Dialogo con Patrizia Nosengo sulla scissione del PD (e altro)

Franco Livorsi

pdNon sarei certo intervenuto ulteriormente se la mia cara amica Patrizia Nosengo non avesse posto a me e a Mauro Fornaro – con il bellissimo articolo, che è un vero piccolo saggio, Dubbi e domande intorno alla scissione del PD (10 marzo 2017), molti interrogativi specifici. Le “domande” erano rivolte soprattutto a me, anche se spero che altri vorranno intervenire. Si capisce che nel discorso di Patrizia la scissione è un punto occasionale per svolgere un discorso ben più ampio. E va bene. Non mi sottraggo di certo al confronto. Senza avere alcuna certezza, ma provando a spiegare come la penso io rispetto ai quesiti che la nostra cara Patrizia ci pone, propongo la riflessione che segue.

Un primo aspetto mi pare concerna quello che Jung chiamerebbe “spirito del tempo”, da lui contrapposto allo “spirito del profondo” (nel Liber novus. Libro rosso, Bollati Boringhieri, 2009). E verte sulla generazione dei quarantenni, in riferimento a un piccolo saggio in proposito pubblicato su “Città Futura on-line” dal nostro comune amico Giuseppe Rinaldi. Condivido del tutto quel che dice Rinaldi e che Patrizia conferma. Però i”quarantenni” hanno un’attenuante. Il vino precedente era diventato aceto e, come dice meravigliosamente il Vangelo,”Se il sale perde il suo sapore, chi lo potrà salare?”(Matteo, 5, 13-16). I vecchi “ismi”, con mio sincero dolore (perché almeno a quello del socialismo nella democrazia, magari mezzo rosso e mezzo verde, non avrei voluto e non vorrei mai rinunciare), sono o morti o ormai così “liquidi” da sembrare a volte vapore acqueo (appena vaghi punti di riferimento, più che altro morali). Questa “liquidità” – su cui Zygmunt Bauman ha scitto il suo famoso libro Modernità liquida (Laterza, 2003) – è un processo mondiale. Secondo me viviamo in un’epoca simile a quella intorno al 1830-1835, quando la Rivoluzione francese e i suoi postumi erano finiti (e anche la controrivoluzione reazionaria, clerico-nobiliare), ma gli ideali del 1848 e successivi erano ancora del tutto in incubazione. I nuovi ideali o non ci sono, o sono ormai “liquidi”, oppure, come spero, debbono ancora solidificarsi. Questa situazione storica mi sembra molto aggravata dal – o nel – contesto italiano, in cui palesemente gli “ismi” di cui sopra non solo si sono “indeboliti”, fatti “liquidi”, appena approssimazioni, ma intorno al 1993 sono “evaporati”, hanno subito una bancarotta fraudolenta, risultata così grave da trasformare in piccoli residuati bellici quelli che erano stati per cinquant’anni i tre maggiori partiti: i democristiani, i socialisti e i comunisti. Più o meno come i giacobini o i reazionari “di cui sopra” nel decennio anteriore al 1848. Questo retroterra ha pesato e pesa su tutte le mie valutazioni.

Vale pure per il PD. A me dapprincipio, dieci anni fa, non era affatto piaciuto. Non perché non vedessi quanti punti di contatto potessero esserci tra solidarismo cristiano e solidarismo socialista: punti così ben messi in luce anche da Patrizia. Anzi, siccome io dal 1979 – più o meno – in poi, non sono più né ateo né tantomeno materialista, ma piuttosto neospiritualista, magari un pochino panteista – nel senso di Bergson e Teilhard de Chardin, Jung e Fritjof Capra, fatti da me dialogare soprattutto con Marx, Nietzsche e Heidegger – a me l’incontro tra solidarismo socialista e solidarismo cristiano sarebbe andato non solo bene, ma addirittura benissimo. Tuttavia in un Paese in cui la sinistra aveva sempre confuso i cattolici con “i democristiani” (o con la “sinistra democristiana”) e in cui l’area di sinistra era stata prevalentemente comunista, quel matrimonio mi sembrava “mal combinato”. Sperai persino che una nuova socialdemocrazia rosso-verde potesse nascere, per reazione a quello strano connubio “innaturale”, tramite Sinistra Ecologia Libertà, cui pure non aderii formalmente. Poi constatai che il ceppo era più quello che veniva da Rifondazione che dalla socialdemocrazia europea. Ma debbo dire – proprio mentre constato la rottura del PD (e potrei dire “Io l’avevo detto”) – che oggi penso di essermi sbagliato. Il neosocialismo rosso-verde è risultato da noi impossibile, tanto che in queste settimane sono nate tre nuove famiglie di sinista – Sinistra Italiana, il Movimento Democratico Progressista e il Campo Progressista” – e nessuna delle tre riprende esplicitamente l’identità SOCIALISTA, che evidentemente vive “molto indebolita”, come un vecchio vivo ma infartato, in altri grandi paesi europei, ma è morta, almeno nelle radici, in Italia. In ogni caso i libri e gruppi che hanno riempito almeno quattro decenni della nostra vita (mia e di Patrizia, che pure ha dieci anni menodi me ed è stata mia bravissima allieva in Filosofia), ormai fanno parte della “Storia”. Ormai siamo in un’altra epoca. Si può parlare di Marx e di Rosa Luxemburg, di Lenin o di Lukàcs, di Gramsci o di Togliatti, di Basso e ormai persino di Foa, come di Mazzini e Cavour, agli attuali quarantenni trentenni o ventenni. Per spiegare a uno di loro il mio interesse per uno di questi “autori”, e perché alcuni di questi abbiano riempito la mia vita, lui dovrebbe lasciarmi parlare almeno per mezz’ora di seguito. E alla fine forse sarebbe più convinto che persuaso. Così ha fatto pure Renzi quando nella replica al Lingotto, pochi giorni fa, ha commentato (cioè non commentato), l’intervento di Giuseppe Vacca (citato e via). Siamo in un’epoca tutta diversa dalle altre predenti, come poteva essere la prima guerra mondiale per noi stessi, che pure avevamo conosciuto bene qualcuno che l’aveva fatta. Ma a parte “Il Piave mormorava” tutto era avvolto in una nebbiolina.

Io cerco di stare, non supinamente, ma attivamente, nella storia. Siamo in un’era post-socialista, anche se quel fermento durerà molti decenni. Perciò mio malgrado debbo riconoscere che il PD ha retto. Come partito di centrosinistra. C’è dunque più “spazio” per il Partito Democratico “all’americana” che per una grande socialdemocrazia europea in Italia. Bisogna ammetterlo. Sono passati dieci anni. I partiti “veri” – come possono esserlo in un’epoca di “liquidità” come questa – in Italia sono PD, Lega e Movimento 5 Stelle. E secondo me lo resteranno, con gli altri come forze di complemento poco rilevanti (per me compresa Forza Italia).

L’obiezione che mi e ci si può fare su ciò è doppia, ed evidentemente su ciò c’è tra noi dissenso. Il PD – pensa evidentemente anche Patrizia – non è più di sinistra. Renzi è democristiano o meglio ancora liberista, e tendenzialmente segnato da un leaderismo carismatico ben poco democratico, ma piuttosto populista. I punti da discutere sembrano quindi tre: i contenuti della politica del PD; la democrazia verso cui tende il “renzismo”, e la natura democratica o meno del PD renziano. La valutazione della stessa scissione del PD ne dipende.

Ora a me pare che la politica del PD sia di centrosinistra (senza trattino), ossia progressista. Anche qui vale il contesto storico e il confronto storico, senza di che non si può capire nulla. Il contesto è quello di un Paese in cui la politica economica si deve concordare necessariamente – magari a pugni – con l’Unione Europea, da cui non si può uscire, avendo 2200 miliardi di euro di debito, e con la liretta che avremmo, senza essere matti (o, peggio ancora, demagoghi che cercano di lucrare voti su problemi collettivi drammatici); è anche il contesto in cui la globalizzazione rende facilissimo sia esportare gli investimenti (con un “clic”), che avvalersi di manodopera anche qualificata a buon mercato (in altri Paesi vicini e lontani). Possiamo strillare come aquile dicendo che è ingiusto, ma Patrizia sa quanto me che di fronte agli strilli sull’evoluzione delle forze produttive Marx si sarebbe fatto quattro risate. Il confronto poi va fatto con i governi precedenti: non con quelli – che noi ricordiamo –  del tempo in cui Renzi non era neanche nato, ma con quelli dal 1994 in poi. Ora io credo che se valutiamo il CONTESTO e facciamo il CONFRONTO il governo Renzi, e ora Gentiloni, risultano del tutto progressisti. Non su tutto (ben inteso): non sull’articolo 18 (concernente sì e no il 5% della forza lavoro, operante in imprese sopra i 15 dipendenti), non sull’abolizione dell’IMU anche per le seconde case (che si poteva evitare), non sui capolista bloccati alla Camera (da evitare, sebbene stranamente accolti dalla Corte Costituzionale), e forse neanche sulla  scuola (in tal caso per “errori di gestione” su cui c’è una forte autocritica “renziana”, per cui è saltato un ministro), ma su tante altre cose. Intanto c’è stata una bella battaglia, d’intesa con il socialismo europeo (in cui Renzi ha voluto subito far entrare il PD), contro la politica deflazionista della UE e della Germania. Poi si è fatta una politica di accoglienza dei disperati, che non è stata niente male e che ora è razionalizzata da Minniti. Poi si sono dati 80 euro al mese “per sempre” a dieci milioni di persone sottopagate. Poi si sono raggiunti risultati ragguardevoli nel campo della lotta all’evasione fiscale. Poi sono stati dati nuovi diritti civili essenziali. E così via. Non riesco a capire che cosa ci sia si liberista e “non di sinistra”, ma centrista o neo-democristiano, in ciò. Tra l’altro a me Renzi, nonostante la sua formazione, non sembra neanche democristiano, come mi erano parsi Prodi e Enrico Letta. Semmai è “obamiano”, “blairiano”, magari craxiano (ma – nonostante il “babbo” o quel che si dice di quello, credo a torto – senza gli scheletri nell’armadio del capo di quel partito).

C’è poi la questione della democrazia del leader sia a livello di Stato che di partito.

Giustamente Patrizia cita Bobbio, per il quale il punto chiave della democrazia è quello procedurale. Bene. Per me il dato procedurale non consiste nel vedere se la democrazia sia parlamentare, presidenziale o semipresidenziale, ma se la divisione e il bilanciamento dei poteri, e la libertà di voto, siano rispettati. Ora le riforme “renziane” in termini leaderistici, erano molto moderate. Il Capo del governo non avrebbe potuto neanche nominare i ministri o sciogliere le Camere: il che è l’ABC non solo del presidenzialismo, ma anche del premierato all’inglese. Il monocameralismo era tesi difesa da sessant’anni dalla Sinistra. C’era sì il rischio che con una sola Camera (e “un pezzo”, ossia con un piccolo Senato a scartamento ridotto), il potere del premier fosse eccessivo di fatto, ma prima ancora del referendum si era deciso di subordinare l’Italicum (la nuova legge elettorale) alla Corte Costituzionale, e di ridiscuterlo, e sul Senato erano state accolte le proposte di Fornaro e Chiti come base. Renzi è così poco “leaderista” in materia che oggi purtroppo difende poco e male persino l’ipotesi del ritorno al Mattarellum; sembra dare per scontato il proporzionalismo, forse per sbagliato calcolo volto a mettere in difficoltà il M5S, che hanno (o avrebbero) più difficoltàa fare alleanze, come la proporzionale impone. Temo come la peste il ritorno a una proporzionale che, senza i partiti della prima repubblica, ci darebbe ingovernabilità certa, e comunque ci farebbe tornare a norme elettorali del 1948 che erano bollite sin dal 1993. Ma Renzi è così leaderista che potrebbe persino consentire il ritorno di un tale cadavere, purtroppo. In tal caso totalmente contro la mia opinione. Condivido l’appello di Graziano Delrio, il solo del PD – che per ora è in seconda fila – che secondo me sia più bravo “su tutto” anche di Renzi, il quale Delrio in  una delle ultime Direzioni ha detto ai suoi compagni: “Vi scongiuro di fare una nuova legge elettorale” (che salvi il maggioritario, naturalmente, senza di che persino il PD come “partito a vocazione maggioritaria” avrebbe poco senso).

Quella di Renzi e del PD, per me – che vedo le cose forse un po’ troppo da “inattuale”, e un po’ dall’esterno – è la situazione più paradossale e incredibile che io ricordi non solo come cittadino che segue la politica in modo molto attivo dal 1962, ma anche come storico. Mi ricorda La grande paura del 1789 (1952, Einaudi, 1953) di Georges Lefebvre, quando dopo la presa della Bastiglia le masse rurali temettero una grande repressione aristocratica a loro danno che non aveva il più piccolo fondamento, ma che “si era diffusa” come “diceria”, provocando una reazione di massa furibonda. Ora viene trattato da “piccolo duce” uno (Renzi) che ha consentito per anni di votare contro il suo governo senza protestare; che ha permesso per anni ai suoi avversari interni di fargli il contropelo alla TV, e persino di organizzare una campagna elettorale referendaria contro lasua posizione maggioritaria, e che ha convocato le Direzioni e Assemblee più di tutti i suoi predecessori, “coram populo”, in streaming. Anche i gruppi parlamentari sono stati sempre convocati prima delle deliberazioni.. Per essersi astenuti sul primo governo con la DC, 25 deputati socialisti tra cui c’erano tipi come Basso e Foa, furono deferiti da Nenni ai probiviri e sospesi dalle cariche a fine 1963, per tacere del modo in cui trattavano il dissenso interno i comunisti. Inoltre va detto che chi protesta contro la deriva “centrista” e autoritaria del PD di Renzi aveva fatto due elezioni politiche col Porcellum e aveva subito la riforma delle pensioni della Fornero senza fiatare. Non dico affatto che Renzi non abbia dei limiti non piccoli come leader specie di partito (compreso un carattere non coinvolgente, ma troppo spiccio). Tante cose – credo proprio per i limiti generazionali di cui ha detto Rinaldi e che Patrizia conferma – avrebbero potuto essere fatte diversamente, e secondo me attestano che Renzi è un notevole leader più di governo che di partito (anche se “va migliorando” in parte, come si è visto al convegno del Lingotto dei giorni scorsi). Ad esempio è buona regola della politica quella di battere i propri avversari e SUBITO DOPO fare il compromesso con loro, in generale e tanto più se siano della tua parte. Renzi, così, avrebbe potuto mandare D’Alema in Europa al posto della Mogherini; essere più attento ai pareri della minoranza e pure alla sensibilità delle persone; farsi condizionare meno dal risentimento, anche se essere equanimi con compagni che ti fanno una campagna elettorale contro sul problema cui hai legato la tua vita avrebbe richiesto una circolazione del sangue da culo di pietra dell’Internazionale Comunista, contraria al suo temperamento da giovane leader e da toscano, come a quello del 99 per 100 dei comuni mortali. Si dice pure che presentare da solo una riforma dello Stato, sostenuta appena dall’area di governo, è contrario allo spirito costituente: sì, ma capita dal fallimento della Bicamerale di D’Alema del 1997 in poi. SEMPRE. Non si può più fare una riforma se non così. Anche ora, quando sarebbe questione assolutamente vitale fare una nuova legge elettorale per non andare dopo le elezioni all’assoluta ingovernabilità, alla fine o sarà l’area di governo a proporre, sapendo che gli altri le diranno di no (ma insistendo sino al voto di fiducia),  o verrà fuori un immondo pastrocchio, come sarebbe la mera recezione del parere della Consulta, anche applicato al Senato (il che purtroppo è più che possibile).

Perché la scissione? Ed è una scissione?

Secondo me gli scissionisti hanno commesso – confermando un’assoluta pochezza politica manifestatasi dal giorno dopo le elezioni del 2013 in poi – l’errore politico più grande della loro vita. Un errore di incapacità ad accettare la vera democrazia di partito, un errore impazienza e un errore di sottovalutazione del ruolo del leader nella storia e tanto più ora.

Errori storici se ne fanno tanti, come quando Hitler nel 1941 attaccò l’URSS ponendo le basi della sua provvidenziale rovina.  Dentro il Partito gli scissionisti – trascinando pure taluni ex socialdemocratici come il mio stimato amico Federico Fornaro – hanno operato da ex comunisti (punto e basta), in ciò diversi dagli altri partiti. I comunisti, dopo il 1926, hanno sempre deciso “tutti insieme” (e così han fatto “senza comunismo”), tramite quelli che Renzi chiama sprezzantemente”i caminetti”. Su ogni problema minimamente rilevante, le venti persone che hanno più seguito, pur diversamente orientate, si mettevano d’accordo prima. E se non trovavano l’accordo, non decidevano. Così decidevano tutto 95 a 5 (o all’unanimità). Al comunismo non crede più nessuno, ma è rimasto il riflesso condizionato. Ora Renzi è l’opposto (persino troppo, come ho detto). Ha una visione maggioritaria della democrazia, che ad esempio era un’ovvietà tra i socialisti di ogni colore (e in “tutti” i partiti non comunisti). La costituzione materiale (oltre che formale) lì era la seguente: “Noi decidiamo a maggioranza, e voi dissidenti, che all’esterno dovrete un pochino ‘abbozzare’, e conformarvi alla maggioranza nelle istituzioni elettive, siete liberi di organizzarvi per farvi valere al prossimo congresso, rispettando nel frattempo il manovratore, chi ha la maggioranza. Se facessimo altrimenti, decidendo tutti insieme, staremmo sempre fermi”. Tutta l’incompatibilità di carattere tra Renzi e la minoranza, al di là dei limiti caratteriali, ha tale origine. C’erano certo differenze vere, anche assolutamente serie e spesso condivisibili (non sempre), tra la cosiddetta Sinistra e i “renziani”. Ma se Renzi, come i predecessori, avesse accettato il metodo della mediazione politica permanente per comporre preventivamente i contrasti interni, con relativa condivisione delle “responsabilità”, essi sarebbero stati ricomposti. Invece Renzi ha “preteso” che i dissidenti, come tra i socialisti o i cattolici democratici e in quasi tutti i partiti, attendessero di ridiventare loro maggioranza, rinunciando a quelle mediazioni all’infinito che avevano tanto e tante volte “bloccato” i suoi predecessori nelle loro scelte più audaci (in realtà, senza che lui lo sapesse o sappia, sin dal tempo di Togliatti). Quel che era ovvio per i capi dello PSI o della DC non lo era per quelli del PD, abituati ad una logica di condivisione anche a scapito della decisione dai “bei tempi” del PCI a quelli anteriori a Renzi. Questo è così vero che se Renzi, che può solo agire così, si fosse messo da parte a tempo inderminato, come capo del partito e del governo – come certo avevano creduto se il 4 dicembre fosse stato sconfitto (come lo è stato) – non avrebbero fatto nessuna scissione. Si provi a chiedere a uno degli scissionisti se avrebbe fatto la scissione se Renzi se ne fosse andato senza se e senza ma. Se l’interlocutore è sincero, secondo me dirà di no. Gli stessi che si sono separati tornerebbero a casa (“Torna a casa Lassie”), se Renzi venisse liquidato. Questo leader non è contestato perché è democristiano (Prodi e Letta lo erano cento volte di più), ma per la stessa ragione per cui lo erano stati “il rinnegato Kautsky”, il “rinnegato Saragat”, e soprattutto il “rinnegato Craxi”, cioè i leader socialisti che non avevano accettato di farsi scrivere il copione dai loro contraddittori interni o contigui, politici o sindacali (anche se Renzi e il PD sono molto migliori moralmente di Craxi e dello PSI). Tuttavia anche se quella che ha dato vita al Movimento Democratico Progressista per ora è più una separazione che una scissione, il 3% che porterà via al PD nelle elezioni del 2018 basterà a fargli perdere la maggioranza relativa e il connesso incarico di formare il governo. Dal 1994 lo scarto tra primo vincente e primo perdente è inferiore al milione di voti. Dopo di che, il fatto che questi compagni rientrino o meno nel PD, importa solo ai militanti. Naturalmente spero di sbagliarmi, ma temo moltissimo di aver ragione.

Questa posizione degli avversari di Renzi sottende pure una grave sottovalutazione della democrazia del leader, nel governo e nel partito. Il leader da solo non conta nulla. Aveva ragione, in senso letterale, il vecchio Brecht: “Cesare conquistò le Gallie. Non c’era con lui nemmeno un cuoco?” Sì, ma se si pensa che i cuochi siano i conquistatori delle Gallie, si pensa malamente. Il leader è una condizione necessaria, sebbene totalmente insufficiente da sola. Oggi vale nello Stato e nei partiti (PD compreso). La democrazia parlamentare richiede forti partiti. Senza, essa è impossibile. A meno che si supplisca con governi di unità nazionale. Siete pronti a governare con Berlusconi e Salvini? – Perché questa sarà la domanda l’anno prossimo, se continua così. Se, com’è molto possibile, avremo un’ammucchiata contro il M5S, la  marcia su Roma democratica di Grillo sarà poi irresistibile, a furor di popolo.

Comunque al di là della democrazia parlamentare (dei partiti), c’è solo quella presidenziale o semipresidenziale (di cui l’elezione diretta di sindaci e presidente di Regione è stata prefigurazione, e il fallito “Italicum” di Renzi uno “sfilatino pallido”). In quel caso o si ha il semipresidenzialismo o qualcosa che gli assomigli (come il premierato “all’inglese”, cui il”renzismo” occhieggiava con riforma costituzionale e Italicum). Nell’epoca odierna – della crisi degli “ismi” o ideologie – la “gente” può mantenere un po’ di fiducia nelle pubbliche istituzioni (il che è indispensabile alla tenuta del sistema-Paese) solo se può scegliere un leader di sua fiducia (come il Sindaco) e se crede che il “partito” che sceglie sia più onesto (o meno disonesto) degli altri. E’ già molto aggiungervi l’orientamento più accogliente e protettivo verso la povera gente (sinistra) oppure “respingente” (destra e “trasversali”). Il “renzismo” voleva proporre il e i suoi leader, dai sindaci al “sindaco d’Italia”. Ha pure optato per l’onestà dei suoi capi di governo, consegnati senza se e senza ma alla eventuale valutazione dei giudici in caso di guai. Queste sono istanze ormai epocali. L’idea che il PD potrà essere diretto o da uno che non riuscirebbe a convincere una Sezione, come Orlando, oppure da uno come Emiliano, talmente populista che in confronto Renzi è un liberale alla Luigi Einaudi, è un’altra delle tante manifestazioni autodistruttive della sinistra. I leader democratici, e non, non nascono come i fagiolini. Se “Renzi” avesse vinto il referendum e l’Italicum fosse stato confermato, il PD sarebbe stato il partito progressista in grado di governare senza i moderati o peggio; in seguito alla sconfitta, possiamo avere la certezza matematica che si determinerà, con le elezioni, uno dei seguenti scenari: o un’assoluta ingovernabilità; o il governo ultrapopulista di Grillo, quasi certamente con Salvini e la Meloni (anche se verrà fuori solo dopo le elezioni); oppure un governo neo-democristiano – il cui eroe eponimo è il democristiano d’antico-nuovo pelo Franceschini – che andrà dal PD a Forza Italia e Lega,e oltre. Se accadrà – quali saranno le nostre fumisterie ideologiche – la Storia ce ne chiederà conto. Voglio aggiungere un piccolo tocco di mistero, che non spiego ulteriormente perché sono già stato troppo lungo. Dopo lo scacco di Grillo, per suo tramite o con un altro gruppo, il populismo che arriverà sarà una dittatura o semidittatura “alla Putin” o “alla Erdogan”. Così il cerchio della follia autodistruttiva della sinistra sarà chiuso.

(franco.livorsi@alice.it)

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