Oscar Arnulfo Romero, 24 marzo 1980

Domenicale Agostino Pietrasanta

romIl 24 marzo 1980, e dunque e precisamente trentasette anni fa, l’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero fu assassinato da un cecchino degli squadroni della morte mentre celebrava l’Eucarestia nella cappella di un ospedale. I responsabili morali, ma forse i mandanti diretti del delitto furono i membri della dittatura militare salvadoregna che, da parecchi anni imperversava con le più diverse violenze sul popolo e sugli avversari politici.

L’arcivescovo veniva da un’esperienza non certo innovativa, neppure in campo pastorale, né tanto meno rivoluzionaria in campo teologico: si era formato a Roma, presso la prestigiosa Gregoriana, fino alla licenza ed al dottorato in teologia. Nel suo Paese, il Salvador, sia da sacerdote, sia da vescovo si dimostrò inizialmente un moderato e prudente osservatore delle condizioni sociali e delle forme istituzionali. Tuttavia, quando la dittatura militare instaurò un clima di repressione e di violenza e quando i suoi stessi sacerdoti furono massacrati per aver difeso i diritti delle persone e dei perseguitati, avvenne in Lui un’autentica conversione tanto che si decise per un’opzione di lotta al soppruso perpetrato dalla giunta militare. Ne derivarono, a suo carico, alcune conseguenze all’interno della stessa Chiesa salvadoregna, mentre provocò nella sede romana ed in particolare in Giovanni Paolo II non poche perplessità; crearono specifiche riserve sia il timore di una frattura nell’episcopato del Salvador, sia e soprattutto l’intromissione della Chiesa in questioni di carattere politico. Inutile aggiungere che si trattò di preoccupazioni che marcavano inquietanti precedenti nella stessa storia della Chiesa.

Tuttavia l’arcivescovo scelta la parte del Vangelo continuò nella denuncia delle violenze e dell’offesa ai diritti umani conculcati. Infine, il 23 marzo del 1980, invitò la forze armate del Paese alla disubbidienza nei confronti degli ordini di repressione. Disse: “Vorrei fare un appello agli uomini dell’esercito e della polizia, …fratelli appartenete al nostro stesso popolo e state uccidendo i vostri stessi fratelli; ma rispetto ad un ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la Legge di Dio che dice, “Non uccidere. Nessuno è tenuto ad ubbidire ad un ordine contrario alla Legge di Dio. Vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: “Cessi la repressione”. Il giorno dopo una morte violenta pose termine alle sue denunce che si ripetevano ormai da alcuni anni.

Il 23 maggio 2015 papa Francesco lo proclamò beato ed il 24 marzo di ogni anno, ricorre la sua memoria liturgica.

Mi pongo solo tre domade, alle quali ovviamente non pretendo prospettive di risposta univoca.

Prima. Denunciare la violenza e la repressione dei diritti umani, la coartazione delle persone e della loro libertà costituisce opzione politica di parte e dunque non ammessa nell’intervento pastorale?

Seconda. Si può, in nome della rivendicazione di un disincanto devozionale, tacere sull’ingiustizia del potere istituzionale contro i più deboli ed emarginati? Oppure anche la salvaguardia della dignità della persona fa parte dei “principi non negoziabili”?

Terza. C’è un dovere morale e pastorale di ricordare che la prepotenza totalitaria ha prodotto offesa e ferita alla Legge di Dio, anche nella storia più recente? Oppure tutto questo rientra nella opzione inamissibile della politica di parte da cui la Chiesa dovrebbe astenersi? Non rischiano queste denunce di provocare fastidio e riserva anche nei pastori del Popolo cristiano?

Non pretendo, ovviamente, una risposta univoca. Io però una e sicura, in materia, la potrei proporre e senza eccessiva riserva.

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One thought on “Oscar Arnulfo Romero, 24 marzo 1980

  1. Cato Agostino,
    le tue tre interrogazioni retoriche (false domande che in realtà sono affermazioni) finali sono la chiave dell’articolo. Vorrei solo rinforzare il percorso da te illustrato con alcuni dati indiscutibili.
    A mio parere la Chiesa ha il dovere di intervenire: nelle dittature militari la politica non c’entra, è la sopraffazione, a cui Cristo nel Vangelo si ribellò; troviamo il perdono del porgi l’altra guancia, ma anche la cacciata dei mercanti dal tempio e le violentissime invettive contro gli scribi e i farisei, contro i pedofili, accanto al perdono dell’adultera e della prostituta. Senza arrivare agli “eccessi” del colombiano Camillo Torres prete guerrigliero, ucciso alla sua prima azione, quando Giovanni Paolo II celebrò la messa accanto a Pinochet, dittatore cileno da 13 anni, l’1/4/1977 mi venne un conato di vomito; lo stesso per l’incontro con Fidel Castro (vedi la biografia di Giovanni Paolo II, di G.Waigel, Testimone della speranza, Mondadori 2005), anche se va detto che la dittatura a Cuba, pur avendo comportato omicidi e prigionie pluriennali ingiustificate, non è paragonabile a quella cilena. Sappiamo dai paradossi dei sofisti che la quantità modifica la qualità: non è vero che rubare 10 euro sia la stessa cosa sul piano etico che rubarne 10 milioni. La rivoluzione cubana, contro il fantoccio dittatore Batista, fu capitanata da intellettuali formati dai gesuiti, godeva dell’appoggio unanime della popolazione, gli USA avevano in Cuba una villeggiatura trasgressiva, dal gioco d’azzardo al turismo sessuale. L’appoggio dell’URSS venne dopo, provocato dall’embargo: Fidel all’epoca era cattolico non comunista.
    Poco dopo l’assassinio del Vescovo Romero, nominato Arcivescovo di Salvador da Paolo VI nel 1977, ci fu, l’omicidio di tre suore missionarie americane, tra cui MAURA CLARKE, domenicana, nota e amata in tutta l’America latina per l’attività missionaria svolta per 20 anni in Nicaragua, mandata in Salvador. Il 2/12/1980 furono trovati in una fossa i loro corpi, torturati, violentati, brutalmente uccisi dagli squadroni della morte, addestrati nella famigerata School of the American in Geogia USA ( Riccardo Michelucci, Avvenire del 28/1/17).
    Helder Camara il “vescovo dei poveri”, nominato arcivescovo di Recife da Paolo VI il 12/5/1964, visse come povero tra i poveri; apparteneva alla Teologia della Liberazione, ma non era comunista e neppure estremista, come si volle far credere.
    In Argentina dal marzo 1976, dopo il golpe di Vileda, al 1983 ci furono 30 mila desaparecidos: tutti ricordiamo la madri de la plaza da Maio, davanti alla Casa Rosada con le foto dei loro cari sfilare silenziose. E la Chiesa dov’era?
    La causa di beatificazione fu ritardata volutamente (Andrea Riccardi, corriere della sera) dagli alti prelati sudamericani, quelli che in patria vivevano negli agi in palazzi d’epoca, sedi delle Curie, e non avevano mai visto un villaggio; soldati sì, era impossibile non vederli. Ecco la mia proposta: tutti i sacerdori dell’America Latina, specie quelli destinati a incarichi importanti, prima di ottenerli, siano obbligati a trascorrere almeno 5 anni in una favela.
    Infine vorrei ricordare le stragi compiute dagli squadroni della morte in Brasile, formati da militari in borghese, pagati dai commercianti, che uccidono i bambini di strada delle favelas: sono i missionari italiani a difenderli come fa la chioccia coi pulcini. Le stragi, denunciò il Comitato ONU dei Diritti dell’Infanzia, subirono un forte incremento per ripulire le metropoli in vista dei mondiali del 2016 (Il fatto, 9/10/15).
    Eppure, un paradosso della storia, lo Spirito Santo che si è risvegliato, proprio l’America Latina ci ha regalato papa Francesco, la cui continua azione di difesa dei poveri e il repulisti, silenzioso ma efficace anche se inevitabilmente graduale, all’interno del Vaticano, procede inesorabile. Che Dio ce lo conservi a lungo.

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