Il dibattito di “Appunti Alessandrini” sul Concordato, ultimo capitolo della Cristianità

Il punto  Agostino Pietrasanta

pioPio XI espresse la sua convinta soddisfazione per la firma dei Patti Lateranensi del febbraio 1929 con un’espressione tanto icastica quanto significativa: “Abbiamo ridato l’Italia a Dio e Dio all’Italia”. Per capire il senso della battuta di indubbio impatto comunicativo, bisogna richiamare l’ecclesiologia, al tempo ancora dominante e certamente proposta dal pontificato di papa Ratti. Mi pare opportuno trattare delle implicazioni sia per riferimento ai rapporti Stato/Chiesa, sia per la rilevanza sociale del fatto religioso, ma anche per il successivo distacco del papa dalla fiducia inizialmente riposta nello Stato totalitario; in particolare dopo il nutrito dibattito aperto da Elvio Bombonato sul problema ed i successivi interventi, in particolare di Carlo Baviera.

Va precisato, senza eccessiva riserva, che Pio XI, nei primi anni del pontificato, considerò con interesse le possibilità che gli venivano dalle strategie del regime per concludere degli accordi con il governo italiano, nella dichiarata speranza che si aprissero prospettive di una società cristianizzata. Non che non fosse consapevole delle scarse ispirazioni del fascismo circa il fatto cristiano, semplicemente riteneva che le necessità di consenso da parte di Mussolini potessero fornire le coordinate per una programmatica ed organica ecclesiologia.

Achille Ratti era convinto che il processo risorgimentale e la formazione delle Istituzioni statuali secondo logiche di laicità ed autonomia (non frattura) dall’ispirazione religiosa, fossero la causa prima della scristianizzazione dell’Italia; era convinto della deplorevole deviazione delle coscienze anche nei ceti popolari dovuta ad una politica indifferente ai valori etici. Nel contempo riteneva che gli accordi clerico/moderati, precedenti la prima guerra mondiale, non avessero sortito alcun effetto positivo. Ai suoi occhi, in quel momento, il fascismo avrebbe potuto offrirgli occasione e strumento per un intervento concordatario aperto e disponibile all’organica riproposta di una società cristiana grazie alla presenza egemone della Chiesa nella scuola, nell’associazionismo, nei corpi intermedi e nella strutturazione anche civile della famiglia. Si trattò, a mio avviso dell’ultimo progetto organico per ristabilire un regime di cristianità. Altri tentativi (compreso il devastente passaggio dell’età ruiniana a cavallo del XX e XXI) non furono che “aborti” inevitabilmente maldestri.

In verità dal punto di vista del progetto, indipendentemente da singole iniziative da parte della Chiesa, l’ecclesiologia di una presenza concordataria, con possibilità di egemonia sociale ed istituzionale, viene superata solo col Vaticano secondo; e come istanza indicativa dal discorso di apertura dell’Assise conciliare, pronunciato da Giovanni XXIII. Egli affermò che la Chiesa, lungo i secoli, aveva goduto di indubbi vantaggi da parte del potere civile, ma ciò aveva prodotto spesso gravi conseguenze negative sul piano spirituale e pastorale. Situazione di straordinario interesse per due motivi: primo, la prospettiva viene ribaltata perché mentre a lungo, ed ancora con Pio XI, il potere civile poteva costituire supporto per la cristianizzazione, con Giovanni i legami con tale potere potevano essere di danno spirituale; secondo, con un secolo di ritardo (sono più ottimista di Carlo Maria Martini che parlava dei ritardi della Chiesa nell’ordine di due secoli) si richiama implicitamente e forse inconsapevolmente il pensiero del laico Cavour che parla di una libertà della Chiesa quando quest’ultima sia sciolta da ogni tentazione di temporalismo.

In ogni caso papa Ratti avvertì da subito e forse anche prima della ratifica dei patti (luglio 1929) che lo strumento non avrebbe raggiunto il fine. Intanto il Duce assicurò i suoi irriducibili seguaci anticlericali (tra i gerarchi fascisti se ne contavano parecchi) che il regime non avrebbe mai rinunciato alla sua costitutiva ragione totalitaria non compatibile con una presenza egemone della Chiesa nella società, ma fece ben di peggio. Nel discorso alla Camera in occasione della ratifica affermò testualmente: “…Questa Religione (parlava del Cristianesimo) è nata nella Palestina, ma è diventata cattolica a Roma. Se fosse rimasta nella Palestina, molto probabilmente sarebbe stata una delle tante sette che fiorivano in quell’ambiente arroventato, come ad esempio quella degli Esseni, Zeloti o Terapeuti, e probabilmente si sarebbe spenta semza lasciare traccia di sé…” In definitiva l’universalità del messaggio cristiano per Mussolini non è altro che un sottoprodotto della romanità, non ha validità autonoma. Tra l’altro e al contrario, nel 1921 nella ricerca del consenso della Chiesa aveva affermato l’esatto contrario e cioè che l’universalità del cristianesimo impiantato nella sede romana dava lustro universale all’Italia. C’è un vera e propria inversione di prospettiva: un guanto rivoltato.

Dalla ratifica in poi i rapporti Chiesa/Stato marcarono parecchie contraddizioni, si passò da momenti di tensione soprattutto sui problemi della scuola e dell’associazionismo a momenti di accordi lasciati alle diplomazie, ma papa Ratti, a fronte delle successive dichiarazioni ascoltate, sentì sempre più pressante una condizione di sfiducia e di fallimento. Nella stessa elaborazione del suo insegnamento sociale prende distanze significative dalla struttura istituzionale dello Stato fascista anche in campo di oraganizzazione corporativa; al punto che nella “Quadragesimo Anno”(punti 92 e 95), sia pure con linguaggio prudente, rifiuta una forma corporativa funzionale al consenso politico (maggio 1931).

Tuttavia, a me pare che il dissenso più radicale coi totalitarismi maturi in Pio XI per effetto dell’antisemitismo dei regimi nazi/fascisti; purtroppo in un percorso non sempre compatibile con le convinzioni della Curia e della Segreteria di Stato, tanto che si è potuto parlare della “solitudine” del papa (Emma Fattorini, Giovanni Miccoli, quest’ultimo deceduto da pochi giorni, 28 marzo).

Sarebbe forse fuori tema trattare dei difficili rapporti tra Pio XI e buona parte degli episcopati europei, tedesco in particolare, sulla questione e sulle scelte dell’antisemitismo razziale hitleriano, nonché del diverso approccio al problema da parte di Eugenio Pacelli, almeno nei confronti col governo del Reich; tuttavia non vi sono dubbi sul convincimento maturato in papa Ratti che le coordinate del totalitarismo nazista si fondassero sulla fede indiscussa nella razza e nelle sue declinazioni di frattura nel genere umano. In altre parole, mentre la maggioranza dei cristiani e non solo cattolici pur essendo anti/razzista non collegava le due prospettive razzismo/antisemitismo, Pio XI capì che le due componenti si integravano a vicenda, erano tra loro strettamente collegate e dunque incompatibili con l’universalità del messaggio evangelico, dal momento che ferivano inevitabilmente l’unità del genere umano. Ne conseguì una semplice constatazione: i totalitarismi incompatibili con il Cristianesimo. Giova precisare: tutti i totalitarismi, dal momento che quello stalinista era abbondantemente ritenuto dalle Chiese cristiane come empio per definizione. Resta il fatto che per il papa non si poteva più distinguere tra un diverso grado di rifiuto delle forme totalitarie: il “meglio Hitler di Stalin”, per lui non era più tollerabile. Di lì nasce la stesura dell’enciclica “Humani Generis Unitas” e poco importa che nel testo non si superi mai la cultura dell’antigiudaismo che atttiene solo la distinzione/opposizione in fatto di fede e che il cammino ancora da percorrere sul versante della libertà religiosa appaia inevitabilmente molto accidentato.

La storia è nota: l’enciclica non fu mai pubblicata un po’ per resistenze curiali, ma soprattutto perché morto Pio XI prima di promulgarla, papa Pacelli sperava ancora di contribuire, attraverso rapporti diplomatici, ad evitare la guerra. L’enciclica avrebbe compromesso, a suo avviso, le residue speranze di pace. Se il governo tedesco, due anni prima (1937) aveva reagito con veemente polemica alla “Mit brennender sorge” che si era limitata a denunciare le persecuzioni alla Chiesa da parte di uno Stato totalitario, con ogni probabilità una denuncia lanciata in nome del genere umano ed una radicale condanna dell’antisemitismo avrebbero provocato una rottuta con la Germania. Pio XII voleva evitarla. Il testo del documento è oggi disponibile, ma l’enciclica di fatto, come apporto del pensiero e dell’insegnamento del magistero, non c’è.

La guerra però pose fine ad ogni illusione e lo stesso Pio XII, nel radiomessaggio natalizio del 1944 completò, al livello apicale, il difficile percorso dei cattolici verso la democrazia. Il passaggio della pronuncia è molto contenuto; conviene citarlo: “…la forma democratica di governo apparisce a molti come postulato imposto da ragione…ma tale esigenza non può avere altro significato che di mettere il cittadino in condizione di avere la propria opinione personale e di farla valere in una maniera confacente al bene comune”. Con tutte le prudenze del caso, il salto era decisivo: la democrazia non si limita più, come era avvenuto in Leone XIII (Graves de communi 1901) in una sola “Actio benefica in populum”.

La conseguenza era il cambio di prospettiva concordataria. Mentre i concordati precedenti puntavano ad una presenza egemone della Chiesa nel tessuto sociale (Italia 1929) o ad una difesa dalle prepotenze del totalitarismo (Germania 1933), ora si apriva la strada verso rapporti che avrebbero dovuto rispettare il gioco democratico. Certo la piena realizzazione della nuova ipotesi concordataria dovrà aspettare diversi decenni, ci saranno anche continue riprese e frequenti contraccolpi su cui sarebbe lunga anche una semplice e schematica elencazione, ma la via resta segnata. I Concordati del futuro saranno dettati dallo spirito della collaborazione nel rispetto delle reciproche competenze, ma soprattutto fondate sul convincimento che la libertà religiosa sia un elemento fondativo di ogni rapporto; il Concilio Vaticano II sancirà il presupposto delle conseguenti possibili collaborazioni tra Stao e Chiesa.

Se, in definitiva, qualcuno mi opponesse che in regime ed in riconoscimento delle reciproche autonomie si potrebbe anche ovviare ad ogni politica concordataria, potrei rispondere che, anche quando si consente in via di principio, si prende atto in ogni caso che i percorsi della storia hanno tempi non sempre deducibili dalle buone intenzioni.

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One thought on “Il dibattito di “Appunti Alessandrini” sul Concordato, ultimo capitolo della Cristianità

  1. Bellissimo saggio, panoramico, completo, conciso,denso di osservazioni e citazioni pertinenti, da competente storico della Chiesa quale tu sei da sempre, Direi degno del milglior Maurilio Guasco, il quale eccelle nelle biografie, ma nelle sintesi complessive gareggia con te. Del tuo saggio odierno, ammiro l’armonioso sviluppo dialettico dell’argomentazione, mai pedante, che si fa via via più viva e stringente. Al termine, viene da pensare: non si può non essere d’accordo con quanto affermi.

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