Populorum Progressio, 50 anni di fatica a capire

Carlo Baviera

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Il 26 marzo 1967 si celebrava la Pasqua. Quella data è diventata, dopo quasi ottant’anni dalla Rerum Novarum (e senza minimizzare il contributo della Quadragesimo Anno di Pio XI, dei Radiomessaggi di Pio XII di sostegno al sistema democratico, della Mater et Magistra e Pacem in terris di Giovanni XXIII), un nuovo riferimento significativo nell’insegnamento sociale della Chiesa.

Perché proprio in quel giorno di Pasqua Paolo VI emanava l’importante Lettera Enciclica <Populorum Progressio> (lo Sviluppo dei Popoli) tracciando un indirizzo per l’impegno a favore della pace proprio partendo dallo sviluppo di ogni popolo. Tant’è che Giovanni Paolo II decise di riprendere nel ventesimo anniversario dalla sua emanazione (1987) le tematiche considerate attuali del testo di Paolo VI, con un proprio documento, la Solliciduto rei Socialis; e Benedetto XVI (pur con un ritardo di due anni dovuto alla crisi finanziaria, nel 2009, ne celebrava il 40°) la riprese a sua volta per riproporre e aggiornare le tematiche per lo sviluppo del XXI secolo emerse a quarant’ anni di distanza dal testo di Montini.

L’Enciclica di Paolo VI diede una scossa al pensiero occidentale nel periodo post conciliare, riguardo alla necessità di passare da un aiuto di tipo “assistenziale” e di “beneficienza” verso i Paesi definiti in via di sviluppo (anzi allora si diceva sottosviluppati) ad uno incentrato sulla giustizia e sul riconoscimento della parità dei diritti fra i popoli.

L’insegnamento sociale della Chiesa aveva sempre sottolineato il rispetto delle persone, aveva sempre affermato la giustizia internazionale e la destinazione universale dei beni, aveva sempre ricordato la necessaria solidarietà nei confronti di chi (persona o popolo) era in condizioni di necessità e di bisogno; ma Papa Montini imprimeva al pensiero sociale cattolico un ulteriore passo in avanti. Poneva la questione non più in termini generici o all’interno delle nazioni sviluppate, ma imprimeva una visione globale sul crescente squilibrio fra le nazioni. I poveri non erano solo le persone non abbienti e prive di risorse, ma interi popoli, a volte impoveriti dalle scelte del mondo “libero e civile”. Non era una rivoluzione nel tradizionale insegnamento cattolico, ma ognuno era messo con le spalle al muro di fronte alla situazione di grave arretratezza economica e sociale di alcune nazioni, in particolare quelle definite del Terzo Mondo (America Latina, Africa, alcune aree dell’Asia); era un punto di vista nuovo, che apriva nuove frontiere all’impegno e richiedeva scelte radicali all’ <occidente>, a tutti e non solo ad ogni persona che si fosse definita credente.

La questione sociale assumeva una dimensione mondiale; e il Papa, considerando anche gli eventi internazionali che vedevano il formarsi di un consenso attorno ad alcune figure e proposte di area marxista e rivoluzionaria, e prendendo atto degli iniziali fenomeni di affermazione del protagonismo giovanile (il ’68 era dietro l’angolo) e di desiderio di partecipazione da parte delle masse, poneva anche la Chiesa all’avanguardia delle battaglie per l’affermazione della giustizia e di critica decisa al liberalismo.

Poneva in risalto l’esistenza di uno <Squilibrio crescente>, che andava colmato e corretto con decisione e generosità, sottolineando l’interdipendenza esistente tra i popoli e le aree regionali del pianeta, richiamando il possibile (e comprensibile) esplodere della collera dei poveri:  «Il superfluo dei Paesi ricchi deve servire ai Paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore dei più vicini deve essere applicata oggi alla totalità dei bisognosi del mondo. I ricchi saranno del resto i primi ad esserne avvantaggiati. Diversamente, ostinandosi nella loro avarizia, non potranno che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili».

Affermava, quasi come slogan di tutto il documento, che <Lo sviluppo è il nuovo nome della pace>. Uno sviluppo sociale ed economico, uno sviluppo di possibilità e di istruzione, uno sviluppo di mezzi sanitari produttivi e tecnologici; ma soprattutto uno sviluppo integrale dell’uomo:  Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera””.

Offriva, in questo modo, anche un nuovo modello etico-sociale (come nel XXI secolo hanno riproposto sia la Caritas in Veritate che la Laudato sì, nuovi punti di riferimento indispensabili), e poneva al centro tematiche che anche oggi evidenziano l’attualità dell’Enciclica. Addirittura c’è chi ha definito la Populorum Progressio il Documento programmatico  della missione della Chiesa nell’era della globalizzazione.

Chiudo con solo due considerazioni.

Dopo 50 anni mi pare che si fatichi ancora a capire l’urgente necessità di modificare i nostri comportamenti, quelli singoli, familiari, ma soprattutto delle nazioni, per evitare che la collera dei poveri si concretizzi con conseguenza inprevedibili e gravemente dannose per l’umanità intera. E’ un problema di giustizia: perchè oggi sappiamo che dobbiamo responsabilmente dividere le risorse fra tutti, non soltanto privarci del superfluo. Dobbiamo saper organizzare la nostra vita e il nostro sviluppo con la necessaria interdipendenza con gli altri popoli. Nessuna area geopolitica deve vivere gravando sulle spalle di altre né danneggiarne il futuro e lo sviluppo.

L’augurio è che non ci sia da attendere altri 50 anni per intervenire. Questo non è solo e tanto una questione di fede o di credenti; è LA questione che è alla base delle scelte e dei progetti su cui si deve indirizzare un Politica seria, e su cui misurare il livello e la qualità degli Statisti. L’autonomia e la laicità della politica, non possono non tenere conto delle risposte che, insieme e tenendo conto anche dell’insegnamento sociale della Chiesa, si devono adottare perché ci sia vero sviluppo e con lo sviluppo vera pace. Sembra invece che ogni popolo torni a guardare al proprio ombelico, ai propri problemi provinciali e limitati, non avendo il coraggio e la lungimiranza di guardare oltre il proprio naso.

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