La lezione dell’outlet di Serravalle Scrivia

Daniele Borioli (*)

serLo scorso fine settimana, quello delle festività pasquali, è stato segnato da un evento importante per il mondo del lavoro e per i diritti dei lavoratori. Ma al tempo stesso evocativo delle più generale e complessa questione del modello di sviluppo nel quale ci troviamo immersi e degli interrogativi che esso ci pone di fronte. È successo che i dipendenti dei vari marchi presenti all’outlet Mc Arthur Glenn di Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria (il più grane outlet d’Italia e fra i più grandi in Europa), hanno deciso due giorni di sciopero, per protestare contro la decisione di tenere aperto il centro anche nella giornata di Pasqua. Si tratta di circa duemilacinquecento persone, in gran parte donne, la cui mobilitazione assume una molteplicità di valori, che vanno oltre la pur importantissima e immediata rivendicazione: il sacrosanto diritto di festeggiare la Pasqua in famiglia.

Uso non a caso l’aggettivo “sacrosanto” per affermare prima di tutto quello che ritengo essere un principio, costitutivo di un diritto (almeno per i credenti). Pur sapendo bene che si tratta di un diritto in molte situazioni e costantemente derogato. Ma un conto è parlare della deroga all’esercizio di un diritto, alle condizioni e alle regole che ad essa sovraintendono, altro conto mettere in discussione che esso esista, come pure in questi giorni taluni hanno fatto,  muovendo da considerazioni apparentemente sensate: “queste sono le condizioni del mercato oggi”; “è già tanto avere un lavoro; “anche i medici, gli infermieri, gli autisti e i ferrovieri lavorano a Pasqua”. E via di questo passo.

E tuttavia, piaccia o meno, l’agitazione dichiarata dalle organizzazioni sindacali in quel di Serravalle ha assunto anche mediaticamente un rilievo forse inatteso e ha aperto una discussione che è andata ben oltre la scala locale. Ricapitoliamo dunque i tratti essenziali di contesto.

Intanto parliamo di una realtà enorme, una sorta di “Truman Show” nel quale la pratica banale dello shopping diviene simulazione a tutti gli effetti di una passeggiata in centro. L’outlet è infatti strutturato come una cittadina virtuale, che rappresenta ed enfatizza una delle declinazioni in cui ha trovato corpo un modello di sviluppo commerciale, divenuto al tempo stesso un paradigma della modernità economica.

Centri come quello di Serravalle non si limitano a proporre offerte e occasioni di acquisto convenienti alla clientela, ma la catturano in una rete ammaliante di richiami e di sogni. Chi può partecipa alla festa in modo integrale, facendo acquisti nei negozi dei marchi più prestigiosi; chi non può si accontenta di ciò che è  alla sua portata; ma tutto avviene in uno spazio condiviso, almeno all’apparenza,  che se non annulla di certo genera la percezione di una riduzione delle distanze. Senza il fastidioso senso di esclusione che i comuni mortali provano talvolta passeggiando per le “vie del lusso” delle città italiane.

Sono circa cinque milioni all’anno i visitatori dell’outlet e dell’adiacente retail park. Una folla che accorre da ogni dove, certo in misura prevalente per fare acquisti e andarsene con borse piene e carte di credito alleggerite, ma anche (e vale soprattutto per gli “indigeni”, tra i quali chi scrive), semplicemente per trascorrere un po’ del tempo libero con i familiari, mangiare qualcosa, concedersi una bibita o un gelato, in questo ben allestito succedaneo del nucleo urbano di una città. Per realizzare tutto ciò sono stati necessari investimenti enormi, e progressivi stravolgimenti di carattere ambientale e paesaggistico, portati a termine in fasi successivi a ridosso delle belle e prestigiose colline del Gavi.

Varrebbe la pena, a proposito dell’impatto sul paesaggio e sull’ambiente, aprire una riflessione sulla sostanziale “desistenza” di gran parte del mondo ambientalista di fronte all’aggressione e alla “cementificazione” (per usare un termine caro al manierismo di taluni settori sedicenti “ecologisti”) che ha colpito quella zona. E così pure sull’indifferenza verso l’invasione da traffico, e verso la conseguente invasione di emissioni in atmosfera che l’enorme area commerciale genera con cadenza assidua. Evidentemente, l’oggetto, in sé seducente e attrattivo, si prestava di meno a quella rappresentazione a tinte fosche che bene funziona per ferrovie ad alta velocità e impianti di produzione energetica.

Tant’è. Senza grandi ostacoli, il grande parco commerciale è diventato in pochi anni una delle principali mete turistiche del Nord Ovest, ha generato molti posti di lavoro e costituisce una delle leve sulle quali le amministrazioni locali puntano per valorizzare il territorio e dare ad esso una prospettiva di sviluppo legata non solo al modello industriale, che pure tra lo stabilimento siderurgico dell’ILVA e il polo dolciario costituito da Novi Elah, Pernigotti e Campari costituisce tuttora una parte rilevantissima dell’economia locale. Insomma, come si usa dire in questi casi, e come sarebbe sciocco e autolesionistico negare, l’operazione ha nel suo insieme funzionato, nonostante le molte perplessità inziali, in gran parte smentite dai fatti. E quasi tutti gli attori locali (anche in questo caso compreso chi scrive) si sono spesi per cercare di migliorarne l’integrazione positiva con la realtà locale.

In tutti questi anni, il gigante ha continuato a crescere vistosamente e ad attrarre crescenti attenzioni, invasioni gioiose di pullman, auto, e di milioni di persone con “l’aria allegra da italiani in gita”, anche se di nazionalità estera. Questo è stato l’outlet nei suoi primi quasi vent’anni di vita: una Disneyland dello shopping, che con il suo luccichio ha lasciato sullo sfondo e messo in ombra le  problematiche  collegate alle condizioni lavorative di chi quell’enorme macchina fa funzionare: i tecnici di scena di cui mai nessuno si era occupato, così come nessuno quando va a teatro si occupa delle maschere, degli operatori dei suoni e delle luci, di coloro che muovono le quinte e le macchine della scenografia. E anche per la comunità locale, in qualche modo,  l’appagamento per la grande quantità di lavoro generato ha messo in ombra ogni riflessione sulla sua qualità .

Su questo andamento lineare, lo stato di agitazione proclamato dalle organizzazioni sindacali per il weekend pasquale ha inserito  una vera e propria rottura, suscitando discussioni e interrogativi, approvazioni e contrarietà. Anche su questo punto mi voglio dichiarare. Considero l’iniziativa sindacale assolutamente positiva, anche a prescindere dalle valutazioni o dalle sfumature di valutazione che si possono avere sulla questione della festività pasquale. Intanto perché sarebbe ingenuo pensare che in essa e soltanto in essa risieda la ragione del malcontento dei dipendenti. Nel corso dello sciopero non sono mancate le voci di coloro che hanno evidenziato più in generale le criticità della condizione di lavoro, l’assenza di servizi all’infanzia per le donne lavoratrici.

E’ emerso, insomma, un quadro ben più articolato di questioni che se da un lato collegano nella medesima condizione lavorativa una comunità di oltre duemila persone, dall’altro si applicano giuridicamente su una molteplicità di posizioni disarticolata nelle decine e decine di esercizi commerciali di cui le lavoratrici e i lavoratori sono, a piccolissimi gruppi, rispettivamente dipendenti. Tentare di costruire un’unità di intenti e una piattaforma comune in una realtà siffatta e inusuale per le normali prassi di relazione costituisce un merito indubbio, che va riconosciuto alle organizzazioni sindacali. Spesso si rimproverano i sindacati di non saper interpretare e rappresentare le nuove forme in cui si presentano i conflitti del lavoro: sarebbe davvero paradossale che li si criticasse quando invece provano a farlo.

Tutta questa vicenda, i cui esiti di natura contrattuale sono ancora complessi e difficilmente prevedibili, interroga anche da vicino il fronte riformista della politica italiana, e in esso il PD. Non solo per quanto riguarda la ricostruzione di un rapporto positivo, per quanto autonomo, con le rappresentanze del lavoro. Un rapporto destrutturato in questi anni, con esiti molto discutibili sia sul fronte politico sia su quello istituzionale. Ma anche per quanto, più in profondo, ha a che fare con la necessità di ridisegnare la mappa concreta delle situazioni (e spesso, purtroppo, delle condizioni di sfruttamento) in cui si materializzano nuove forme di conflitto nel lavoro e tra tempo di lavoro e tempo di vita.

Una forza riformista moderna non può tenersi lontano dall’affiorare di queste contraddizioni. Per la sinistra e per il riformismo democratico non è sufficiente occuparsi della pur primaria esigenza di generare lavoro. Occorre che a questo caposaldo dell’iniziativa politica si accompagni l’altro pilastro: quello del  consolidamento di un sistema di diritti ancora tutto da costruire in molte delle realtà economiche “di frontiera” cresciute soprattutto nel campo dei servizi, in particolare commerciali. E di affrontare, in questo ingaggio, le sfide che dal campo dei diritti di chi lavora, quelli canonici del salario, dei turni, dei servizi,  si allargano a un ripensamento critico di taluni aspetti del modello di sviluppo che abbiamo costruito.

Per un partito come il PD in particolare, ancora alla ricerca di una cultura politica e di un’identità nuove, ciò significa anche provare ad interrogarsi sulla radice valoriale di scelte cui la modernità ci pone di fronte. Siamo sicuri che l’attenzione dei vescovi, rimarcata in questi giorni, alla “sacralità” della domenica festiva, e della Pasqua in particolare, possa essere confinata nella ristretta definizione di un precetto rivolto solo ai credenti e, per il resto, debba essere liquidata come una sorta di arcaica ingerenza legata a modelli superati? E siamo sicuri che i richiami all’esigenza di ritrovare “tempo per la famiglia” risponda solo al riflesso condizionato di un familismo conservatore che ha nel lungo periodo condizionato e formato l’identità nazionale?

Non dovrebbe invece essere compito del PD quello di estrarre da quel nucleo di pensiero (che certo può anche in parte contenere grumi di tensione antimoderna) gli spunti utili a una differente declinazione della modernità, che può e deve interrogare tutti, laici compresi. Declinazione in cui trova posto la riflessione sulle disuguaglianze nuove, che possono pure misurarsi, per restare al caso di specie, tra quanti possono liberamente scegliere di passare il proprio tempo domenicale e festivo in famiglia all’outlet, e quanti invece hanno quel diritto negato in radice dalla loro condizione di lavoro. O ancora su un’idea della crescita che si lega, in modo quasi esclusivo, alla dinamica dei consumi e all’autorappresentazione che dal proprio livello di consumi le persone tendono a trarre circa la propria condizione sociale.

Non sono questioni astratte. Ma molto concrete specificazioni di come si manifesta oggi un denso conglomerato di contraddizioni tra gli andamenti dell’economia, degli scenari globali dello sviluppo, degli scontri e delle alleanze nella sfera del potere, dei meccanismi di formazione e distribuzione della ricchezza e la solitudine dell’uomo. E ancor di più delle donne, così protagoniste nella vicenda dell’outlet Mc Arthur Glenn di Serravalle Scrivia: “anello forte” della conciliazione tra vita e lavoro e oggi soggetto della rivendicazione di una nuova frontiera di diritti e, perché no, di una diverso paradigma di relazioni sociali.

Le questioni in gioco, evocate nella due giorni di agitazione sono molte e complesse: riguardano certo i temi classici della contrattazione, ma si allargano al tema del rapporto tra lavoro e tempo di cura familiare, di significativo, della qualificazione e della valorizzazione delle competenze e delle prestazioni e, non ultima per importanza, della costruzione di un modello di rappresentanza di diritti e interessi in quelle realtà nelle quali la massiccia presenza collettiva di lavoratori coesistenti nello stesso spazio fisico con identiche o simili mansioni fa da contrappunto alla frantumazione del rapporto di dipendenza aziendale.

Non esistono scorciatoie e soluzioni a portata di mano. Ma non può essere che  nei luoghi in cui si formano le contraddizioni delle nuove dinamiche di sviluppo, e si manifestano, magari in modo ancora parziale e poco strutturato le nuove domande di diritti e tutele, il Partito Democratico  e tutti coloro che ritengono di non poter prescindere dalla lezione di Bobbio, che vedeva nell’esistenza delle diseguaglianze la ragion d’essere della sinistra, siano assenti o silenziosi. E non può essere che venga ritenuto trascurabile, per chi vuole tracciare l’identità di un riformismo co-fondato sui valori che connotano la sensibilità e la cultura cattoliche, il messaggio di attenzione e sostegno che dalla Chiesa in questi giorni è arrivato alla lotta dei lavoratori del più grande parco commerciale d’Europa.

(*) Senatore PD

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One thought on “La lezione dell’outlet di Serravalle Scrivia

  1. Purtroppo, a cavallo tra i due millenni, abbiamo assistito ad una modificazione – scadimento a modesto parere di chi scrive – dei valori e, oltre ad avere vanificato duecento anni di conquiste nel campo del sociale mascherandosi dietro la farisaica salvaguardia della stabilità e sostenibilità economica, evidentemente, solo per alcuni, abbiamo considerato lodevole non già chi produce, ma chi consuma e chi fa compravendita, non importa se di merci reali o di pezzi di carta come fa il quanto mai immorale mondo della finanza. Non desta minor scalpore vedere tutta questa fiumana di persone a passare il tempo in questi non luoghi, financo sobbarcandosi viaggi di ore ed organizzando carovane di autobus, ancorché la ferrovia corra accanto alla struttura e sia facile, ovviamente, con oneri a carico della proprietà, realizzare una fermata per treni ordinari o speciali. Questi soggetti, se avessero ricevuto un’educazione culturale adeguata, non affollerebbero in maniera così ossessiva e compulsiva siffatti paesi artificiali di stampo fumettistico, ma occuperebbero più proficuamente il loro tempo a nutrire il loro spirito con le specialità del nostro bel Paese: Natura & Cultura.
    Se proprio si desiderasse tenere aperto sette giorni su sette, magari anche ventiquattr’ore su ventiquattro, la cosa sarebbe possibile alla sola condizione di reclutare personale a sufficienza, come già succede in Sanità, nei Trasporti od in quelle industrie che necessitano di lavorazioni a ciclo continuo. Va da sé che questo personale deve essere adeguatamente retribuito e non sfruttato all’inverosimile, e, parimenti, l’operazione va a detrimento del profitto aziendale, oggigiorno quanto mai idolatrato.

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