Sparare per legittima difesa

Domenicale Agostino Pietrasanta

Legittima difesa, perché non possiamo far scrivere la legge alle vittime

Possiamo tranquillamente scommettere: la norma prevista dal codice penale per la legittima difesa non andrà in porto, non avrà buon fine. I reciproci veti dimostreranno ancora una volta quanto sarebbe necessaria una riforma dell’iter legislativo di casa nostra e, nel contempo faranno fede dell’incapacità del nostro sistema rispetto a qualunque questione di riforma. Proprio ciò che piace agli investitori stranieri, e non solo, i quali continuano a spostare le attività di loro pertinenza fuori dei confini nazionali.

Preciso subito che non saprei assolutamnente dare una valutazione tecnica del testo approvato dalla Camera, anche se non capisco perché, quando ci si difende legittimamente e con rispetto della proporzione con il pericolo di offesa, lo si debba fare solo di notte. Tuttavia non è questo che mi interessa; mi interessa invece che i comportamenti più diversi del cittadino e soprattutto del cittadino in difficoltà siano, nel possibile, regolati per legge e non abbandonati all’onda della reazione emotiva.

Cerco di spiegarmi esemplificando. Ho valutato con soddisfazione la norma sull’omicidio da incidente stradale perché ha tentato di svincolare dallo scontro ideologico una questione di assoluta gravità. Troppe volte si era verificato l’incidente mortale per una colpevole incuria di vari pirati della strada; troppe volte l’irresponsabilità autorizzava (e tuttavia autorizzerebbe) diversi automobilisti del sabato notte di mettersi alla guida della loro auto incapaci di intendere e volere per eccessi di gozzoviglia. E troppe volte ne usciva la strage. A fronte di queste riprovevoli e talora mostruose vicende si invocava il reato di omocidio volontario. Ora, capisco benissimo che chi beve sa benissimo a quali conseguenze espone se stesso ed altri, tuttavia la specificità del comportamento criminoso, anche in questo caso, non può essere definito che per legge, anche in questo caso il principio “nullum crimen sine lege” deve avere una sua valenza specifica. Bene ha fatto la legge a definirne contorni e caratteristiche e meglio avrebbe fatto se, al limite ne avesse previsto come pena una sanzione non molto diversa da quella indicata per l’omicidio volontario. Le conseguenze devastanti di certi eventi, non solo per le vittime, ma anche per tante famiglie esigevano ed esigono una severità adeguata. Solo la legge può definirla.

Valutazione analoga per chi spara a legittima difesa quando viene aggredito in casa dal ladruncolo e dal rapinatore. Altra cosa è il furto, altra cosa è l’aggressione violenta, con pericolo di vita per l’aggredito. Tuttavia lasciare alla deriva delle contrapposrte ideologie le conclusioni sui possibili comportamenti difensivi; lasciare alla confusione emotiva ed alle reazioni rabbiose o alla difesa illimitata dei “diritti” anche quando diventano sopprusi non depone a favore del legislatore, il quale giustamente deve definire non sull’onda del buonismo, né su quella della vendetta, ma sul versante della garanzia per tutti.

Per questo vorrei che ne venisse fuori una norma adeguata; purtroppo saranno i veti trasversali a decidere, condizionati dalle ideologie o peggio vendette tra le diverse fazioni e, nella migliore delle ipotesi, si rimanderanno le decisioni alle prossime vittime, nella peggiore non se ne farà nulla.

Annunci

One thought on “Sparare per legittima difesa

  1. Caro Agostino, condivido il tuo appello alla Legge, come pure il tuo scetticismo sulle reali intenzioni delle forze politiche in campo. Mi preme qui ricordare la lunga odissea della legge sul reato di tortura, che invano si attende da anni dal Parlamento italiano, pur sollecitato dalla UE.
    Inevitabile il riferimento ai fatti del G8 a Genova, del 19/22 luglio 2001 (vedi l’ampio documento di Wikipedia), con i massacri alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il 7/4/2015 ha condannato l’Italia per i crimini commessi dalle forze dell’ordine e gli atti di tortura. Ricordo Berlusconi che faceva cambiare i fiori alle finestre, Fini installato in cabina di regia a guidare la repressione, il corteo bianco pacifico con gli scout, le suore, don Gallo, attaccato dalla polizia, mentre i black- bloc, con infiltrati poliziotti e fascisti per accrescere le provocazioni, venivano lasciati indisturbati a compiere atti di vandalismo contro le vetrine dei negozi, peraltro chiusi; le lungaggini dell’inchiesta penale, le false testimonianze accertate dei poliziotti, le promozioni degli ufficiali responsabili del massacro contro inermi, le prescrizioni ecc.
    Nulla di nuovo; ricordo a Roma, marzo 1969, manifestazione contro la visita di Nixon, guerra del Vietnam; la polizia sgomberò di notte la facolta di lettere occupata nella Città Universitaria; spaccarono tutto: vetri, porte, mobili, arredi, per darne la colpa agli studenti; la ragazza che dormiva nel sacco a pelo assonnata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale. Per fortuna c’erano i reporter e i giornalisti di Paese Sera, e il giudice istruttore non convalidò gli arresti e lasciò cadere il vandalismo.
    Ricordo ancora a Parigi, gli sgoccioli del maggio. Novembre 1968 (c’ero) manifestazione contro la guerra del Vietnam; ferocissima la polizia francese; azioni documentate da “Le Monde”: ragazzi buttati nella Senna e ritrovati cadaveri qualche chilometro a valle; ragazze violentate col manganello nel cellulare che le portava in questura; altri giovani sbattuti a forza contro gli alberi del boulevard Saint Germain, con fratture al volto, alle costole, alle mani. Io me la cavai perché subii, insieme ad altre centinaia di giovani, l’arresto preventivo del tutto illegale, alla stazione del metrò. Fui trattenuto pomeriggio e notte nelle celle della questura; fotografato, impronte digitali, rilasciato la mattina, senza denuncia, e lo credo. Nella cella- stranieri conobbi due coetanei portoghesi, renitenti alla leva per non andare a combattere in Angola (vedi Agostinho Neto, laureatosi in medicina in Francia, poeta della negritude, primo presidente della Repubblica Angolana dopo l’indipendenza), i quali, privi di permesso di soggiorno, temevano di essere reimpatriati. Li incontrai due giorni dopo in rue Mouffetard, mentre rubavano una mela dal banco del fruttivendolo. Grandi abbracci e gioia reciproca.
    “Avevamo vent’anni e oltre il ponte/ oltre il ponte ché in mano nemica/vedevam l’altra riva la vita/ tutto il bene del mondo oltre il ponte/tutto il male avevamo di fronte/tutto il bene avevamo nel cuore/a vent’anni la vita è oltre il ponte/oltre il fuoco comincia l’amore”: canzone di Italo Calvino del 1959, musica di Sergio Liberovici, che ricorda l’esperienza partigiana nel sanremese (“Il sentiero dei nidi di ragno”) sua e del fratello 16enne Floriano, futuro docente di geologia all’Università di Genova. D’altra parte i loro genitori erano biologi e e agronomi di fama internazionale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...