coppia omosessuale, inevitabile la richiesta di equipararne i diritti a quelli della famiglia eterosessuale. Tra questi diritti spicca la possibilità di poter crescere legalmente figli, adottati oppure generati con le nuove tecniche di fecondazione medicalmente assistita (inseminazione eterologa per la lesbica, fecondazione in vitro di ovulo di donatrice e gestazione surrogata per il gay). Sono questioni sulle quali, facile prevedere, dovrà tornare prima o poi pure il nostro legislatore, dopo la controversa espunzione della cosiddetta step child adoption.

L’attenzione critica nei confronti della omogenitorialità si è appuntata già all’apparire delle prime famiglie omosessuali, circa quarant’anni fa, sul destino della prole cresciuta entro coppie omosessuali. In secondo tempo l’attenzione è stata posta pure sulle complesse dinamiche interne alla coppia e alla famiglia omogenitoriali. E’ su questa seconda problematica che vorrei qui soffermarmi, in quanto meno esplorata, mentre vi è ormai una valanga di ricerche sullo sviluppo psico-sociale della prole cresciuta in famiglie omogenitoriali: al di là di controverse questioni metodo che hanno caratterizzato queste difficili ricerche, la stragrande maggioranza di associazioni di psicologi, psichiatri e pediatri dei Paesi occidentali ha convenuto che non vi sono evidenze che la coppia omogenitoriale di per sé – cioè in quanto omosessuale ed omogenere – sia inadatta a fungere da genitori. Il che però non significa che, a parità di ogni altra condizione, la situazione e lo sviluppo psico-sociale della prole omogenioriale siano altrettanto favorevoli quanto la situazione e lo sviluppo della prole eterogenitoriale.

Venendo dunque alle dinamiche proprie della famiglia omogenitoriale vorrei focalizzare le famiglie di prima costituzione. A dire il vero le famiglie omogenitoriali in ogni Paese sono per lo più famiglie ricomposte, cioè uno o entrambi i membri della coppia genitoriale (in stragrande parte si tratta di coppie lesbiche) provengono da una precedente relazione eterosessuale da cui hanno avuto prole. Invece straordinaria novità antropologica, e destinata a crescere, è data dalle famiglie omogenitoriali di prima costituzione, in cui cioè la prole è ottenuta con le menzionate tecniche di fecondazione assistita. Ed è proprio a seguito della necessità di ricorrere a forme di fecondazione eterologa per poter diventare genitori – l’uno “genitore biologico”, l’altro “genitore sociale” o “co-genitore” – che insorgono le criticità strutturali della famiglia omogenitoriale, cioè dovute non tanto a limiti psicologici dei singoli membri, del tutto analoghi a quelli che si riscontrano nelle famiglie eterogenitoriali, bensì dovute agli specifici caratteri della sua costituzione.

Certo, non vanno sottaciute le caratteristiche in comune e con esse le varie criticità che la famiglia omogenitoriale condivide con la famiglia “tradizionale” (eterosessuale, monogamica, nucleare, cioè padre madre e loro figli). Le si nota a partire da una straordinaria fragilità e instabilità della famiglia in generale nell’attuale società, per arrivare a un certo isolamento relazionale nell’anonimato dei nostri appartamenti urbani, e tante altre che pongono seri problemi allo stesso istituto della famiglia basata sul matrimonio. Di più, rilevo come la crescente maternalizzazione della famiglia nell’odierna società, a seguito della crisi del ruolo del padre e dell’accresciuta indipendenza psicologica ed economica delle donne, favorisca non solo la genitorialità lesbica, ma anche famiglie formate da donne single, che programmaticamente concepiscono e allevano il figlio/a fuori da una stabile relazione con un uomo.

Venendo finalmente al punto, è di rilievo notare come la famiglia omogenitoriale, quanto più si approssima ad un modello di famiglia nucleare, comporti una latente esplosività. Alludo al fatto che in essa aleggia pur sempre, rimossa o tollerata che sia, la presenza di un “terzo assente”, il genitore/la genitrice biologico/a. Questo terzo contraddice l’esclusività sia del rapporto di coppia sia dell’ “appartenenza” della prole alla coppia. Al momento della fecondazione e/o della gestazione surrogata sorgono interrogativi sulla sua identità, motivi di curiosità se non di ansia quando il terzo compare in certe fattezze fisiche e temperamentali della prole. Il rapporto col “donatore” o la “donatrice” è caratterizzato, a un estremo, come notano gli psicologi clinici, da angoscia persecutoria nella misura in cui se ne respinge ogni segno della presenza, all’altro estremo, e più raramente, dal mantenimento di qualche rapporto amichevole anche dopo la nascita della prole. Comunque la modalità con cui si vive questa presenza dipende, oltre che da come si è venuti in contatto col donatore o donatrice, dalle caratteristiche di personalità dei membri della coppia (e anche del genitore biologico, che può esser interessato o no alla propria progenie). Inoltre importanti sono le “narrazioni” che la coppia riesce a costruirsi sulla figura e sulla funzione di questo “altro”. Non meno rilevanti i problemi che esso suscita nella prole, tra evitamenti o al contrario desideri di mettersi in contatto con esso, scoraggiati o talora favoriti dalla coppia omogenitoriale.

Nelle lesbiche rispetto alle coppie gay si notano più di frequente resistenze a conoscere o, peggio, a tenere rapporti col donatore, verosimilmente per timore che il padre possa avanzare prima o poi rivendicazioni (cosa attenuata nel caso dei gay per via della prevalente dissociazione tra madre genetica e madre gestazionale), o per il modo più “viscerale” della donna, eterosessuale o lesbica, di sentire il figlio tanto desiderato come suo (mentre la madre surrogata sa fin dall’inizio che gestisce per altri), o più semplicemente per le angosce di intrusione maschile, fisica e inoltre simbolica, spesso avvertite dalle donne, specie lesbiche, quasi che la procreazione non sia che affare di donna. Più ricorrente nei gay, invece, è un atteggiamento di gratitudine verso la gestante per il peso da lei sopportato.

A rigor logico, come per altro suggerito dagli studiosi più sensibili in ambiente LGBT, i conflitti che la presente dissociazione tra coppia genitoriale e genitore biologico strutturalmente comporta in tutti i membri della famiglia omogenitoriale, trovano virtuale sbocco rivedendo il carattere nucleare ovvero di gruppo isolato della famiglia nella società odierna. Secondo i migliori auspici si tratterebbe di allargare la famiglia omogenitoriale a rapporti multilaterali, magari in qualche modo regolamentati, conferendo al terzo extra familiare ruoli paragenitoriali simili a quello di zia/o, consentendole/gli qualche relazione affettiva con la prole. L’isolata famiglia nucleare verrebbe ad aprirsi nel senso di costituire una “costellazione affettiva”; si attua così un passaggio dalla kinship, parentela in senso stretto, alla relatedness, una rete relazionale, con la conseguenza di un arricchimento della coppia e pure della prole. Il che in certo modo già accade nei casi – invero da noi piuttosto rari ma non in altri Paesi – di accordi per procreare tra una coppia lesbica e una coppia gay, tra le quali per altro già potevano vigere rapporti di amicizia. Le stesse famiglie eterosessuali ricomposte (pur sempre una minoranza, ma in significativa crescita pure in Italia) offrirebbero esempi di famiglie allargate, che dissociando coniugalità e genitorialità biologica operano una sorta di cogenitorialità – a patto che vigano rapporti non troppo conflittuali coi precedenti partner e, da parte della prole, rapporti accettabili sia col genitore biologico sia con quello sociale. Comunque l’auspicato allargamento, di quale che tipo sia, appare una virtualità piuttosto teorica: di fatto ben poche sono le famiglie omogenitoriali che cercano rapporti duraturi col genitore biologico e con la sua famiglia. E nel caso delle stesse famiglie gay, in genere meno gelose verso l’altro biologico, il rapporto con la gestante è per lo più meramente mercenario, nonostante il propagandato carattere di “dono”, limitato invero a pochi casi.

In conclusione, certo il tema della famiglia omogenitoriale va inquadrato nel più ampio contesto della famiglia nella nostra società e delle sue evidenti difficoltà; ma la dissociazione di generatività e genitorialità, propria della famiglia omogenitoriale, nell’attuale contesto socio-culturale porta a specifiche situazioni di criticità su due versanti. Per il lato interno alla famiglia, è dato assistere all’insufficienza della coppia come tale, tanto maggiore quanto più essa è “chiusa”, dacché richiama strutturalmente un terzo a essa estraneo, come sopra mostrato. Per il lato esterno, poi, forme di famiglia allargata o di famiglia plurinucleare, invocabili a soluzione della suddetta criticità, sarebbero affatto precarie, per ragioni psicologiche e sociologiche contestuali all’odierna pratica di famiglia occidentale. E dove forme alternative di famiglia sono state realizzate (comuni di vario tipo e varia ideologia, kibbutz dei pionieri ebrei della prima ora) si sono rivelate esperimenti di breve durata. Si può ribattere che la situazione della coppia omogenitoriale è simile a quella della coppia eterosessuale che sia ricorsa a qualche forma di fecondazione eterologa, e in effetti analoghi sono vari problemi e conflitti; ma condividere una situazione problematica non vuol dire superarne le specifiche difficoltà.

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