Affondata sulla retorica

Marco Ciani

cettoUn mio vecchio amico insegnante di storia in pensione pronunciò una volta la seguente frase «In fatto di retorica, gli italiani non sono secondi a nessuno». Penso sia una delle cose più vere che abbia mai sentito e, in questo periodo, mi torna spesso in mente.

Personalmente reputo tale giudizio talmente appropriato da ritenere che l’incipit dell’art.1 della nostra Costituzione andrebbe riproposto nel modo seguente: «L’Italia è una Repubblica democratica, (af)fondata sulla retorica». Se così fosse, avremmo una rappresentazione assai più fedele e financo sensata della realtà di quanto non avvenga a formulazione immutata. Ma possiamo anche fondarla su qualunque altra cosa, non cambierebbe nulla. Anche per questo invidio stati democratici come il Regno Unito o Israele dove una vera e propria costituzione non esiste.

Siamo così. A noi piacciono le grandi dichiarazioni, i proclami. Poco importa se i fatti non seguono alle asserzioni, anzi vanno in direzione ostinata e contraria. L’essenziale è essere ampollosi, roboanti, tromboni. Ci si crogiola nell’ipertrofia verbale, paghi della propria autoreferenzialità. E chi s’è visto s’è visto.

Un simpatico paese, non c’è che dire. Ci culliamo nelle glorie del passato. Dalla grandezza di Roma ai fasti del Rinascimento. Nell’illusione che le glorie del tempo che fu ci preservino da un avvenire poco incoraggiante.

Mi si potrebbe obiettare che sono pessimista. E che diamine, l’ottimismo – come sosteneva Tonino Guerra in un celebre spot pubblicitario – è il profumo della vita, o no? E chi non lo pensa è un gufo o un disfattista. A me invece pare di essere semplicemente una persona lucida, che cerca di leggere la realtà osservando, informandosi e studiando quel che riesce, ma sempre guardando gli effetti più che le inclinazioni ideali o gli stati d’animo. E la realtà non è molto piacevole.

Prendiamo un dato, quello della produttività del lavoro. Pochi giorni fa l’ISTAT ha certificato che il valore aggiunto per ora lavorata è sceso nel corso del 2016 dell’1,2%. Se consideriamo il ventennio che va dal 1995 al 2015, mentre la produttività media annua nazionale cresceva di uno striminzito 0,3%, l’Unione Europea faceva registrare +1,6% (e in particolare Francia +1,6%, Germania e Regno Unito +1,5%, Spagna +0,6% che rappresenta comunque il doppio del nostro paese). Ciò significa che in due decenni il differenziale di crescita tra noi ed il resto del continente, per effetto del calcolo composto degli incrementi, si attesta in media sui 30 punti percentuali.

Potremmo aggiungere altri elementi sui quali annotare un grave ritardo. Ad esempio il tasso di occupazione, che ci vede penultimi in Europa dopo la Grecia. Da noi lavorano appena 3 persone su 5, tra i 20 e i 64 anni. In Svezia, dove si registra il valore più elevato, sono 4 su 5. Se guardiamo la pressione fiscale siamo al 42,9%, secondi tra i grandi paesi solo alla Francia. Ma siamo anche gli ultimi in Europa per persone con un titolo di istruzione universitario, mentre la spesa per ricerca e sviluppo in Italia, rapportata la PIL, si colloca all’1,38% contro una media europea del 2,04%.

Potrei continuare snocciolando dati su debito pubblico, sofferenze bancarie ed altre amenità simili, ma sono certo di annoiare eccessivamente. In sintesi, non stiamo investendo sul futuro, sul lavoro, sulla prosperità. E se non recuperiamo presto l’ampolla col nostro senno, perduto da diverso tempo sulla luna, possiamo anche prepararci: ci attende infatti un avvenire di povertà.

La politica si trastulla con iperboliche ricette a base di sussidi di cittadinanza (chi paga?), ritorni alla lira o alla doppia circolazione monetaria (ignorando la Legge di Gresham), tesoretti inesistenti da creare da qui al 2032, e molto altro. A volte sembra di essere alla fiera dei mercanti di pentole, o al parcheggio dell’autogrill. Le ipotesi che vanno per la maggiore – propalate sia dalla maggioranza che dall’opposizione – appaiono talmente stravaganti da suscitare ilarità in chiunque possegga un briciolo di cervello e qualche cognizione basilare di economia. Invece vengono prese sul serio, o apaticamente subite. E potrebbero presto, dopo le prossime elezioni politiche, fare la fortuna di forze anti/sistema, in un parlamento probabilmente destinato all’ingovernabilità, stante la legge elettorale proporzionale. Quella, per intenderci, che doveva essere riformata in due settimane.

Ma noi siamo così. Un popolo di umanisti. Ci piace l’oratoria. E se i fatti non si adeguano, peggio per loro.

Se però puntassimo il dito solamente contro i soliti noti, i populisti di lotta o di governo tanto in voga da noi come nei quattro angoli del globo, commetteremmo un enorme peccato di omissione. Spesso e volentieri anche da parte di soggetti sociali e singole personalità non meno autorevoli si sentono proferire proposte che dovrebbero far accapponare la pelle ad ogni persona di buon senso. Ma non accade.

Non tutti però sono vittima del destino cinico e baro. I giovani più brillanti e coraggiosi fuggono. E ormai non solo loro. Cercano di costruirsi altrove una posizione solida perchè virtù come il merito, l’intraprendenza, lo spirito di sacrificio, che in qualunque nazione civile verrebbero premiate, qui non sono prese in considerazione. Tranne scarse eccezioni.

Dovremmo avere il coraggio di rifare pace con la realtà. Con i fatti. Con i risultati. Perché i risvegli possono essere molto bruschi e dolorosi. E la realtà – è una regola che nella vita vale sempre – prima o poi presenta il conto, che normalmente non è rateizzabile.

Mi sono chiesto il perché di questa assuefazione, per alcuni versi sbalorditiva. Credo sia da attribuire al fatto che l’inesorabile declino nel quale l’Italia sta precipitando ormai da parecchi lustri, salvo improbabili reviviscenze, procede lentamente. Non subiamo traumi improvvisi e così accade quel che ben descrive Il principio della rana bollita di Noam Chomsky: una rana immersa in una pentola d’acqua fredda sotto la quale viene acceso un fuoco leggero non percepisce la situazione, nemmeno quando la temperatura sale, cosicché finirà bollita senza reagire.

Ecco, a me sembra che questa parabola moderna descriva bene la nostra situazione attuale.

Per sfuggirvi dovremmo per prima cosa abbandonare ogni baldanzosa eloquenza e concentrarci di più sulla sostanza delle proposte, da enucleare con un sufficiente apporto di numeri e di previsioni dettagliate sulle quali si possa esercitare il discernimento. Il buon senso va supportato dalla scienza e dalla competenza. Anche facendosi soccorrere da esperti veri, penso al mondo dell’Università, ad esempio. O a professionisti qualificati. Affinché ciò che si sostiene venga sottoposto al rigoroso vaglio della effettività e della critica razionale. Il controllo, la verifica dei fatti – si badi bene – è fondamentale.

La sola buona volontà (quando c’è e non sempre avviene), quando svincolata dalla conoscenza e dal merito, tende invece a produrre le cosiddette “sparate”, di cui adesso diremo .

Proprio per l’allergia che ogni procedura così codificata suscita nelle nostre classi dirigenti, così come nella stragrande maggioranza dei comuni cittadini, ho preso ormai in uggia i termini «politico» e «politicamente», altri vocaboli strabordanti nel lessico comune e non soltanto nelle sedi dove si amministra la cosa pubblica. Questi vengono spesso utilizzati per giustificare proposte insensate o palesemente (alle orecchie delle persone normo/dotate) assurde. Oggi quando sento proferire asserzioni come «è una questione politica», anche nel mestiere che svolgo, il mio traduttore simultaneo restituisce automaticamente «è una boiata». Sovente lo è.

Dovremmo imparare a diffidare dall’ottimismo sciocco perché non basato su riscontri e dalle soluzioni comode. Quelle che sembrano ricette magiche con le quali in poco tempo risolvere problemi complessi. Ma costituiscono invece modi per ritardare le decisioni importanti, scollegarsi ancor più dalla realtà e cacciarsi in guai peggiori. Personalmente, al netto di rari e assai improbabili colpi di fortuna, mi sembra che ogni risultato importante sia frutto di programmazione, di duro lavoro, di costante applicazione e di rinunce. Non credo alle scorciatoie. Se le cose fossero facili, le farebbero tutti.

In fin dei conti quello che si vorrebbe sono più azioni e meno parole. Insegnava Alcide De Gasperi che «Politica vuol dire realizzare». Ma oggi si fatica a comprenderlo.

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