EpProust si muove! “Ma è lui o non lo è?”. “L’ho visto prima io!” “No, ne avevo già scritto…”

Nuccio Lodato

prIl Québec, come tutti sanno, è l’area francofona canadese: un territorio immenso, grande sei volte il nostro, ma popolato si e no da un settimo degli abitanti dell’Italia. Pullula, in proporzione,  di atenei (il Canada non può definirsi un paese arretrato). Uno di essi è l’Università Laval: fino ad alcune settimane fa buona parte del mondo, anche transoceanico, ne ignorava legittimamente l’esistenza.

Il 15 febbraio – potenza dell’iperconnessione mediatico-transcontinentale istantanea- eccone il nome improvvisamente sbalzato su quotidiani cartacei e digitali ovunque. Spesso designata come “università di Laval”, ma erroneamente: pur sorgendo nella città omonima, da lui stesso propiziata, deve la dedicazione a François de Montmorency-Laval, primo vescovo cattolico del futuro Canada, protagonista di una vita missionaria e politica avventurosa nell’età di Luigi XIV (il suo cartiglio episcopale recitava: “Dio aiuti  il primo barone cristiano”…) e recentemente elevato all’onore degli altari da Benedetto XVI.

Al suo interno opera un professore di storia del cinema, a sua volta fregiato di un doppio cognome come il padre fondatore: Jean-Pierre Sirois-Trahan. I francocanadesi, nello specifico della disciplina, ci sanno decisamente fare: basti pensare a un libretto semplicemente geniale come Il cinema delle origini (Il Castoro, 2004: non è l’unico tradotto da noi) di André Gaudreault, che oggi lavora da maestro riconosciuto all’università di Montréal, ma si era a sua volta laureato alla Laval, dove ha poi cominciato a insegnare. Anche Sirois, che con Gaudreault ha collaborato (e prima, probabilmente, studiato) è uno bravo: il suo sito dà conto di una produzione seria, coerente -principalmente centrata com’è a sua volta sul nodo dei primitivi dello schermo- e non pretestuosa.

Veniamo al fatto. Un giornale per tutti, “l’Unità” del 16 febbraio, a firma Mario Lavia. Titolo: L’emozione di vedere Proust che si muove. Ma è lui? Catenaccio esplicativo: Incredibile scoperta d’archivio: il grande scrittore per due secondi in un video del 1904. A parte il fatto che, ovviamente, non si tratti di “un video” (tecnomostro che all’epoca, per transitoria grazia divina, né esisteva né era ipotizzabile) la sensazionalità della scoperta sta tutta qui. E non è poco: di e su Proust è disponibile un discreto repertorio fotografico (da noi Alla ricerca di Swann di Scaraffia, Studio Tesi 1986 e l’Album Proust curato dal compianto De Maria, Meridiano dell’anno successivo) ma non se ne conosceva alcuna “immagine fotodinamica montata”, come avrebbe poi scritto Galvano della Volpe per definire impeccabilmente il concetto di film.

A questo punto però salta su Laure Hillerin, un’accreditata free lance francese della mia generazione, attendibile divulgatrice specializzata anche in cose proustiane, lamentando non trattarsi affatto di uno scoop: del film aveva già scritto lei, a pag. 78 del suo libro –leggibile gratis in rete…- “La Comtesse Greffulhe. L’ombre des Guermantes”, tre anni fa! Affida il suo messaggio, tra stupefatto, ironico e un po’ risentito, innanzitutto a una storica rivista di spettacolo, ora online, “Télérama”, e poi al sito  del proprio editore, Flammarion. Ma i quotidiani francesi sono più smagati di quelli stranieri, essendo oltretutto adusi a fare della Ricerca sulla Recherche una sorta di religione nazionale, coniugabile con la tradizionale, cara grandeur dei cugini d’oltralpe. Già il giorno dopo, 16 febbraio, ad esempio, “Le Monde”, con un lungo articolo di Violaine Morin, non solo rinviava con nettezza alla primazia della Hillerin, ma rivelava addirittura che, nella sezione “Film di famiglia” depositati presso gli Archives du Film- Centre National de Cinématographie a Bois d’Arcy, lo spezzone divenuto casus belli era il più consultato (anzi, l’unico ad esserlo, secondo i conservatori…) dopo la donazione da parte degli eredi di chi si vedrà tra poco, ma che questo dato era già noto ai lettori di “Libération” addirittura nel 2003!

Himmelin sostiene persino di aver all’epoca avvertito quei cinetecari della sensazionalità della ipotesi identificativa, ricevendone in cambio soltanto, a suo dire, un’attenzione distratta, disinteressata e senza ricadute successive. Meno adusa dell’emulo canadese all’outing multimediale, intenta com’era solo alla propria biografia della divina nobildonna, tutto le era però probabilmente venuto in mente tranne che di lanciare nel mare sterminato del web il filmato, cosa che avrebbe oltretutto implicato una delicata trattativa con la famiglia donatrice e la cineteca detentrice: che invece con tutta evidenza il canadese ha saputo condurre in porto, coinvolgendovi oltretutto in positivo i mostri sacri ancora viventi del proustismo francese. Il filmato era lì, visibile e lanciabile: ma se solo lei ha saputo scorgervi tra gli invitati la figura dello scrittore, soltanto lui ha avuto l’idea di far esplodere la cosa multimedialmente. [Non m’interessava essere il primo, volevo solo mettere a disposizione di tutti quanto… retrouvé, si “giustifica” lui. Per essere un accademico, niente male come attitudine mediatica! conclude con raffrenata ironia lei]. Ma il differenziale è anche di tonalità valutativa: la Hillerin, nella pagina ricordata, si manteneva prudentemente su di un registro, per così dire, favorevolmente dubitativo: “Può essere  che sia lui, quest’uomo in cappotto chiaro, con in capo una bombetta che gli lascia gli occhi nell’ombra, permettendo di intravvederne la barba e l’ovale del viso?”. Sirois-Trahan, invece, è sicuro dell’identificazione, tanto da sostenerla con un corposo saggio di taglio “scientifico” di una ventina di pagine, sull’ultimo numero (il 4, monograficamente dedicato proprio ai rapporti tra lo scrittore e il cinema, che cura personalmente con Thomas Carrier-Lafleur, suo collega di ateneo e interessi cineproustiani) della “Revue des études proustiennes” dell’editore Garnier, un novello tempio riconosciuto dal proustismo mondiale.

La sola trascrizione del relativo abstract dà conto del suo orientamento: “Un film della famiglia Greffulhe datato 1904, realizzato in occasione del matrimonio di Armand de Guiche, un caro amico di Marcel Proust, e di Elaine Greffulhe, la figlia del conte Henry Greffulhe,  ci consente di ammirare l’aristocrazia del Faubourg Saint- Germain. Siamo nel mondo dei Guermantes, universo fatto di apparato e di ricchezza. Un uomo dall’abbigliamento originale discende il tappeto rosso. Il testo dimostra che questo spettro altri non è che Marcel Proust, e che si tratta del primo film in cui lo si vede apparire “ (Un spectre passa… Marcel Proust retrouvé).

Il film, si vedrà, proviene piuttosto dalla famiglia Gramont, erede dello sposo; che il tappeto fosse rosso è una pura induzione, probabilmente fondata, conoscendo gli usi dell’aristocrazia di allora come dei cinefestival di oggi, ma ovviamente dal bianco e nero dell’antica emulsione non lo si può arguire. Cosa si vede dunque nei 64 secondi di proiezione dei 34 metri di pellicola, utilizzandone la versione “ufficiale” intestata al Ministero della Cultura transalpino? La discesa, ripresa in camera fissa, com’era inevitabile ai tempi, di un corteo nuziale in uscita, lungo una scalinata non identificabile. Che si trattasse della Madeleine a Parigi lo sappiamo dalla documentazione mondana d’epoca, dato che si trattò appunto di un evento capitale per il tout Paris: dalle medesime fonti ne conosciamo con certezza anche la data, il 14 novembre 1904, e la presenza di Proust alla cerimonia religiosa era già attestata da più biografi. Lo aprono due frettolosi fotografi costretti a loro volta in redingote e cilindro, che parrebbero renderli indistinguibili dagli invitati, non fosse che impugnano i troppo voluminosi ferri del mestiere, preoccupati con evidenza di ripiazzarli alla svelta al termine della discesa per riprendervi nuovamente la coppia di sposi, che segue immediatamente preceduta da due solennissimi apricorteo in livrea, e a sua volta seguita da coppie (i primi paiono, anche dal raffronto fotografico, i genitori della neo-sposa) in elevato numero e da singoli alla rinfusa. Il primo tra questi, transitante ai secondi 37-38, e distinguibile anche perché è uno dei due soli invitati dal soprabito chiaro, sarebbe/è per l’appunto Marcel (naso aquilino un po’ inaspettato ed evidenziato, soprattutto dal ralenti, permettendo); tra gli altri, alcun addetti ai lavori avrebbero identificato il di lui amico Lucien  Daudet e addirittura il grande filosofo Henri Bergson, futuro premio Nobel, parente alla lontana dello scrittore per via di matrimonio, ed entro certi limiti annoverabile tra gli ispiratori della sua “memoria involontaria”.  In tutto, tra coppie e singoli, invitati e addetti (ci sono a un certo punto ulteriori fotografi ritardatari, indistinguibili dai primi al punto da far sospettare per un attimo un replay…) vediamo sfilarci davanti nella discesa una cinquantina di persone: Proust è la ventitreesima.

Bandita per un attimo la noia della pseudofilologia, vediamo di capire qualcosa di più sul momento e i personaggi. La coppia di sposi è assai in vista, proprio nell’ambiente –il faubourg Saint-Germain al tempo della Terza Repubblica- che il neoromanziere aveva già finito di abbozzare da quattro anni in Jean Santeuil (senza pubblicarlo) e avrebbe cominciato a consegnare invece davvero all’immortalità da lì a cinque, ponendo mano alla Recherche.

Lui è il duca Armand de Guiche (1879-1962, futuro duca di Gramont dal 1925: la madre era una Rothschild…), cultore delle scienze e imprenditore. Proust in realtà l’aveva conosciuto solo un paio d’anni prima una cena della principessa Bibesco: sarebbe stato tra i modelli-base del Saint-Loup del romanzo. Gli aveva prima firmato con invio lusinghiero una copia de I piaceri e i giorni, e  dopo la cerimonia gli avrebbe indirizzato una lettera, altrettanto lusinghiera nei confronti… della suocera, che la Himmelin puntualmente cita. In maniera meno lusinghiera nei suoi confronti, per la verità, si sarebbe espresso all’indomani della cena Bibesco, in un’altra lettera (tradotta anche in italiano nell’antologia dell’epistolario, Le lettere e i giorni, edita da Giancarlo Buzzi per i Meridiani nel 1996) al cugino dell’anfitriona, Antoine, anch’egli recente ma già suo intimo amico, altro modello parziale per il futuro Saint-Loup.  E, invitato nel luglio alla festa di fidanzamento dei due, ne aveva dato conto spassosamente sempre per via epistolare –beate epoca!- a Bertrand Salignac-Fénelon (mi riferisco sempre alla fonte citata, come per le seguenti). A ulteriore prova del suo stretto coinvolgimento nel matrimonio, Proust avrebbe indirizzato ai ducali freschi sposi, il 23 novembre, al loro ritorno dalla luna di miele, una lunga missiva dalla quale deduciamo anche quale fosse stato il proprio regalo di nozze, figurante del resto, ma in modo erroneo, nel relativo elenco, pubblicato dal “Figaro” cui peraltro aveva cominciato da pochi anni a collaborare: “astuccio dipinto da Madeleine Lemaire”. In realtà si trattava… di un revolver (chi l’avrebbe mai detto!), sul cui astuccio di cuoio aveva fatto incidere dall’amico pittore Frédéric “Coco” de Madrazo un verso dalla raccolta poetica giovanile della sua sposa: l’equivoco aveva suscitato l’ironia epistolare della stessa Madame Lemaire, la frequenza del cui salotto accomunava il giro. L’anno successivo Proust avrebbe avuto di che lamentarsi col principe Leon Radziwill (un cui discendente sarebbe divenuto cognato di Jacqueline Kennedy…) di una presunta scorrettezza letteraria del duca, che da parte sua si sarebbe  occupato di menu e lista vini per un’affollatissima cena al Ritz del 1907. La coppia amica sarebbe poi stata ospitata da Proust al mare, per una cena al Grand Hotel di Cabourg, mercoledì 4 settembre 1907; lo avrebbero a loro volta invitato a una serata musicale domestica, giovedì 4 luglio 1912.  Armand si sarebbe adoperato invano sia per farlo ammettere al Polo Club, proprio all’epoca del matrimonio, che per evitargli il doloroso trasloco del 1919 da boulevard Haussmann a rue Hamelin, facendogli peraltro ottenere una buonuscita dal proprietario. Proust ne scriverà per un’ultima volta, alla fine del 1921, neppure un anno prima di morire, in una lettera a Walter Berry: “Non vedo Guiche da parecchio (mi ha scritto ma non ho la forza di rispondergli). Per me (potete dirglielo) il suo destino è scritto in queste parole: “Non troppi piaceri della carne e non intellettualizzare il golf”. Non riesce a credere che gli occhi chiaroveggenti trapassano i muri”.

La già precoce poetessa da lui impalmata quel giorno è Elaine Greffulhe (1882-1958), figlia del conte Henry e della leggendaria consorte, Elisabeth de Caraman-Chimay, suprema bellezza parigina della sua epoca, cui il filmato, come spesso accade in questi casi (diversi anche gli orientamenti estetici in fatto di bellezza femminile un secolo fa, e complice il trascorrere del Tempo) non sembra fare giustizia. Il fluviale romanzo trasfigurerà questi i genitori, com’è noto, nella coppia Bazin/Oriane, cugini e coniugi, principi dei Laumes e poi duchi di Guermantes: di lei il Narratore si innamorerà inevitabilmente a prima vista già nel volume iniziale, contemplandola come un’apparizione nella chiesa di campagna a Combray. Con Elaine, tuttavia, pur frequentandola abbastanza assiduamente insieme al coniuge, Proust non mostrerà la medesima confidenza:  le indirizzerà un’unica, stupenda lettera personale, quasi di congedo, sul finire della propria vita, il 18 dicembre 1921, per ricordare il comune amico Robert de Montesquiou, morto a Mentone una settimana prima, dandole rispettosamente del voi, e annotando sorprendentemente in apertura “non vi conosco quasi”, ma rivolgendole reiterate espressioni ammirative, estese con ferrea coerenza anche a sua madre…

Nel 1904, mentre l’affare Dreyfus imboccava la propria parabola risolutiva, dal momento che era stata gli era finalmente stata ottenuta la revisione del processo (e la disputa aveva profondamente lacerato la società francese anche letteraria, con le forti prese di posizione di Zola e dello stesso Proust a favore dell’ingiustamente condannato), il trentatreenne aspirante scrittore, all’indomani della scomparsa del padre, aveva pubblicato la versione della Bibbia d’Amiens di Ruskin (della quale proprio Bergson avrebbe relazionato all’Accademia delle Scienze il 28 maggio), ponendo mano a quella successiva di Sesamo e i gigli. Ma soprattutto avrebbe fatto uscire, il16 agosto sul “Figaro”, il basilare articolo sulla Morte delle cattedrali.

Per concludere, va innanzitutto ricordato che all’epoca anche i film spettacolari professionali (le “attrazioni” teorizzate da Gaudrealt) non avevano durate significativamente superiori e soprattutto, al di là del titolo e del marchio della casa di produzione, non presentavano quei titoli di testa (o di coda) cui noi spettatori odierni siamo assuefatti (il titolo, facile, Marcel Proust retrouvé è stato aggiunto a epilogo di quanto sopra narrato). In altre parole, per la rudimentale produzione fino tutti gli anni Dieci del secolo scorso, in linea generale, gli storici odierni sono adusi a tentare l’identificazione degli attori, anche quelli principali e importanti dal punto di vista artistico, con un complicato lavoro intuitivo di comparazione fisiognomica. La stessa cosa accade con questo Proust” semi-istantaneo e –volendo- con tutti gli altri personaggi che scendono composti e in fila la scalinata della Madeleine, a cominciare dagli sposi e, si presume, dagli augusti genitori e dagli altri invitati di rango. Ma anche l’esistenza stessa del documento visivo è di per sé un fatto eccezionale, a riprova dei notevoli mezzi a disposizione delle grandi famiglie nobiliari coinvolte negli sponsali. Filmare una cerimonia privata di allora non era la sinecura inflazionante, consentita oggi dai tablets o dalle tecnologie digitali, come già del resto mezzo secolo fa dal super8. A cavallo tra l’Otto e il Novecento, potevano permettersi il lusso di farsi riprendere o avevano il prestigio di essere ripresi i regnanti, il papa Leone XIII, le celebrità mondane o politiche, artistiche o scientifiche. I Lumière e gli altri pionieri dell’incipiente e ancora balbettante industria del cinema potevano riprendersi perché… si autoproducevano. Questo rende il dibattuto documento visivo doppiamente prezioso: quando Anna Masecchia potrà attendere a una seconda edizione del suo bel libro “Al cinema con Proust” (Marsilio 2008) sarebbe bello volesse dedicarvi un nuovo, prezioso capitolo, e la stessa cosa potrebbe fare Gianni Olla con le sue preziose riflessioni cineproustiane.

Il rendiconto, manifestando diverse gratitudini a Hillerin e a Sirois-Trahan, è assai positivo: c’è davvero (come non essere d’accordo con quanto hanno dichiarato al riguardo Jean-Yves Tadié, Luc Fraisse e altri eminenti critici proustiani?) la doppia emozione non solo di vedere l’autore muoversi, sia pure soltanto per due secondi, in carne e ossa, ma di vederglielo fare attorniato dal mondo che, da lì a pochi anni, sarebbe divenuto, per nostra immortale e inalienabile fortuna, quello dei suoi personaggi. E’ la Parigi aristocratica che in realtà non si era ancora ripresa dai conseguenti  choc della sconfitta del ’70, del crollo del Secondo Impero e del brivido della Comune. Di fronte a una simile rilevanza potremmo anche ipotizzare un motivo dell’atteggiamento, peraltro non insolito nella particolare genìa cinetecaria, dei curatori i curatori del Centre Nationale du Cinématographie di Bois d’Arcy denunciato dalla Hillerin. Si saranno forse sentiti –rammentando l’articolo di “Le Monde” col riferimento a “Libération”- ripetere da anni la solfa, e nessuno di loro era forse dotato di una sensibilità particolare riguardo al Tempo perduto e al suo autore.

 Ai consumatori di coca-cola coi menu scontati fast food, probabilmente, non debbono fare né caldo né freddo tanto i matrimoni Belle Epoque alla Madeleine con maiuscola, quanto le tazze di the sprigionanti memoria involontaria grazie alla madeleine con la minuscola.

Sitografia (come s’ha da dire purtroppo adesso, a uso dei soli e rari lettori interessati…):

  • youtube.com/ proust sirois-trahan (visibilità del film, già caricato una dozzina di volte)
  • ulaval.ca/ sirois-trahan (tutto sull’ateneo, le sue attività e il docente in questione)
  • umontreal.ca/ repertoire-departement/gaudreault-andre (sul maestro canadese)
  • classiques-garnier.com (la “Revue des études”: leggibile il saggio di Sirois-Trahan)
  • quotidiani.net (recuperando la notizia negli archivi online dei quotidiani preferiti)
  • telerama.fr (l’articolo di Julia Vergely con la reazione della Hillerin alla “scoperta”)
  • lemonde.fr (l’articolo di Violaine Morin che già il 16 febbraio dà conto dell’equivoco)
  • google.it/ laure hillerin (testi e immagini sulle orme della scrittrice e di altro Proust)
  • comtessegreffulhe.fr (lettura digitale del libro e giacimento di curiosità proustiane)
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