Questioni aperte (per il dei popoli serve coerenza di fede)

Carlo Baviera

papSettimane addietro avevo postato, su questo sito, alcune riflessioni sul 50° della Populorum Progressio, l’Enciclica di Paolo VI sullo sviluppo, indicato quale nuovo nome della pace.

Un amico mi ha risposto, con una mail, per dirmi la sua sostanziale condivisione, pur sottolineando che affinché il mio augurio “che non ci sia da attendere altri 50 anni per intervenire” abbia senso compiuto, ad esso mancava un aspetto essenziale. Aspetto che da parte sua espone sviluppando tre punti.

Il primo è che affrontare seriamente la questione dello sviluppo (quello economico e quello integrale della persona e dei popoli) è anche , dice lui: “questione di verità e credibilità del “Popolo di Dio”, pastori e laici; ed in questo tempo di agonia della “Chiesa tridentina” che lascia preti e laici nella più abissale ignoranza delle tematiche evangeliche (cultura religiosa e cultura civile) il problema vero è “ricominciare da capo” a partire da chi ha compiti “educativi alla fede” compito di formare il Popolo di Dio”. 

Quindi si ripropone l’impegno che doveva essere affrontato in questo decennio dalla Chiesa Italiana attraverso l’impegno educativo. “Educare alla vita buona del Vangelo” era il titolo degli Orientamenti pastorali che dovevano indirizzare ed aiutare le comunità alla passione per la trasmissione della fede, ma più in generale per una crescita integrale della persona, anche come cittadino responsabile e maturo.

Un impegno che, iniziato ancora sotto il pontificato di Benedetto XVI, si doveva ancor più concretizzare e intensificare alla luce delle sollecitazioni/provocazioni di Papa Francesco. Non a caso anche il tradizionale Convegno ecclesiale di metà decennio (quello svoltosi nel novembre 2015 a Firenze con titolo “In Gesù Cristo, il nuovo umanesimo”) è stato utilizzato del Papa per spingere il discorso su un impegno educativo incentrato sul servizio, sulla carità. Ha raccomandato a tutta al Chiesa italiana l’inclusione sociale dei poveri, l’opzione per i poveri; ha insistito sulla capacità di dialogo e di incontro nel cercare il bene comune (La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità.[..] Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare e quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà).

E ai giovani, soprattutto, ha lanciato l’invito “Non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nel’ampio dialogo sociale e politico.[..] Uscite per le strade e andate ai crocicchi”. Questo impegno alcuni (Diocesi, Parrocchie, Associazioni) lo hanno raccolto e cercano di attuarlo. Tutti lo fanno? Tutti hanno capito il messaggio? Oppure ci si attarda ancora in una serie di impegni, belli, importanti, seri, ma forse non più essenziali o prioritari? Si è ancora imbalsamati in tanti riti e in tanti impegni che appartenevano ad una pastorale per tempi diversi e non più adatti all’oggi?

Non ha forse ragione il Vicario generale di Liegi quando afferma: L’urgenza dell’evangelizzazione apre una discussione coraggiosa sulla missione. Abbiamo certo bisogno di preti. Ma per quale missione? per quali comunità? Questo interroga la Chiesa e la testimonianza dei battezzati nel mondo di oggi. Davvero dobbiamo preoccuparci della carenza di preti? Non dobbiamo forse inquietarci della comunicazione del Vangelo, nel senso letterale del termine (essere o restare senza riposo, e dunque senza tregua)?”.

Il secondo spunto suggerito dal mio amico era che “Piuttosto di preoccuparsi di <misurare il livello e la qualità degli Statisti> i credenti devono misurare il livello e la qualità di se stessi e dei propri pastori. Da li parte il problema della formazione dei laici credenti, dei catechisti, degli insegnati di religione a scuola e in parrocchia, e via di seguito. Quanti di costoro hanno letto i documenti del magistero, quelli conciliari e quant’altro? Chi doveva suggerirglielo e magari leggerli insieme non l’ha fatto? Che fare ora?”.

Domande opportune. Che anche io mi sono posto più di una volta. In tante parrocchie, e per i motivi più diversi (non è il caso di approfondire o di esprimere giudizi, ora), la catechesi degli adulti è stata abbandonata o addirittura non è mai iniziata. La formazione dei giovani si è limitata a “costruire” operatori per le attività degli oratori o per le attività liturgiche e caritative/assistenziali, senza considerare come dice don Vinicio Albanesi che Troppo a lungo la carità è stata affidata alla morale, dimenticando che la carità è una virtù teologale che non può essere ridotta alle “opere di misericordia”.

La paura di perdere i ragazzi attirati da attività delle società sportive o dai luoghi di divertimento sempre più lontani (fisicamente e ideologicamente) dalle comunità parrocchiali e dalle esperienze associative gloriose del passato, oltre che il timore per dover affrontare discussioni e confronti con opinioni socio-politiche opposte, hanno fatto sì che la formazione civile fosse accantonata, non facesse più parte delle prospettive educative. E la stessa formazione all’affettività e alla vita di coppia, o ad essere persone mature nel mondo del lavoro, è da tempo che non è tenuta in considerazione.

Non è tanto questione di leggere, come fossero riviste specialistiche, i documenti del Magistero. E’ la necessità di essere aggiornati su quanto matura a livello ecclesiale, di comprendere lo spirito delle novità, di realizzare quel <discernimento comunitario> che è richiesto dalla Chiesa conciliare, dalla Chiesa comunità, di decidere <in modo sinodale> quali priorità affrontare, con quali modalità, e con quali strumenti e tempi. Ed anche il momento di ripensare agli organismi di partecipazione: i Consigli Pastorali, sempre più inutili e poco partecipati. Vanno rigenerati e dovrebbero essergli assegnati compiti anche decisionali in alcuni settori.

L’ultimo punto  pone questa domanda: “tu affermi <Sembra invece che ogni popolo torni a guardare al proprio ombelico, ai propri problemi provinciali e limitati, non avendo il coraggio e la lungimiranza di guardare oltre il proprio naso>. Che fanno i vescovi e i parroci?”.

La questione ripropone il discorso sulla <comunità> (ecclesiale, e civile). Purtroppo viviamo in un’epoca in cui il termine non va molto di moda, non sembra attuale come anni addietro. Resta però fondamentale ricostruire comunità, se si vuole ripartire con uno spirito che non sia di competizione e di concorrenza a tutti i livelli; ritornando alla collaborazione, al dono, alla condivisione, al sostegno reciproco. E si fa sempre più urgente la necessità di crescere <laici> corresponsabili, ma non ad esclusivo servizio intraecclesiale. Quale laicato serve (è sempre servito)? Un laicato che conduca stili di vita coerenti con l’accoglienza, il dialogo, la solidarietà, la condivisione, la giustizia, la legalità, la responsabilità, la cittadinanza.

Si ripropone, quindi, l’urgenza di riprendere con decisione, e ad ogni livello, l’insegnamento sociale della Chiesa, e le modalità di diffonderlo, insegnarlo, comprenderlo, metterlo in pratica, proporlo col rispetto del metodo democratico all’intera società. Più volte i Vescovi ci hanno ricordato che l’insegnamento sociale è parte della pastorale ordinaria, è una componente non secondaria della missione e della catechesi; ma sono mancati i percorsi e i metodi di carattere generale a cui attingere, sussidi da utilizzare, ecc. come invece avviene per altre pratiche.

Per questo è mancata la messa in pratica di alcuni principi, e ancor più (salvo limitati casi, se pur rilevanti, di esperti che da anni insistono su alternative economiche e sociali) di proposte innovative in campo economico che ci portino oltre la semplice economia di mercato che consente al consumismo più sfrenato di comprarsi anche la nostra anima oltre che il corpo e la vita intera.

Per questo può anche essere vero, come sostiene don Vinicio Albanesi che “La dottrina sociale della Chiesa non aiuta. Sono affermati i principi generali (giusti) sull’economia distributiva, e recentemente su quella contributiva, ma non ha avuto la forza di suggerire vie alternative. Nella pratica di ogni giorno la stessa economia ecclesiale segue l’orientamento classico, prevalente in tutto l’occidente, del libero mercato, lasciando ai singoli (persone e istituzioni) di regolarsi secondo la propria sensibilità spirituale. Lo stesso concetto di “povertà evangelica” è rimasto legato a impegni personali, in stili di vita che non sono comunicabili, perché interpretati come “virtù eroiche”; ma se consideriamo la Caritas in Veritate (di Benedetto XVI) e ancor più la Laudato sì (di Francesco) la “rivoluzione cristiana” anche in campo economico-sociale è possibile. Purchè i credenti ripensino tutto l’impianto pastorale attuale.

Non so se si accontenterà, il mio amico – che di teologia e di pastorale ne capisce più di me – di risposte tanto generiche. Ma confesso che non saprei per ora cos’altro aggiungere. Se non che ad esempio la Diocesi di Casale Monferrato, il 17 giugno al termine di due anni di approfondimenti e confronti, concluderà un cammino che si è incentrato sulla Evangelii gaudium e sulle cinque “vie” indicate dal Convegno di Firenze (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) per definire programmi, proposte, stili, linguaggi di “conversione pastorale”. E’ un’occasione, anche di ripartenza. Se sarà una vera conversione lo giudicheremo col passare del tempo.

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