Il dibattito di “Appunti Alessandrini” sulla frantumazione della sinistra riformista. L’impraticata convivenza

Agostino Pietrasanta

pdLa questione è stata introdotta da Mauro Fornaro in dialogo con Franco Livorsi, i quali hanno individuato con rara lucidità i capitoli di un percorso positivo, approdato a tappe di fallimento, non solo del governo Renzi, ma anche del tentativo di convergenza virtuosa delle forze riformiste della nazione. Questo ha avviato un’analisi stringata quanto esaustiva, sulle prospettive storiche e valoriali delle ragioni di una mancata occasione di svolta nella politica dell’Italia contemporanea; analisi dovuta ai contributi di Patrizia Nosengo, di Carlo Baviera, di Giuseppe Rinaldi ed ancora di Franco Livorsi.

Va precisato che la qualità cospicua delle analisi e le diverse quanto numerose domande proposte non permettono una facile sintesi alla quale non sarei certo nelle disponibilità e tanto meno capacità; mi limiterò ad alcune valutazioni che terranno presente il quadro che emerge dall’interessante dibattito proposto, sia pure a titolo di chiusura. Questo ovviamente senza voler stoppare ulteriori contributi che dovessero pervenire.

Provo ad enucleare su quattro punti i percorsi intervenuti ed, a mio sommesso avviso, i contestuali fallimenti dei medesimi: fallimenti che non hanno permesso al riformismo democratico italiano di porre in essere una rappresentanza ed una risposta sufficientemente organiche della domada popolare.

Intanto il mancato approdo delle possibili convergenze tra solidarismo socialista e solidarismo cristiano (se non corressi il rischio di essere frainteso, direi solidarismo cattolico); secondo, la contestuale o mancata maturazione di una democrazia, fondata non prioritariamente sul consenso, ma sulla legittima dialettica, fisiologicamente riconosciuta tra le parti, sui progetti e sui programmi in reciproca alternativa. Terzo, la mancata realizzazione dello spirito costituzionale, in parte implicito ed altra volta esplicito nella Carta, sul rapporto che si potrebbe instaurare tra promozione del merito e rispetto non solo delle diversità, ma anche dei presupposti delle pari oppoirtunità per un processo di crescita sociale di tutti. Aggiungerei, come quarto punto, il fallimento devastante della prospettiva europea che, magari non senza contraddizioni, è tuttavia propria delle due tradizioni, le quali stanno vivendo (e purtroppo) la classica occasione storica mancata. Tutto questo ovviamento senza pretendere di essere esaustivo e neppure convincente.

Ci sono stati dei passaggi storici in cui pareva che l’incontro tra il solidarismo del cattolicesimo democratico e del riformismo socialista avrebbe potuto realizzarsi. Certamente i lavori della Costituente costiturono uno di questi passaggi, nonostante alcune ben note battute d’arresto; di quest’ultime,la più rilevante fu la fine del cosiddetto tripartito, quando De Gasperi, nel maggio del 1947, per ragioni di contesto internazionale e nazionale, escluse i partiti di sinistra dal suo quarto gabinetto, ponendo fine in particolare alla collaborazione di governo con i progetti unitari (ma non tutti lo furono, dovrò riprendere l’argomentazione) scaturiti dalla Resistenza. Molti ritennero che si trattasse di un passaggio inevitabile, ma limitato al livello apicale delle Istituzioni. In quel frangente, Giuseppe Dossetti scrisse un editoriale su “Cronache sociali” e si chiese se ciò che era successo costituiva sul serio la “fine del tripartito” (titolo dell’articolo con tanto di punto interropgativo) e concludeva che non era più praticabile un’azione politica senza la convergente rappresentanza delle forze popolari.

Si pone qui una prima questione; quella del progetto e dei contenuti programmatici che avrebbero reso possibile l’incontro tra i due accennati solidarismi, ed era la realizzazione del dettato costituzionale, il quale indicava come fine delle istituzioni della Repubblica, la democrazia s ostanziale o progressiva, o niente di più e niente di meno della determinata formazione di condizioni concrete perché le finalità costituzionali fossero realmente realizzate. Questo era il dato ineludibile e consistente dell’incontro tra forze diverse, in confronto ed in dialettica in assemblea costituente; era il “minimo sindacale” per rispondere, in positivo, alla questione posta in essere dalla domanda di Dossetti. Egli si rese conto da subito che la finalità desiderata non si stava realizzando; ne accollò la responsabilità ai governi centristi in particolare a De Gasperi e ad alcuni suoi ministri. Nonostante avesse alcune ragioni, gli sfuggivano nel contempo parecchi passaggi obbligati, passaggi di contesto che rendevano particolarmente accidentata la realizzazione del progetto. Sta di fatto e di semplice constatazione che la democrazia nella sua concreta realizzazione rimase lettera morta e non solo per aspetti formali come le difficoltà nel dare vita ad alcune istituzioni di garanzia (vedi la vicenda della corte costituzionale su cui non conta, in questa sede soffermarsi), ma soprattutto perché nella sostanza non si crearono sufficienti ragioni di fatto per un intervento capace di costruire una Repubblica che provvedesse a rendere efficaci le dichiarazioni di principio. Resta singolare che i difensori di oggi delle parti più impegnative della Carta siano gli eredi di coloro che, benché più addentro alla politica e, a mio avviso più capaci dei loro “successori”, non riuscirono nelle realizzazioni progettate: oggi, sta alla responsabilità (?) di detti eredi la difesa della Costituzione e la relativa intangibilità e nel contempo non avvertono che il più devastante dei problemi è la mancata realizzazione dell’ideale, del progetto e dei programmi conseguenti. La Repubblica è fondata sul lavoro? Ottima intenzione, ma nel corso dei decenni finché l’economia mondiale marcava cammini di benessere, il Paese si è accontentato di inserirsi nel contesto mondiale positivo con manufatto non sottoposto alle concorrenze internazionali; una classe dirigente non particolarmente oculata rispetto alle strutture di lungo periodo, a cominciare dagli anni sessanta, si è seduta sul “miracolo economico” sulla congiuntura delle “vacche grasse”. Arrivate le varie crisi globali, arrivata la concorrenza dei paesi emergenti, la nazione ha subito e subisce i conraccolpi più devastanti e, in particolare la piaga della disoccupazione più degli altri. Difendiamo pure il principio della fondazione sul lavoro, ma rendiamoci conto che stiamo battendo l’aria! La Repubblica promuove la cultura e la ricerca? Inutile ogni commento; al posto della promozione culturale si allarga a macchia d’olio e senza freni né ragionevole soluzione di continuità, la corruzione a tutti i livelli. E per ragionamento introdotto per semplice parentesi: io non credo che gli Italiani, presi personalmente siano più corrotti di altri popoli, penso solo agli spazi lasciati dalla complessità burocratica. Se i passaggi istituzionali per la realizzazione di opere pubbliche sono dieci le possibili tentazioni corruttive sono dieci; se, come in diversi paesi capita, sono tre (si tratta evidentemente di ipotesi numeriche) le probabili tentazioni si riducono a tre. E la corruzione si mangia le risorse anche per la cultura e per eventuali vantaggi indotti dalla relativa promozione. La Repubblica riconosce e tutela i diritti della famiglia? Dal secondo dopo/guerra in poi ben pochi Stati e popoli dell’opulenza hanno realizzato in materia un vuoto tanto scandaloso quanto devastante in materia; ed al governo c’erano gli uomini che avrebbero dovuto preservare i “principi non negoziabili”. E su questi ultimi, mio malgrado, dovrò riprendere tra poco.

Vengo al secondo riferimento enunciato o al secondo accidentato percorso del processo democratico della nazione. Va premesso che la formazione dello Stato unitario è risultato dell’iniziativa di una leadership illuminata, ma del tutto elitaria, con esclusione delle masse popolari; questo non costituisce certo una dinamica esclusiva dell’Italia, ma il nostro dato proprio ed inedito è il mancato coinvolgimento delle classi subalterne nei progetti dei ceti dirigenti. In altri Stati la borghesia ha si realizzato i processi di determinazione democratica a proprio vantaggio, ma facendo leva sulla partecipazione popolare con approcci spesso convincenti. In Italia questo non è avvenuto; nel paese è mancato un 14 luglio francese e neppure un “ringraziamento” statunitense e le rappresentanze popolari non si sono espresse indipendentemente dai processi unitari, ma contro di essi. E questo va detto per l’opposizione cattolica, come per le contestazioni di larga parte della sinistra. Le due forze suddette, escluse dai progetti della nazione democratica non hanno maturato il criterio e la prassi del confronto dialettico; non ne avevano bisogno dal momento che mancava ed è mancato loro il presupposto indispensabile: una qualche presenza nei percorsi delle formazioni istituzionali. Nonostante la cospicua produzione ideale sia da parte socialista, sia da parte del popolarismo sturziano, da cui nasce il cattolicesimo democratico, mancò una contestuale e conseguente prassi di azione politica efficace. Inoltre nel momento in cui avrebbero potuto, dopo la prima guerra mondiale, rispondere con una reciproca legittimazione, ai gravi problemi socio/economici del paese e delle classi subalterne, furono stoppate dalla risposta del totalitarismo fascista. Aggiungerei, solo per cenno che ritengo fuorviante e (absit iniuria) persino un po’ patetica, l’obiezione che il fascismo godette di consenso solo perché non esistevano o non si permettevano alternative. Certo il rergime si esprimeva e sempre si espresse con le forme del totalitarismo e della coercezione, ma non ci fu nessuna resistenza popolare capace di incidere sul tessuto di una nazione finalmente riconosciuta; ma riconosciuta nella frattura delle forme e delle istituzioni democratiche, ancora del tutto imperfette.. Ed i due poli della possibile dialettica furono dispersi per circa venticinque anni. Ne derivò una ferita insanabile nell’elemento costitutivo del confronto e nella legittimazione reciproca. Certo ci fu un passaggio di grandi speranze, dalla redazione della Carta, fino agli anni sessanta, ma il limite strutturale non fu rimosso; alle prime avvisaglie di crisi morale della politica, dopo gli anni ottanta sono riemersi ed esplosi con una duplice caratterizzazione che incise prima sul fallimento dell’Ulivo ed ora del PD. Il recupero sembra se non impossibile, improbabile: la duplice motivazione sta nella natura egemonica dei rapporti politici che resiste nella sinistra e nella ripresa del clericalismo all’interno della presenza cattolica. Su quest’ultima annotazione, per guardare a casa mia, ritengo devastante il tentativo ruiniano (Camillo Ruini è fuori gioco, ma viene sostituito con più scarsa perizia da Angelo Bagnasco) di ridare una fondazione confessionale all’intervento politico. La questione dei “principi non negoziabili” rientra in questo quadro di ritorno confessionale; intanto perché i principi in quanto tali non sono negoziabili, poi perché i principi non possono essere ridotti alle questioni”eticamente sensibili”, ma soprattutto perché una mediazione culturale adeguata e la conseguentte possibile realizzazione non può che determinarsi nel “negoziato”, cioè nella dialettica. Sta di fatto che impianto egemonico e resistenze clericali hanno determinato una ferita un “vulnus” insanabile nell’impianto democratico e dunque hanno stroncato in radice la formazione di identità politiche tanto più forti quanto più disponibili alla reciproca legittimazione. Quando certi candidati si urlano addosso tra parti in contrasto ed al nemico più caro che alla prossima occasione elettorale li manderanno a casa, non fanno che interpretare, nel modo più becero la mancanza di ogni prospettica dialettica: in democrazia lo sconfitto elettoralmente non va a casa, va a ricoprire il ruolo fondamentale dell’opposizione.

Cerco di avviarmi alla conclusione accennando velocemente ai due ultimi punti proposti in introduzione. Restano di tutta evidenza i fallimenti di lungo periodo della prospettiva unitaria scaturita dalla Resistenza e nell’ultimo maturo risultato della Carta. Il tentativo di fare del movimento di liberazione un’eredità di parte è stato esiziale e causa importante delle mancate convergenze tra forze popolari. A mio avviso è successo anche per la realizzazione del dettato costituzionale circa la valorizzazione del merito. Purtroppo alcuni passaggi hanno influito negativamente perché si è confuso il merito col privilegio; è vero che stroricamente la predetta confusione ha avuto effetti non proprio irrilevanti, ma dopo le vicende dei totalitarismi si doveva cogliere l’occasione per fare della promozione del merito lo strumento capace di mettere a servizio della crescita complessiva le migliori risorse umane della nazione. Altra ragione di frattura.

Poche annotazioni sull’impatto negativo della mancata realizzazione dell’Europa. La sinistra riformista ed il cattolicesimo democratico o le componenti cristiane in politica hanno mancato un’altra occasione. Forse bisognava comprendere la lezione di De Gasperi quando sosteneva che le fonti di cultura politica delle istituzioni d’Europa erano state lucidamente proposte dalle indicazioni di principio dell’ottantanove (1789) francese. Al congresso D.C. di Venezia del 1949, egli affermò che le conquiste democratiche e della solidarietà si fondavano sullo spirito evangelico; il trinomio libertà, fraternità, uguaglianza non erano che il precipitato storico e laico di una grande ispirazione cristiana. Probabilmente chi negli scorsi decenni si incartava a chiedere l’esplicitazione costituzionale delle radici cristiane d’Europa avrebbe dovuto conoscere questo altissimo messaggio morale. Evidentemente però, nella genesi delle istituzioni europee questo messaggio non è ancora recepito e la miseria delle resistenze nazionalistiche è sotto gli occhi di tutti. Anche qui il fallimento delle culture politiche della solidarietà laica e cristiana, risulta negativamente decisivo.

Sembrerebbe d’essere ad un capolinea fatto di cadute rovinose; non sarà inutile, se non altro, tenere almeno alto il dibattiuto.

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