I soggetti del populismo

Giuseppe Rinaldi

pop

  1. Nel linguaggio politico attuale, populismo è uno dei termini più usati. Si parla continuamente di leader populisti, partiti populisti e di pericolo populista. È singolare però che il termine sia impiegato quasi esclusivamente con un’accezione negativa. In quella che taluni considerano come l’epoca del populismo, nessuno si riconosce esplicitamente come un populista. Populisti sono sempre gli altri. Il populismo è una caratteristica che viene attribuita al nemico come uno smascheramento, un disvelamento della vera natura. Insomma, sembra proprio che sia stata aperta la caccia al populista.Nonostante si sappiano ormai molte cose sul populismo e nonostante stia crescendo velocemente la letteratura scientifica che lo riguarda, non si può dire che sulla questione ci sia un qualche accordo tra gli studiosi. È un dato di fatto che la maggior parte degli studi comparsi anche recentemente sembra limitarsi alla costatazione del fatto che il termine sia confuso, vago e polisemico.[1] Men che mai sembra che il termine sia usato nel linguaggio corrente con un significato univoco e condiviso. In quel che segue, cercheremo di svolgere – sulla scorta della letteratura corrente – un’analisi del concetto di populismo. Metteremo cioè a confronto, con tutti i limiti delle nostre forze, i contributi di diversi studiosi e cercheremo di ricavarne una definizione teorica che possa avere, senza troppa difficoltà, anche qualche risvolto operativo.
  1. Il populismo ha ormai alle spalle una storia abbastanza lunga e complessa. Il termine notoriamente deriva da una traduzione nelle lingue occidentali del russo narodničesvo. Narod in russo significa popolo e narodniki, cioè populisti furono detti per la prima volta i giovani intellettuali che, a partire dal 1870, andarono “verso il popolo” e cercarono di emancipare le masse contadine. Anche in Russia, comunque, già alla fine dell’Ottocento, il termine era usato solo più con intento polemico. In America, nei primi anni Novanta dell’Ottocento, sul modello russo, furono coniati populism e populist per designare l’ideologia e gli esponenti del People’s Party. Di lì si ebbero poi, nei primi due decenni del Novecento, analoghe derivazioni in francese e in italiano.[2] È interessante questo rimbalzo, in pochi decenni, tra la Russia, l’America e, poi, la Francia e l’Italia.
  1. Il populismo in generale è indubbiamente legato alla nozione del popolo. L’«ismo» apposto al popolo suggerisce che si tratti di una sua accentuazione unilaterale. Più o meno proprio in questi termini è definito il populismo ne Il dizionario di politica: «Possono essere definite populiste quelle formule politiche per le quali fonte principale d’ispirazione e termine costante di riferimento è il popolo, considerato come aggregato sociale omogeneo e come depositario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti».[3] Tuttavia, ricondurre il populismo al popolo non è davvero sufficiente a chiudere la questione. Non si capirebbe perché un riferimento al popolo debba essere considerato, come avviene oggi, come qualcosa di negativo. D’altro canto anche la stessa nozione del popolo è alquanto vaga e indeterminata e ha subito innumerevoli variazioni di significato nel corso della storia. Con ogni probabilità, proprio tra queste variazioni si nasconde la possibilità di conferire un qualche significato univoco al populismo.
  1. Anche la nozione di popolo ha una storia davvero lunga e piuttosto contorta. Il termine deriva dal latino popŭlu(m) e stava, in origine, a indicare una qualche componente sociale che entrava nella costituzione dello Stato.[4] È degno di nota, per i nostri scopi, il fatto che, fin dall’inizio, il popolo poteva benissimo essere una parte della società che si costituiva come Stato. L’espressione Senatus Popolusque Romanus, ad esempio, stava a indicare l’unione sul terreno politico di due ben diverse componenti sociali. Spesso poi il termine servì a designare il complesso dei gruppi sociali economicamente e socialmente meno elevati. Questo significato è rimasto nel nostro aggettivo popolare. Fu anche usato per indicare, talvolta con grande pignoleria, gruppi sociali dalle caratteristiche bene individuabili e omogenee al proprio interno, come ad esempio il popolo minore, il popolo grasso, e così via. Solo piuttosto tardi, nella tradizione repubblicana, il termine acquisì un significato tendenzialmente universalistico[5] e fu, infine, usato per indicare tutti i cittadini.Si noti che l’uso di considerare come popolo solo una parte della società non è del tutto sparito. Sembra anzi costituire una caratteristica importante del popolo dei populisti. Osservano, ad esempio, Cortellazzo e Zolli, citando il Migliorini, che «[…] da alcuni anni, certo non senza un preciso disegno, i partiti di estrema sinistra considerano popolo, «vero popolo», solo il proletariato. Lo stesso si dica per popolare: democrazia popolare è sinonimo meno vistoso di dittatura del proletariato».[6] Sulla scia di simili pratiche, anche il populismo molto spesso individua il popolo come parte buona della società e la contrappone alla parte cattiva. Del resto nella retorica populista di tutti i tempi il “popolo” è contrapposto al non – popolo, cioè agli stranieri, oppure ai “nemici del popolo”.
  1. Fin dall’inizio la nozione del popolo, quindi, è stata caratterizzata da un’ambiguità di fondo relativa alla natura delle componenti ammesse a entrare nella costituzione della società politica. Queste componenti talvolta sono state intese come parte, come parte residua, come parte principale oppure, in altri casi, come totalità. Se c’è una cosa che ci insegna la storia semantica del populismo è che il popolo non è mai un dato, bensì è sempre l’oggetto di una contesa, di una attività di costruzione. Il popolo come risultato si ha al termine di un processo di decantazione, di separazione, di purificazione che provveda a distinguere chi rientri nell’insieme del popolo rispetto a chi, invece, non vi rientri affatto. In questa operazione di individuazione/ costruzione dell’oggetto si tende tuttavia spesso a misconoscere il fatto che l’oggetto trovato sia un costrutto convenzionale; si tende piuttosto ad assolutizzare l’oggetto e a considerarlo come una vera realtà che è stata scoperta e portata alla luce. Il popolo – come pensava Hegel – è qualcosa che esiste da sempre ma che solo alla fine rivela la sua intima essenza, solo alla fine si rivela per quello che è. Alleluia.
  1. Un’altra componente linguistica e concettuale che ha contribuito alla formazione della nozione odierna del popolo è senz’altro il demos greco (da cui anche il nostro termine democrazia). La storia del demos è per certi aspetti analoga a quella del popolo. Il termine indicava anticamente i diversi villaggi. I demi erano quindi legati sia al territorio sia alla popolazione ivi residente. Erano in pratica delle unità demografiche. La riforma di Clistene fece dei demi l’elemento fondamentale del sistema politico ateniese, tanto che l’appartenenza a un demo divenne condizione per avere la cittadinanza. Anche nella storia del demos greco si ebbe un processo di universalizzazione, dalla primitiva designazione di singole parti della società politica fino alla designazione dell’insieme di tutti i cittadini (che tuttavia, anche in quel caso, non includeva veramente tutti – le donne ed esempio erano escluse).Fin dall’antichità imperversarono le questioni valutative e il demos non ebbe sempre buona fama. È bene ricordare che Aristotele considerava la democrazia come una forma degenerata di governo. Il demos fu spesso biasimato per la sua disponibilità a farsi manipolare, come ricorda il nostro termine demagogia. Perché il demos diventasse un possibile portatore di una forma buona di governo occorrerà attendere Rousseau.
  1. Nel corso della sua lunga storia, il termine popolo è stato utilizzato anche per indicare un concetto giuridico astratto. Come tale, è entrato a far parte dei più diversi sistemi giuridici. Tuttavia quando si parla di populismo, solitamente non ci si riferisce alla nozione giuridica del popolo, ci si riferisce piuttosto alla sua nozione sociologica, con l’intento di individuare in termini descrittivi coloro che entrano a far parte di una società politica, sia come parte sia come totalità. È proprio intorno alla natura di questi individui e intorno alla natura della società politica stessa che si è giocato e continua giocarsi il significato del popolo e la sua valutazione, positiva o negativa.7.1. Il politologo Giovanni Sartori, cercando di definire il significato preciso di «governo del popolo», ha individuato ben sei diverse concettualizzazioni della nozione del popolo/ demos. Tra le varie accezioni, quella che interessa particolarmente il populismo è quella del «popolo come totalità organica e indivisibile».[7] Il popolo, in questa prospettiva, è considerato come una specie di organismo dotato di una sua vita propria, relativamente indipendente dai singoli individui che ne fanno parte. Si tratta di una concezione ben nota in ambito ontologico ed epistemologico. Per qualificarla si è parlato alternativamente di essenzialismo, di organicismo o, più semplicemente, di entificazione. Il popolo non è considerato come il frutto di una convenzione, bensì come una cosa (ens) che preesiste e che sovrasta i suoi singoli componenti. I singoli componenti passano ma il popolo rimane, come negli organismi biologici. Si noti che una concezione della società costruita sul modello di un organismo biologico era già presente nella nozione aristotelica dell’uomo come animale politico.[8] Si veda a mo’ di esempio assai più recentemente la famosa illustrazione del Leviathan di Hobbes, dove il sovrano è rappresentato come un mostro composto di tutti i membri del corpo politico.

    7.2. Lo sviluppo di una concezione entificata del popolo è stata facilitata – come osserva Sartori[9] – dal suo uso al singolare: «L’italiano «popolo», così come il francese peuple e il tedesco Volk reggono il singolare […]. Ma l’inglese people significa «persone» e regge un plurale […]. E siccome le parole orientano il pensare non è fortuito che «popolo» (al singolare) si presti ad essere concepito come una totalità organica, come una indivisibile volontà generale, laddove the people fa guardare ad una molteplicità discreta a un aggregato di «ciascuno». Il singolare porta alla entificazione, il plurale la disgrega».[10] Del resto possiamo aggiungere che la storia della filosofia è piena di mere costruzioni mentali che sono state considerate come realtà ultime e fondamentali da cui tutto discende. Indubbiamente il linguaggio fa la sua parte.

  1. L’entificazione del popolo è la chiave che ci permette di comprendere, in generale, il punto di vista del populismo di tutti i tempi. È evidente che il popolo dei populisti, comunque esso sia individuato, è tendenzialmente un una totalità indivisibile che gode di una sua vita propria. L’entificazione del popolo, nel corso della storia, è stato un processo che solo recentemente ha raggiunto il massimo del suo sviluppo. In proposito ha chiarito molto bene Sartori: «[…] il popolus medievale non è il Volk dei romantici. Sia l’uno che l’altro possono essere ascritti a concezioni «organiche» della società. Ma l’organicismo medievale (che arriva fino alla rivoluzione francese e alla prima rivoluzione industriale) era corporativo, e accorpava l’individuo in nicchie che erano immobilizzanti ma anche protettive. Invece l’organicismo romantico è davvero totalizzante e dissolvente: l’individuo viene risolto nello «spirito del popolo», nel Volksgeist o nella Volkseele, e davvero dissolto nell’impersonale fluire della storia. Dunque la «fusione organica» che porta a concepire il popolo come una totalità indivisibile è di conio romantico; ed è in questa versione che la nozione di popolo ha legittimato il totalitarismo del secolo XX».[11]Potremmo aggiungere che nel romanticismo, a coronamento del processo di entificazione del popolo, si ebbe anche e soprattutto l’elaborazione del concetto della nazione. Che, in un certo senso, costituisce una particolare interpretazione etnica, razziale o culturale del popolo (o un misto di tutto ciò). Le cosiddette democrazie popolari nel Novecento ne hanno dato poi anche una interpretazione classista.[12] Le entificazioni si prestano a molti diversi usi.
  1. Secondo Loris Zanatta (che è uno dei nostri più acuti studiosi del populismo): «[…] per orientarsi nella ricerca del “nucleo” populista è bene partire dall’idea del popolo che vi è contenuta».[13] Ebbene, questa idea di fondo che caratterizza il populismo è esattamente l’entificazione del popolo di cui parla Sartori. Afferma Zanatta: «L’elemento chiave […] è che il popolo dei populisti appare indifferenziato, omogeneo, privo di dissonanze o dissensi. Esso è una comunità dove l’insieme supera la somma delle parti di cui è composto, dove l’individuo si confonde con il tutto: una comunità olistica, sarebbe il miglior modo di definirla. Non a caso i populisti sono soliti rappresentare il loro “popolo” come un organismo vivente, dove ogni organo contribuisce in base alle sue funzioni e capacità all’armonia complessiva, alla salute del corpo. La comunità politica non è perciò intesa dai populisti come un’associazione volontaria di individui uguali che, preso atto delle rispettive individualità, discutono e negoziano le leggi e le istituzioni che ne regolino la vita in comune. No, essi presuppongono un popolo che già esiste in natura, una comunità formata dalla storia e dall’identità scolpita nella pietra, perché formata da legami storici o linguistici, morali, spirituali o territoriali».[14] Il popolo, dunque, secondo il populismo, non sarebbe affatto un costrutto convenzionale bensì un dato, un elemento originario che deve soltanto essere riconosciuto, evidenziato e fatto agire storicamente.Nella definizione proposta da Zanatta compare la nozione di comunità. Dal punto di vista del populismo, la comunità tout court, senza ulteriori qualificazioni, precede sempre la società politica, anzi quest’ultima altro non è se non l’espressione diretta della prima. Questa è la nota concezione della comunità che si ritrova nel romanticismo e che darà origine poi alla nozione della nazione. In campo sociologico corrisponde, per usare la terminologia di Tönnies, alla nozione della Gemeinschaft (comunità), fatta valere in opposizione alla Gesellschaft (società).[15] È degno di nota il fatto che, nella sociologia di Tönnies, la Gemeinschaft è concepita come un organismo vivente che manifesta al proprio interno una volontà essenziale. La società è invece concepita come un aggregato d’individualità autonome che manifestano una volontà arbitraria (cioè, una volontà libera). In Tönnies è chiara la convinzione – che sarà ripresa spesso nel pensiero sociologico – secondo cui la condizione comunitaria costituirebbe la condizione originaria e autentica dell’umanità, mentre la condizione societaria ne rappresenterebbe una degenerazione. L’avvento della società degli individui autonomi, dotati di una volontà “arbitraria”, tenderebbe a dissolvere la comunità.
  1. La definizione di Zanatta implica il fatto, davvero rilevante per i nostri scopi, che i populisti siano portatori di un’idea precontrattuale del popolo. Infatti, continua ancora Zanatta: «Nel populismo la nozione di popolo sfocia […] in quella di comunità organica. Una comunità la cui vita rifletterebbe un ordine naturale, invece di dipendere da un contratto esplicito, volontario e razionale tra i suoi membri. Come tale, lo stato “naturale” della comunità populista sarebbe quello d’armonia e unità, di coesione e omogeneità».[16]10.1. Val la pena di riflettere un attimo su questo punto. Il contrattualismo è un rispettabile punto di vista che ha elaborato una spiegazione convenzionalistica della formazione della società politica. La sua caratteristica di fondo è quella di ritenere che la società politica non sia una entità preesistente ma sia il risultato di una costruzione artificiale, a partire dai singoli individui, i quali entrano nel contratto uti singuli e non come aggregato (cioè come stirpe, comunità, massa, natio, etnia, figli di Dio o quant’altro). Il contratto implica che ci siano dei liberi contraenti e che esso costituisca un atto volontario, una scelta. Il popolo precontrattuale è invece il popolo che è dato, quello in cui ci si ritrova per sorte, quello che è così da sempre, quello che non è costituito di individui singoli, ciascuno caratterizzato dalle sue particolarità, quello che non ha mai scelto di essere popolo. Orbene questo popolo precontrattuale è stato concepito dai contrattualisti quasi sempre in termini negativi. Si pensi all’homo homini lupus hobbesiano, oppure all’insocievole socievolezza dell’uomo naturale roussoviano.[17] Per i contrattualisti, in genere, la società politica generata attraverso il contratto è il lato luminoso del popolo; la società precontrattuale è invece spesso concepita come il lato oscuro del popolo.

    10.2. Oggi la prospettiva contrattualistica ci pare del tutto ovvia. A partire dal contrattualismo sono nati i sistemi rappresentativi di matrice liberale e di matrice democratica, nei quali anche il repubblicanesimo classico ha trovato la sua sistematizzazione.[18] Non è tuttavia chiaro perché questa ovvietà si sia fatta attendere così a lungo. Il motivo di fondo è che la nozione stessa del contratto implica una condizione di libertà entro cui possano avvenire le contrattazioni. E tutto ciò implica, a sua volta, la nozione dell’individualità moderna, che non è un dato bensì un elaborato costrutto culturale che è stato guadagnato attraverso un processo storico assai tormentato.[19] Il popolo del contrattualismo è un popolo costituito di individui che sono in grado di scegliere, che sono cioè autonomi. Senza autonomia individuale, niente contrattualismo e niente parte luminosa del popolo.

    10.3. Il popolo precontrattuale è invece una comunità – abbiamo già citato l’esempio della Gemeinschaft di Tönnies – che è concepita come un organismo vivente e che è tenuta insieme da una necessità intrinseca cui l’individuo non può che sottomettersi. Il popolo precontrattuale è qualcosa di simile – per citare un altro padre della sociologia – alla solidarietà meccanica di Durkheim,[20] dove gli individui sono «tutti uguali» e dove solo la sostanziale somiglianza delle individualità rende possibile far parte dell’aggregato eteronomo, quello che sente, pensa e si muove all’unisono grazie alle rappresentazioni collettive. Il popolo dei populisti, appunto.

    Nei termini di Tönnies, il populismo non fa altro che mettere la Gemeinschaft (la comunità) a fondamento della società politica, piuttosto che la Gesellschaft (la società degli individui mossi dalla volontà arbitraria). Così il membro della società politica, il civis, viene limitato nella sua volontà arbitraria e viene costantemente ricondotto alla sua qualità di cellula della comunità vitale, organica. Cose d’altri tempi? Nient’affatto. Questo è esattamente lo stesso schema di pensiero – e lo stesso equivoco – nel quale è caduto assai recentemente il comunitarismo nordamericano, alla Taylor o alla Kymlicka. Per una critica al comunitarismo, si veda Malik 2013.

  1. Non è facile comprendere le ragioni della persistenza, davvero inattuale, di una visione precontrattuale del popolo. Il fatto è che l’entificazione del popolo permette, seppure solo apparentemente, di semplificare gli attuali sistemi rappresentativi e di rendere l’espressione della volontà generale diretta e immediata. Come ente unitario e indissolubile, il popolo, infatti, non può che avere un’unica volontà, la quale può essere espressa senza gli orpelli procedurali e le difficoltà dei meccanismi della democrazia rappresentativa. Il problema del numero, che rende necessari i sistemi rappresentativi, qui non sussiste neppure, poiché il popolo è concepito come omogeneo al suo interno. Sarebbe sufficiente, al limite, consultare un solo membro del popolo per sapere quello che vuole il popolo nella sua interezza. La democrazia rappresentativa tratta faticosamente ogni cittadino come un unicum, mentre il populismo riduce il cittadino a un esemplare della specie.11.1. Le modalità per dare al popolo, così concepito, la facoltà di una espressione immediata sono le più varie ma possono essere messe sotto le categorie del cesarismo, del plebiscitarismo e del direttismo. La volontà del popolo può essere colta, formulata, condensata ed espressa da un leader che funge da interprete del popolo; talvolta anche con consultazioni popolari in cui si chiede al popolo di esprimersi. Questi espedienti sono stati usati da tutti i regimi autoritari di destra e di sinistra. Oppure, la volontà del popolo può essere espressa direttamente dal popolo in prima persona, attraverso mobilitazioni, azioni di piazza, azioni di forza o addirittura attraverso rivoluzioni. Oppure anche attraverso assemblee popolari dirette che possono occuparsi delle cose più varie (dalla conduzione di una resistenza armata o di una guerra, fino all’amministrazione della giustizia o all’amministrazione locale). Si tratta di un ventaglio di espressioni dirette assai ampio che può andare dalla legge di Linch fino ai soviet.

    Con l’avvento delle nuove tecnologie, il mito dell’espressione popolare diretta ha visto in ultimo salire alla ribalta il nuovo espediente delle piattaforme sul web, che permettono agli aderenti (al limite, a tutti i cittadini, uno per uno) di votare direttamente tutte le questioni, comprese le minutaglie. È ovvio che l’espressione della volontà popolare, così concepita e realizzata, non può che essere estremamente elementare, semplificata fino alla dicotomia. Il popolo populista del resto, poiché ha una volontà unica, non ha bisogno delle sfumature.

    11.2. Recentemente – proprio in concomitanza con il ritorno dei populismi – c’è stata una ripresa del dibattito intorno al direttismo[21] o, se si preferisce, intorno alle cosiddette forme di democrazia diretta o, come si dice ancora, di democrazia dal basso.[22] L’argomento è assai complesso e non può essere qui affrontato in dettaglio. Non tutti i direttismi sono populismi. Ad esempio, nei sistemi rappresentativi, in molte costituzioni sono previste forme di democrazia diretta, tra cui le più importanti sono i referendum. Non è difficile tuttavia individuare una linea di discrimine atta a individuare il populismo che spesso è nascosto nelle pieghe del direttismo. Possiamo considerare progressivi tutti gli espedienti che obiettivamente migliorano il funzionamento dei sistemi rappresentativi. Sono di carattere populista tutte le innovazioni che mirano a indebolire, forzare, sostituire i sistemi rappresentativi con qualcosa d’altro. È chiara l’utilità dei referendum nella democrazia rappresentativa, tuttavia è altrettanto chiaro che una democrazia referendaria[23] non può che inceppare i meccanismi rappresentativi.

    11.3. In genere le riforme direttiste che suscitano i facili entusiasmi e che sono predilette dai populisti non contribuiscono a rafforzare la democrazia rappresentativa. Spesso contribuiscono alla sua distruzione, senza peraltro produrre alcun sostituito valido. Il motivo di fondo di tutto ciò è abbastanza evidente: il direttismo non dà alcun contributo alla formazione del civis. Non promuove l’autonomia individuale, non valorizza la pluralità delle posizioni, non incrementa la qualità delle deliberazioni, bensì promuove per lo più l’irreggimentazione individuale in un ens appiattito che, di volta in volta, si esprime unanimemente. Quando si suppone che la volontà del popolo sia una, il civis non può che diventare monolitico e essere indotto a uniformarsi. Quando la volontà del popolo è una, il pluralismo, il dissenso e le minoranze (in particolare gli intellettuali) sono sempre visti come una minaccia per il popolo.

    Non deve quindi stupire la costante commistione – nel populismo – tra forme estreme di cesarismo o di potere del leader con forme altrettanto estreme di direttismo o di perfezionismo democratico. Il leader che entra in sintonia con il suo popolo è la manifestazione più evidente di questa commistione. L’immediatezza viene venduta come migliore democrazia rispetto alla democrazia rappresentativa. Questa commistione, oltretutto, è uno dei motivi per cui il populismo può facilmente essere considerato di destra – ove prevalga il cesarismo; oppure può facilmente essere considerato di sinistra – ove prevalga il direttismo. Ce n’è per tutti.

  1. Finora abbiamo trattato del populismo in generale. Il populismo così come lo abbiamo individuato, inteso come entificazione pre contrattuale del popolo, si colloca a un elevato livello di astrazione per cui risulta compatibile con un gran numero di diversi movimenti, partiti e regimi politici, sia del passato sia del presente. Forme evidenti di populismo si ritrovano nel mondo antico. I narodniki si sono sviluppati nell’ambito dell’assolutismo monarchico. Nei totalitarismi ci fu senz’altro una rilevantissima componente populista. Diversi populismi hanno proliferato in regimi non democratici o, comunque, in regimi decisamente autoritari. Oggi – e in ciò sta la grande novità – sembra che i populismi si stiano diffondendo anche e soprattutto sul terreno delle democrazie pluralistiche dell’Occidente. Questa estrema flessibilità dei populismi è senz’altro il motivo della loro grande varietà e, di conseguenza, del disorientamento che hanno provato molti studiosi nel tentativo definire unitariamente il fenomeno.[24] In particolare, sono risultati fallimentari i vari tentativi di collegare il populismo a certi stadi dello sviluppo economico, oppure di collegarlo alla presenza di determinate classi sociali. Sono risultati anche abbastanza vani i tentativi di catalogare i populismi in base ai loro contenuti ideologici o para ideologici.
  1. Occorre prendere atto del fatto che i populismi che sono oggi in espansione in Occidente costituiscono una specie particolare. Si annidano e proliferano assai facilmente nelle democrazie pluraliste e, tranne che in casi particolarissimi, non cercano di sovvertire esplicitamente le costituzioni e la democrazia formale. Sembrano piuttosto sfruttare le regole formali delle democrazie per conquistare il potere e cercare poi di forzare e alterare quelle stesse regole, con il pretesto di farle meglio aderire alla volontà popolare.[25] Del resto, nelle democrazie pluraliste, il populismo si sviluppa spesso in concorrenza con altri movimenti o partiti non populisti. È anche possibile che ci siano diverse formazioni populiste in concorrenza tra loro, cioè una pluralità di populismi in lizza. Può anche accadere facilmente che partiti non populisti in origine adottino i metodi del populismo per conseguire l’agognato successo elettorale. Pur essendo anch’essi portatori di una concezione precontrattuale del popolo, questi nuovi populismi mettono dunque le loro radici in società politiche dove, in qualche modo, si è già affermata l’individualità dei cittadini e dove già è diffusa e condivisa una qualche cultura civica democratica. Dove ci sono delle istituzioni democratiche consolidate, magari anche dalla lunga tradizione. Si tratta allora di capire come tutto ciò sia possibile. Quale sia cioè la differenza specifica che caratterizza questo tipo di populismo nostrano rispetto al suo genus più universale.
  1. Là dove ci sono già dei cives formati, quale che sia il loro livello di cultura civica democratica e di maturità, la modalità d’azione tipica di questi nuovi populismi sta nel loro programma – sia esso implicito o esplicito – di ridurre la pluralità dei cittadini a popolo precontrattuale. Il tentativo, cioè, di sopprimere le differenze di opinione anziché valorizzarle, di stimolare una partecipazione di bassa qualità al posto di una partecipazione matura e consapevole. Le formazioni politiche e i leader populisti s’impegnano nell’impresa di costruire il popolo, di costruire un proprio movimento o partito come popolo, inteso qui come soggetto prepolitico, di dargli una configurazione minimamente stabile e distintiva e di usarlo nella lotta politica. Per potersi rappresentare come popolo e agire come popolo, i singoli cittadini devono nei fatti deporre la loro autonomia, il loro giudizio personale, e – come si dice – aderire alla narrazione populista che di solito si presenta come uno standard elementare. Devono cioè rivestirsi delle poche e semplici marche identitarie offerte dal leader e riconoscersi nella massa del popolo. Smettere in altri termini di essere cives e diventare una moltitudine.[26]
  1. L’impresa cui si accinge il populismo nelle odierne democrazie pluraliste è dunque quella di mettere tra parentesi i cives e di costruire il popolo. Lo scopo fondamentale è – ci sia permessa l’espressione – quello di costruire l’ammucchiata, non quello di sviluppare la qualità del singolo cittadino e di farla esprimere. Per costruire l’ammucchiata occorre che le qualità dei singoli siano messe da parte, che emerga soltanto il minimo comun denominatore. Il popolo dei populisti sarà sempre e soltanto un’ammucchiata di “uomini medi” che tentano di assomigliarsi grazie alle rappresentazioni collettive elementari che condividono.15.1. Vediamo meglio come tutto ciò possa accadere. Il popolo è uno di quegli oggetti assai difficili da collocare in termini ontologici. Siamo nel campo degli oggetti istituzionali, per dirla con Searle.[27] Cioè siamo nel campo della costruzione della realtà sociale. Anderson dal canto suo ha ben specificato la questione con la sua nozione delle comunità immaginate.[28] Le nazioni (e gli Stati nazionali) sono “comunità immaginate” nel senso che sono oggetti costruiti attraverso le capacità della nostra immaginazione. I processi di nation building sono processi alquanto sofisticati e complessi che traducono la nostra immaginazione in realizzazioni storiche dalle enormi conseguenze pratiche, da cui peraltro non è facile tornare indietro.

    Nello stesso modo, il popolo dei populisti è una comunità immaginata, forse talvolta anche un po’ a buon mercato. Affinché la nozione del popolo passi dalla mera immaginazione alla realtà, occorre, analogamente al caso della nazione, un processo di people building, cioè un processo di costruzione del popolo. Tutto quel che fanno attivamente i movimenti o le formazioni politiche populiste o, ancor più, i leader o i governanti populisti, lo fanno con lo scopo precipuo di costruire il loro popolo.

    15.2. Ogniqualvolta si voglia dar vita a un insieme immaginato – la tecnica è sempre la stessa, si tratti di razza, classe, nazione o popolo, – occorre individuare le linee di frattura. Occorre individuare qualche criterio elementare per decidere chi sta dentro e chi sta fuori. Il problema che si presenta, nelle società occidentali, nelle democrazie pluralistiche, è che gli individui sono giustamente sempre più diversificati.[29] Sociologicamente parlando queste società sono ormai costituite da un enorme ceto medio che tende a possedere mille sfumature interne ma che, proprio per questo, tende anche a presentarsi come fondamentalmente indifferenziato. Non ci sono cioè linee di frattura emergenti che si evidenzino da sé. In una simile situazione le diverse formazioni politiche dovrebbero rivolgersi a tutti, rivolgersi universalmente ai cives, ma in tal modo finirebbero per non rivolgersi a nessuno in particolare.

    15.3. Per questo, nei paesi occidentali oggi sono sempre più difficili le forme di populismo di vecchio stampo, quelle basate su caratteri permanenti, di tipo hard, come il territorio di provenienza, il colore della pelle, la condizione economica, la condizione sociale; ma stanno anche diventando più difficili quelle basate su marche culturali permanenti, come la lingua, la religione o le tradizioni. Si sta oggi così passando a forme di populismo basate su caratteri distintivi sempre più transitori o, comunque, alquanto labili e evanescenti. La possibilità di enorme portata che si apre è quella di una nozione del popolo giocata su elementi sempre più soft, assolutamente immaginati, talvolta decisamente immaginosi. Poiché questi caratteri non sono di per sé evidenti, allora devono essere costruiti. Il che è lo stesso che riconoscere che i caratteri distintivi del nuovo populismo siano del tutto artificiali e artificiosi. Si noti bene che il fatto che siano artificiali non significa che non abbiano effetti, come chiarifica il teorema di Thomas.[30]

    15.4. In molti casi si tratta di caratteri distintivi cui nessuno farebbe caso spontaneamente, se non ci fosse un continuo battage che abbia lo scopo di creare artificialmente le distinzioni. Sono caratteri abbastanza vaghi, generici e poco tangibili, purché siano utili a individuare una parte dell’elettorato e farlo diventare “popolo”. Può trattarsi di caratteristiche morali (l’onestà, la laboriosità, il fatto di essere vittima di qualche sopruso o violenza – si pensi al ruolo che hanno avuto gli “esodati” nella propaganda di Salvini); oppure di processi di identificazione momentanea con un simbolo, oppure con un leader personale o con una parola d’ordine (l’“Art. 18” di Landini, il “popolo della Leopolda”, oppure la “nostra gente” di Bersani). Può anche trattarsi di tentativi di aggregazione di interessi materiali che si suppone siano omogenei e urgenti. Il “popolo dei tassisti”, il “popolo delle partite IVA”, il “popolo delle periferie” e così via. Si cerca cioè, in tal modo, di recuperare una qualche hard-ness che si è persa con la progressiva attenuazione delle differenze di classe (le quali invece rendevano abbastanza robusta e tangibile la distinzione politica tra destra e sinistra).[31]

    Gli elementi atti a circoscrivere i confini devono essere abbastanza vaghi (per raggiungere una platea più ampia) ma sufficienti ad alimentare e mantenere la distinzione, sufficienti a compattare il senso del noi. Dopo le religioni fai da te, siamo entrati nell’epoca dei popoli fai da te. Ognuno cerca di costruirsi il suo e cerca, con ciò, di giocare un ruolo, piccolo o grande nello spazio politico.

    15.5. In ultimo, quando il limes sia stato individuato e tracciato, e quando si sia visto sperimentalmente che può funzionare, allora occorre mantenerlo. Siccome il più delle volte non si tratta di un limes che abbia qualcosa di razionale, o anche soltanto qualcosa di sensato, allora per mantenerlo e rafforzarlo non si può che usare l’arsenale delle marche emotive, della mobilitazione continua, dei rituali e delle ripetizioni, della spettacolarizzazione (certo, è roba vecchia, ma funziona sempre!). L’armamentario del linguaggio forte, dei toni duri, degli attacchi e delle minacce, degli insulti, il carattere postribolare delle battute, sono tutti elementi che distolgono i potenziali cives dal dovere di pensare e mirano a costruire e a mantenere la contrapposizione tra noi/ loro. Oltretutto, per una nota legge psicologica legata all’assuefazione allo stimolo, questi espedienti, per ottenere qualche efficacia, devono essere riproposti in maniera sempre più accentuata ed esasperata.

  1. La cosa straordinaria è che i cittadini elettori, i gloriosi cives della tradizione repubblicana e democratica occidentale, stanno in gran parte al gioco. Stanchi, distratti, annoiati o incapaci di disquisire in modo autonomo sui modelli di società, sui valori e i fini ultimi, si accontentano così di scegliere in un catalogo di obiettivi limitati, in una galleria di figure di leader chiassosi ed esibizionisti e in qualche calendario di riti e cerimonie di esaltazione collettiva. La domanda cui basta rispondere è «Di che popolo sei?». In questo senso riduttivo, la domanda equivale a «Di che segno sei?», oppure «Per che squadra tieni?», oppure ancora «Qual è la tua band preferita?».I programmi e, più in generale, l’offerta politica dei movimenti e dei partiti populisti, non servono dunque a rispondere efficacemente ai problemi effettivi della nostra società e della nostra epoca, alla domanda di governo dei cittadini, ma servono principalmente a costruire i rispettivi popoli (con le caratteristiche precontrattuali che abbiamo detto). Il risultato più eclatante è quello di dar vita a uno spazio politico di tipo nuovo, definito dalla polarizzazione dei popoli, uno spazio che può avere quante dimensioni si vuole. Si tratta di una mera lotta tra i marchi dietro ai quali non si riesce a scorgere alcun effettivo rendimento della politica in relazione alla soluzione dei problemi effettivi. I partiti e i movimenti populisti costruiscono continuamente uno spazio politico virtuale, tentano di farlo agire e di ottenere conseguenze reali, secondo il già citato teorema di Thomas.

    Si tratta tuttavia di mondi virtuali che hanno delle pesanti conseguenze nel mondo reale, conseguenze pratiche talvolta di grande portata. Gli inglesi da un giorno all’altro si sono trovati fuori dall’Europa e sull’orlo della secessione dell’Ulster e della Scozia. Negli USA migliaia di persone da un giorno all’altro si sono viste bloccate in aeroporto per un decreto (oltretutto tecnicamente sbagliato) di Trump. Gli ungheresi si sono trovati rinchiusi dentro un muro di filo spinato tagliente e, sempre negli USA, verrà eretto il mega muro con il Messico. I turchi stanno buttando via, in nome del popolo, le loro istituzioni democratiche, costruite con tanta fatica.

  1. Ci sono dei populismi anche nel nostro Paese? Il lettore attento, a partire dalle definizioni che abbiamo dato, potrà trarre da sé le conclusioni. Secondo chi scrive, comunque, oggi in Italia si confrontano diverse formazioni politiche populiste, tutte appartenenti alla nuova specie di populismo che abbiamo cercato di descrivere poc’anzi. Il primo populismo è quello del M5S, che corrisponde quasi alla perfezione al modello interpretativo che abbiamo tracciato. Secondariamente, abbiamo il populismo del PDR (Partito di Renzi) che, pur mantenendo diversi tratti del partito istituzionale, utilizza piuttosto efficacemente, anche se perigliosamente, i metodi populisti. Renzi del resto è stato a più riprese accusato da alcuni suoi compagni di partito di voler costruire un non ben precisato “partito della nazione” che avrebbe esattamente i caratteri del populismo. Il PD del resto è il classico caso di un partito non populista in origine che ha intrapreso una svolta populista soprattutto nei metodi. In terzo luogo abbiamo il populismo della Lega Nord di Salvini che, in un certo senso, rappresenta oggi il populismo in una forma piuttosto tradizionale, insistendo su linee distintive piuttosto hard di tipo etnico e nazionalistico. Abbiamo poi, tra i seguaci di Berlusconi, gli ultimi fuochi di quello che è stato cronologicamente nel nostro Paese uno dei primi populismi mediatici[32] – assieme a quello secessionista di Miglio/ Bossi, che però sembra, almeno per ora, alquanto al tramonto.Tutto ciò a testimoniare quanto grande sia la variabilità dei confini che di volta in volta sono utilizzati dai vari populismi per costruire il loro popolo. La storia del populismo nel nostro Paese è dunque già lunga e davvero multiforme, e il fenomeno viene solo oggi pienamente riconosciuto, a decenni dalla sua comparsa, quando ormai vi siamo completamente immersi. Che l’avvento di questi populismi sia andato di pari passo con il degrado del civis democratico e repubblicano è di un’evidenza che non ha bisogno di ulteriori commenti. Per un’analisi articolata e documentata della storia e della realtà dei populismi del nostro Paese si può consultare l’ottimo Biorcio 2015.
  1. Possiamo ora avviarci alle conclusioni, riprendendo alcuni dei concetti di partenza. Nelle democrazie rappresentative occidentali, costruire il popolo – di qualunque popolo si tratti – significa, dunque, in estrema sintesi, sempre e soltanto la stessa cosa. E cioè significa smontare e ridurre a pezzetti il cittadino della democrazia pluralista e repubblicana. Una vera e propria azione di corruzione sistematica del già debole civis repubblicano e democratico. Può ben essere che siano molto pericolosi i contenuti dei vari programmi populisti (che peraltro sono veramente assai diversi, talvolta opposti tra loro), ma ancor più sicuramente pericoloso è il metodo che i populisti impiegano. Il populismo raggiunge il proprio scopo in quanto corrompe le radici dell’autonomia del civis, prima ancora che con i suoi eventuali provvedimenti di governo. Come ognun vede, la condizione del civis e quella del popolo precontrattuale sono due stati incompatibili. E, come accade spesso, la moneta cattiva scaccia quella buona.18.1. Perché queste tecniche di people building stanno avendo, proprio ora, un successo così notevole? Si tratta di un successo piuttosto generalizzato, che non sembra specifico di un Paese o di un altro. Spesso il populismo è stato associato a una fase di arretratezza dello sviluppo sociale ed economico, per cui ingenuamente si potrebbe pensare che lo sviluppo sia sufficiente a cacciar via il suo demone. Pare proprio non sia così, visto che il populismo ha trionfato negli USA come in Turchia. Non vale neppure invocare la distinzione, che potrebbe a prima vista sembrare sensata, tra paesi di antica tradizione democratica e paesi new comers. I casi recenti della Brexit e dell’elezione di Trump in USA, in questo senso, sono decisivi e testimoniano della vitalità del nuovo populismo anche presso paesi di antica tradizione democratica e di grande sviluppo sociale ed economico.

    18.2. Un’altra spiegazione molto di moda è che i populismi – specie in Occidente – siano stati causati dalla crisi economica prolungata e dall’impoverimento progressivo dei ceti medi (fatti che a loro volta sono spesso attribuiti alla finanziarizzazione dell’economia e alla globalizzazione). Se si considera la casistica internazionale è evidente che questo legame proprio non c’è. L’America ha scelto Trump dopo l’uscita dalla crisi e con una disoccupazione al 4%. La Gran Bretagna non pare un Paese sull’orlo del tracollo e certi paesi xenofobi dell’Est Europa economicamente non sono mai stati così bene. Quando l’Italia ha incubato i suoi populismi, intorno agli anni Novanta, non si può dire fosse così in crisi.

    18.3. Non vale neanche l’ipotesi, in ultimo, che i populismi siano la giusta risposta alla corruzione e all’inefficienza del sistema politico, oppure siano un valido rimedio ai vizi costitutivi dei sistemi democratici rappresentativi. I populismi palesemente sono piuttosto la causa della corruzione, dell’inefficienza dei sistemi politici e dei problemi strutturali che possono attraversare le democrazie rappresentative.

    18.4. Alla domanda c’è una sola risposta. Il civis non è per sempre. I buoni cittadini non sono mai ben formati una volta per tutte. Non sono mai tetragoni di fronte a tutte le deviazioni e le regressioni. Come pensava Popper, la democrazia non è mai una conquista irreversibile. Proprio perché è una forma di governo delicata e difficile da esercitare, occorre costantemente provvedere alla sua manutenzione (questo lo sapeva bene anche Rousseau). Occorre difenderla, occorre costantemente rigenerarla. I buoni cives, costruiti con tanta fatica, una volta lasciati a se stessi non migliorano affatto, anzi, tendono facilmente a decadere verso una sorta di entropia precontrattuale. L’avvento del populismo è il sintomo di un degrado già avvenuto, il sintomo della resa dei cives di fronte alla moltitudine. La cultura civica democratica, lasciata a se stessa, tende a degradarsi, più o meno come avviene per il capitale sociale. E il populista di turno è lì che aspetta.

  1. Così la palla torna al rapporto tra la nozione del popolo e la modernità. La possibilità che si riproduca, anche ai giorni nostri, un popolo in senso precontrattuale è dovuto alla qualità del civis, cioè al tipo di individualità che viene costantemente riprodotto nelle nostre diverse società. La variabile fondamentale è se queste società sono prevalentemente popolate di individui autonomi, gli individui che costituiscono il supporto dell’autogoverno e della democrazia, oppure di individui eteronomi, capaci di trovarsi a proprio agio soltanto, per dirla con Weber, nel mezzo della massa acefala. Dipende cioè, sulla base delle definizioni che abbiamo dato, se prevale il lato luminoso o il lato oscuro del popolo.19.1. Per alcuni secoli, la missione della modernità è stata proprio quella di produrre individui dotati di autonomia. Per questo i rivoluzionari francesi hanno istituito, tra l’altro, l’istruzione obbligatoria.[33] La parola d’ordine della emancipazione è la tipica parola d’ordine della modernità la quale intende sottolineare che le individualità (le donne, i proletari, le minoranze oppresse, i sudditi, i credenti condizionati e assoggettati, …) devono lavorare per diventare autonome, devono cioè liberarsi dai condizionamenti che gravano su di loro. Devono cessare di essere categorie organiche e diventare individualità mature. È qui che la parola popolo ha cessato di significare la massa e la canaglia e ha cominciato ad assumere una connotazione positiva.

    19.2. La conquista dell’autonomia è un processo assolutamente non naturale, difficile, gravoso, che richiede certe precise condizioni sociali e istituzionali. Richiede la costruzione, all’interno dell’individuo, di un self dalle particolari caratteristiche. In ogni caso, per diversi secoli, non ci sono mai stati dubbi che l’emancipazione, la conquista dell’autonomia, fosse il fine fondamentale, il modello dell’essere umano da realizzare, il cittadino ben formato della repubblica democratica. Da qualche tempo tuttavia il progetto emancipativo dell’Occidente sembra essersi smarrito. La costruzione di individui autonomi non sembra più essere tra gli obiettivi fondamentali delle nostre società. Così il lato luminoso del popolo poco a poco sta nuovamente scivolando nella massa e nella canaglia. Per questo il termine populismo ha oggi quasi sempre una connotazione negativa, per stigmatizzare il lato oscuro, la canaglia montante tra di noi e dentro di noi.

    19.3. Ciò sta accadendo non per effetto di una qualche esplicita deliberazione o di qualche complotto della finanza, ma per effetto di una serie di processi di trasformazione (e di degrado) di cui solo ora cominciamo a renderci conto. Al compito faticoso della costruzione di individui autonomi si sta sostituendo sempre più, per una serie di motivi che qui non abbiamo spazio di considerare, l’affermazione della merce a buon mercato degli individui eteronomi. Per usare le parole di Riesman, gli individui autodiretti stanno diventando vieppiù superflui, sopravanzati dalla nuova massa degli eterodiretti, quelli che altrove ho chiamato i ben socializzati.[34] Insomma, ci troviamo di fronte a una vera e propria mutazione culturale che sta riproducendo individui sempre meno adatti a essere cives repubblicani  e democratici e sempre più adatti a essere membri di un popolo inteso nel suo senso precontrattuale. Pronti a farsi arruolare dalle nuove formazioni politiche populiste.

  1. Il populismo non si combatte con un altro populismo, magari “più avanzato” o “più progressista”, o anche “estremo”. E neanche si può pensare di scegliere un populismo che sia «il meno peggio». Neanche, ancora, si può pensare a un’alleanza dei populismi buoni contro quelli cattivi, dato che i populismi costitutivamente non gradiscono le alleanze. E poi i populismi, come s’è visto, almeno nei loro metodi, sono tutti cattivi e, come tali, vanno combattuti. Il populismo si può combattere soltanto sbaraccando quella nozione precontrattuale del popolo che alimenta continuamente il populismo e che crea continuamente nuovi populismi, in varianti senza fine. E questo si può fare solo riportando in primo piano i cittadini, i cives democratici repubblicani, non come sono diventati ahimè oggi, ma come dovrebbero essere in una repubblica democratica appena decente. Il problema è che buoni cittadini non si nasce e tutte le fabbriche dei cittadini che avevamo le abbiamo smantellate accuratamente e ora siamo rimasti solo con una pletora d’individui che, al massimo delle loro aspirazioni, agognano a essere il popolo di qualcuno. Così sia.

26/09/2016

21/03/2017 (rev.)

Sito: http://finestrerotte.blogspot.it/

OPERE CITATE

1983 Anderson, Benedict

Imagined Comunities, Verso, London. Tr. it.: Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma, 1996.

2015 Biorcio, Roberto

Il populismo nella politica italiana. Da Bossi a Berlusconi, da Grillo a Renzi, Mimesis, Milano.

1983 Cortellazzo, M. & Zolli, P.

Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna.

2006 Lukes, Steven

Individualism, ECPR Press. [1973]

2013 Malik, Kenan

Multiculturalism and its Discontents. Rethinking Diversity after 9/11, Seagull Books. Tr. it.: Il multiculturalismo e i suoi critici, Ripensare la diversità dopo l’11 settembre, Nessun Dogma, Roma, 2016.

2000 Mény, Yves & Surel, Yves

Par le peuple, pour le peuple, Librarie Arthème Fayard, Paris. Tr. it.: Populismo e democrazia, Il Mulino, Bologna, 2001.

1993 Sartori, Giovanni

Democrazia. Cosa è, Rizzoli, Milano.

2008 Sartori, Giovanni

La democrazia in trenta lezioni (a cura di Lorenza Foschini), Mondadori, Milano.

1995 Searle, John R.

The Construction of Social Reality, Free Press, Chicago. Tr. it.: La costruzione della realtà sociale, Einaudi, Torino, 2006.

2002 Taguieff, Pierre-André

L’illusion populiste, Berg International Éditeurs. Tr. it.: L’illusione populista, Bruno Mondadori, Milano, 2003.

1935 Tönnies, Ferdinand

Gemeinschaft und Gesellschaft, Hans Buske, Darmstadt. Tr. it.: Comunità e società, Comunità, Milano, 1979. [1887-1935]

2004 Zanatta, Loris

Il populismo come concetto e categoria storiografica, in Giovagnoli, A. & Del Zanna, G. (a cura di), Il mondo visto dall’Italia, Guerini e Associati, Milano.

2013 Zanatta, Loris

Il populismo, Carocci, Roma.

NOTE

[1] Esempi di questo tipo di letteratura sono senz’altro Meny & Surel 2000, nonché Tagujeff 2002. Forniscono tante informazioni e fanno tante analisi parziali ma restano costantemente al di qua di una definizione convincente del fenomeno.

[2] Cfr. Cortellazzo & Zolli 1983.

[3] Cfr. Bobbio, Matteucci, Pasquino 2004: 735.

[4] Cfr. Cortellazzo, Zolli 1983: 956.

[5] In ogni caso l’universalismo è sempre relativo, poiché anche nelle definizioni più larghe e inclusive non tutti gli abitanti di un territorio sono abilitati a far parte del popolo (con quel che consegue in termini di diritti e doveri).

[6] Cfr. Cortellazzo, Zolli 1983: 956.

[7] Cfr. Sartori 1993: 21.

[8] Cfr. il mio saggio su L’ontologia sociale di Aristotele in questo stesso blog.

[9] Cfr. Sartori 1993: 20.

[10] Cfr. Sartori 1993: 20.

[11] Cfr. Sartori 1993: 22.

[12] Per Stalin, ad esempio, i kulaki non facevano parte del popolo.

[13] Cfr. Zanatta 2013: 18.

[14] Cfr. Zanatta 2013: 19-20.

[15] Cfr. Tönnies 1935.

[16] Cfr. Zanatta 2013: 21.

[17] La battuta è di Kant.

[18] Senza l’apporto del contrattualismo (e della prospettiva individualistica che lo sottintende) il repubblicanesimo subisce delle strane torsioni, del tutto innaturali, come ad esempio nel caso delle repubbliche popolari, delle repubbliche sovietiche o delle repubbliche islamiche.

[19] Su questo punto vedi Lukes 2006.

[20] Si noti che – terminologicamente – per Tonnies la Gemeinschaft è organica, mentre la Gesellschaft è meccanica (cioè un coacervo di volontà arbitrarie). Questo perché egli simpatizzava indirettamente per la prima contro la seconda. Al contrario, per Durkheim la comunità elementare è retta dalla solidarietà meccanica, mentre la società differenziata è retta dalla solidarietà organica.

[21] Cfr. in proposito Sartori 2008, in particolare la Lezione 7.

[22] Si noti che già l’epiteto «dal basso» evoca l’antitesi tipica del populismo tra il basso e l’alto, tra il popolo e l’élite, tra il popolo e il non popolo.

[23] Il termine è di Sartori 2008.

[24] In campo scientifico il dibattito è aperto almeno a partire da un famoso convegno tenuto presso la London School of Economics and political Science nel maggio del 1967.

[25] Il nuovo populismo tenta di cucire le istituzioni democratiche su misura del popolo per come viene di volta in volta immaginato o raccontato.

[26] La compresenza nello stesso individuo dei tratti del civis e dei tratti precontrattuali non deve stupire più di tanto. Quando guidiamo l’automobile possiamo sforzarci di essere cives, quando andiamo allo stadio o quando lanciamo invettive su Facebook tendiamo a regredire verso forme precontrattuali di comportamento, verso la moltitudine.

[27] Cfr. ad esempio Searle 1995.

[28] Cfr. Anderson 1983.

[29] I processi di differenziazione e individualizzazione sono stati oggetto degli studi, tra gli altri, di Durkheim.

[30] Il teorema di Thomas è stato formulato nel 1928 da W. I. Thomas e D. S Thomas e suona più o meno così: «Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, queste sono reali nelle loro conseguenze».

[31] Il primo sentore che qualcosa stava cambiando nel panorama dello spazio politico si ebbe quando, negli anni Novanta, elettori proletari o sub proletari, che tradizionalmente avrebbero votato a sinistra, cominciarono a votare per il centro destra berlusconiano o per la Lega Nord di Bossi.

[32] Dei populismi mediatici o telepopulismi ha trattato Taguieff 2002.

[33] Da un certo punto di vista, non c’è nulla di più vessatorio dell’istruzione obbligatoria. Eppure, con il nostro buon senso da cives, siamo solitamente disposti a convenire che questa sia necessaria e indispensabile, sia addirittura uno strumento che sostanzia e promuove la libertà individuale.

[34] Cfr. i miei articoli L’individuo ben socializzato e La politica dei quarantenni in questo stesso blog.

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