Dubbi e domande intorno alla scissione del PD

Patrizia Nosengo

pdMi inserisco nell’argomentato e lucido confronto tra Mauro Fornaro e Franco Livorsi, in merito alla recente cosiddetta scissione del PD, senza poter aggiungere alcun contributo, ma ponendomi – e, se posso, ponendovi – alcune domande e alcuni dubbi che la lettura degli articoli pubblicati su “Appunti Alessandrini” mi ha suscitato.

La prima domanda, che riprendo dagli articoli di Mauro Fornaro e Franco Livorsi, nonché dal dibattito organizzato da “Città Futura” è: quella che si è determinata dentro al PD è stata una scissione vera e propria, in tutto simile alle numerose e potremmo dire costanti fratture del movimento operaio e socialista italiano, o si è trattato piuttosto di una spaccatura di differente genere? Nel primo caso, non potremmo che affermare l’incongruenza e la dannosità incontrovertibile di una spaccatura, che richiama i fantasmi del frazionismo e si ricollega alla costante storica delle molteplici scissioni novecentesche, tutte – o quasi tutte – profondamente deleterie per la sinistra italiana e, come afferma Livorsi, tali da impedirne la pur necessaria e sempre disattesa rifondazione. Se, al contrario, si è trattato di un’operazione diversa, il giudizio potrebbe essere più problematico e sfumato.

Ora,  a tale proposito, è probabilmente decisivo osservare come la divisione del Pd sia percepita nell’autorappresentazione dei fuoriusciti: se, infatti, nelle precedenti scissioni i gruppi secessionisti – che diedero vita, nel corso del Novecento, a PCd’I, PSU, PSDI, PSIUP, gruppo del Manifesto, ecc. – si disgiunsero dal partito di provenienza, per scegliere una soluzione politica alternativa e, talora, addirittura una differente Weltanschauung di riferimento, la tesi della “minoranza” PD mi pare essere che la fuoriuscita dal partito non abbia come obiettivo la negazione del progetto politico che lo contraddistingue all’origine, bensì, semmai, la sua riproposta, a fronte del mutamento di paradigma che l’attuale dirigenza gli avrebbe impresso. Se tale rappresentazione fosse oggettiva, allora ci troveremmo dinanzi a una divisione di segno opposto rispetto a tutte quelle precedenti e quindi a una pseudo-scissione, anziché a una scissione vera e propria.

Ebbene, come giustamente richiama Livorsi, il PD nasce dal tentativo di coniugare, in una sintesi virtuosa, la tradizione del socialismo e del peculiare comunismo italiano con la tradizione del cattolicesimo politico legato alla dottrina sociale della Chiesa. Per quanto accidentato, il percorso che conduce all’incontro di questi due archetipi si fonda su una contiguità in parte rintracciabile negli orizzonti ideali dei due schieramenti, ma anche pragmaticamente dimostrata come possibile dall’esperienza dell’Ulivo, prima ancora dalla sintesi che diede vita alla Costituzione italiana e, tra la fine della II guerra mondiale e la metà degli anni Settanta, dai movimenti innovatori della sinistra e dalle comunità di base cattoliche, nei quali il riformismo socialista e quello del robustamente pragmatico comunismo emiliano, le suggestioni marxiste e le utopie palingenetiche del movimento degli studenti e del nuovo sindacalismo dei consigli si fondono con i riferimenti morali e ideali del cattolicesimo progressista: le critiche di Capitini alla “civiltà pompeiano-americana”; le istanze di Dossetti di una “Costituzione in senso forte”, intesa come patto civile rivolto al futuro, denso di alti valori morali; l’esperienza pastorale di Lorenzo Milani e l’attivismo educativo e sociale di Danilo Dolci. Si tratta di un incontro tra umanesimo socialista e umanesimo cattolico, che si riconosce nella considerazione del lavoro quale primo fondamento del repubblicanesimo italiano, nella tensione verso una crescita civile, morale e spirituale dei cittadini e nell’agire politico riformista e progressista, capace di includere in un comune progetto politico le bipolarità dialettiche ineliminabili dell’economia in una società democratica: l’imprenditore e il lavoratore dipendente; l’intrapresa privata e il ruolo regolativo e propositivo del pubblico; la formazione del reddito e la sua redistribuzione.

Non saprei dire quanto questo incontro fosse, alla resa dei conti, davvero possibile e proficuo sul lungo periodo, ma ho il dubbio che, a sparigliare ulteriormente le carte, per così dire, sia intervenuta la terza componente del PD, quella cosiddetta “laica” di derivazione non socialista, costituita concretamente soprattutto da una nuova generazione di politici, immemori o comunque indifferenti ed estranei rispetto sia al pensiero socialista, sia alla dottrina sociale della Chiesa. In un bell’articolo recente, pubblicato sul sito di “Città Futura”, Giuseppe Rinaldi analizza con il suo usueto rigore le caratteristiche sociologiche di tale generazione di politici, oggi più o meno quarantenni e ne traccia un profilo che fortemente condivido. Prima – e, a causa del perdurare della crisi economica, probabilmente unica – generazione italiana cresciuta in un benessere diffuso, simile a quello peculiare degli USA negli anni Cinquanta e Sessanta, la generazione dei giovani adulti che oggi ambiscono alle leve del potere è stata anche la prima allevata nel vuoto dei valori, in un nichilismo cinico e spietato, nell’imbarazzo di una sinistra turbata dalla fine dell’URSS e incapace di costruire una nuova, persuasiva grande narrazione, alternativa a quella obsoleta del bolscevismo e del socialismo rivoluzionario, nel silenzio della Chiesa cattolica, che ha abdicato di fatto alla formazione delle coscienze; e inoltre nell’assenza del padre e nello smarrimento morale della famiglia, che ha confusamente aderito a riti e miti consumistici e post-moderni e nel relativismo distruttivo di una società civile, che ha perduto la memoria e il senso stesso delle proprie radici culturali e spirituali, per baloccarsi nell’imitazione dei modelli gabellati dai tanti, troppi film e telefilm statunitensi e nella rincorsa a una subcultura tecnologica malissimo compresa e ancor peggio metabolizzata. L’intreccio di queste molteplici assenze con il progressivo degrado della scuola e con il coevo e parallelo declino industriale del Paese a partire dal 1975 e la crisi economica degli anni più recenti (con la fine del lavoro di fabbrica, del lavoro dipendente garantito e comunque dell’attività lavorativa collettiva  in spazi condivisi; e con la comparsa diffusa e crescente del lavoro precario e delle partite IVA) ha originato le caratteristiche fondamentali della generazione dei trenta-quarantenni e, dunque, anche della nuova generazione dei politici della terza componente del PD (ma anche degli altri partiti italiani), vale a dire: un individualismo estremo, che ricerca e prospetta soluzioni private, anziché collettive ai problemi; la deificazione del presente, del qui e ora ignaro della dimensione diacronica, che si traduce nella mera gestione dell’esistente, priva di qualsivoglia visione e progettazione di un futuro altro e migliore; l’assenza di esperienze di governo e di attività politica di base e, di conseguenza, una certa impreparazione di fondo, sia nell’amministrazione della cosa pubblica, sia nella organizzazione di progetti politici, pur concreti e a medio termine; l’adesione ai principi del neo-liberismo, dall’ostilità verso lo Stato, all’illusione che il mercato capitalistico sia effettivamente in grado di auto-regolarsi; l’enfatizzazione teorica della bontà della competizione meritocratica in sé e per sé. Per questo tipo di generazione, il principio fondamentale che orienta il comportamento privato e pubblico è l’istanza della assoluta libertà dell’individuo singolo, una istanza che potremmo definire solipsistica, giacché non distingue tra diritto formale alla libertà e sua sostanziale fruibilità da parte di tutti e di ciascuno, dunque da parte di chi abbia la forza per esigerla, ma anche da parte di chi di tale forza, per ragioni economiche, sociali o personali, sia privo.

Possiamo, credo, domandarci se queste componenti psicologiche e ideologiche, presenti in vasta parte dei “giovani Turchi” del PD, nell’incontro con le incrostazioni di “centralismo democratico” peculiari dei post-comunisti e con le pratiche correntizie dei post-democristiani, non abbiano finito con il traghettare il partito dall’originario progetto verso una collocazione più ambigua, di tipo liberal-liberista rispetto a economia e diritti civili e di tipo autoritario-decisionista rispetto alle modalità (effettive o soltanto desiderate e non concretizzate è questione da discutersi) di gestione del partito stesso e delle sue procedure decisionali, sbriciolando nel contempo la militanza di base e quella rete di sezioni locali, che  a lungo in Italia hanno costituito i soli luoghi di crescita della cultura civica e della partecipazione democratica.

In conclusione, assunto come dato incontrovertibile il fatto che la fuoriuscita della minoranza indebolisce il PD in un momento delicatissimo dell’economia e della società italiane e rischia fortemente di impedirne la continuità al governo, ci si può forse domandare se il perseguire da parte della maggioranza renziana la politica giustamente definita centrista da Mauro Fornaro non comporterebbe comunque, anche senza spaccatura della minoranza, le stesse conseguenze di diminuzione progressiva del consenso elettorale, come i risultati delle elezioni amministrative più recenti e soprattutto il dato referendario del 4 dicembre parrebbero dimostrare. E, di converso, possiamo domandarci, come Livorsi indica, se il venir meno del contributo della minoranza non spinga il Pd ancor maggiormente nella direzione centrista e liberista.

Acclarato, dunque, che la scissione è dannosa, ma forse non è o sarà l’unica ragione di un possibile indebolimento del PD, è lecito domandarsi se la “minoranza” avrebbe potuto evitare la frattura con il partito a guida renziana. Sono convinta – come tutti, credo – che le battaglie politiche debbano essere condotte all’interno del partito, intorno a questioni di merito e di sostanza, in una dialettica animata, franca, persino brutale, ma pur sempre rispettosa del dissenso e delle altrui convinzioni, per giungere alfine a una sintesi il più ampia possibile di tutte le posizioni in campo. Tale, nel migliore dei mondi possibili, sarebbe un partito autenticamente repubblicano e democratico. E tuttavia mi domando se tale dialettica fosse, almeno sino al 4 dicembre, possibile nel PD renziano; e se, essendo possibile, potesse confluire realmente in una sintesi condivisa sufficientemente ampia. Il dubbio è alimentato, a mio avviso, da tre fattori: anzitutto e principalmente, la reale, inconciliabile antitesi tra umanesimo cattolico e socialista da un lato e liberismo antistatalistico dall’altro; in secondo luogo, la sostanziale configurazione del PD come “partito del leader”, con la conseguente personalizzazione della politica e lo scontro che ne deriva sulle persone e non sui programmi; e, infine, la fortissima, feroce conflittualità interna, che ha tracimato all’esterno del partito, per approdare nelle vere e proprie risse e negli spietati attacchi personali che per mesi hanno animato i social-network.

Della distanza ideologica, per non dire dell’opposizione potenzialmente ossimorica, tra post-socialcomunisti e cattolici progressisti da un lato e liberal-liberisti dall’altro abbiamo già detto. Tale distanza, che è anche generazionale, potrebbe forse spingerci ad affermare che i fuoriusciti della “minoranza” difficilmente avrebbero potuto continuare a convivere con pratiche e contenuti così differenti rispetto al progetto iniziale da cui è scaturito il Partito Democratico, a meno di tentare faticosamente di tessere compromessi costanti con il proprio passato e con il proprio riferimento politico.

Rispetto al partito del leader, ritengo siano utili ai fini del nostro discorso alcuni interrogativi concernenti il paradigma della cosiddetta “democrazia del leader”.

La definizione procedurale di democrazia di Norberto Bobbio è, a mio avviso, ancora fondamentale e prescrittiva: la democrazia non soltanto si alimenta alle buone pratiche democratiche (vale a dire all’estensione il più ampia possibile degli ambiti decisionali e dei soggetti che partecipano attivamente ai processi deliberativi), ma è costitutivamente coincidente con tali buone pratiche. Alla luce di tale definizione è lecito domandarsi se la dizione “democrazia del leader” non sia in ultima analisi auto-contraddittoria, giacché la figura di un leader, che si erge a decisore supremo, o almeno principale e che raccoglie attorno a sé un consenso personale, sostenuto dall’abilità oratoria mitografica di fascinazione delle masse, parrebbe essere l’esatto opposto della democrazia, così come la intende Bobbio e sembrerebbe, di converso, corrispondere al paradigma della “democrazia recitativa”, di cui tratta Le Bon nella sua Psicologia delle folle.

Ora, come ahimè perfettamente dimostrano l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, la Brexit in Gran Bretagna, le crescenti difficoltà di Hollande in Francia, il risorgere del neo-nazismo in Germania e nei Paesi scandinavi, il crescente razzismo nell’Europa dell’Est e le fortune elettorali in ascesa dei movimenti populisti in molte nazioni, è vero che drammaticamente in tutto l’Occidente la complessità dei problemi aperti dalla globalizzazione e dalle grandi migrazioni dal sud del mondo ha determinato una sorta di diffusa attesa messianica e di invocazione di un uomo forte, che possa addossarsi la missione salvifica, risolutrice delle tante questioni che ci affliggono. In tale contesto, è verissimo che l’indebolimento del Pd a causa della scissione potrebbe avvantaggiare – molto probabilmente avvantaggerà – in modo consistente i partiti di destra e il populismo anche in Italia. Qui, allora, è necessario domandarsi se il contrapporre a quelle attese messianiche di un capo – a quelle illusioni di facili, sbrigative, immediate soluzioni ai grandi problemi che ci assillano – una democrazia del leader e un partito del leader, vale a dire una personalizzazione della politica nella figura del capo sia non soltanto produttivo, ma addirittura l’unica soluzione oggi realisticamente praticabile, o se una simile strategia non si risolva nell’essere, almeno a lungo termine, rafforzativa di quelle stesse attese e di quelle stesse illusioni. In altre parole, il populismo può essere vinto da una forma di democrazia in qualche misura mediata dal populismo stesso? O anche, si può salvare la democrazia mediante una forma illanguidita della democrazia stessa, una sorta di post-democrazia? E tale forma è l’ineluttabile esito dei processi trasformativi della post-modernità, oppre è soltanto una delle opzioni possibili?

Si inserisce qui la questione senza alcun dubbio nodale della governabilità del Paese. A tal proposito mi pare si possa dire che effettivamente – a fronte dell’attuale momento di drammatica crisi economica, sociale e politica, aggravata in Italia dai mali storici dell’immobilismo, del corporativismo, della burocrazia elefantiaca, dell’inefficienza dei processi civili, della corruzione e della presenza della mafia – è fondamentale oggi in Italia la questione della governabilità del Paese. Resta da verificare se soltanto un leader capace e deciso possa efficacemente imporre le riforme ormai vitali e urgentissime, ma da troppe parti fieramente avversate e se sia imprescindibile (e sufficiente) un Pd come partito del leader, forza politica trainante, capace di cancellare o quanto meno attenuare le incrostazioni e le immobilità che ci affliggono dal 1861 a oggi. Credo si tratti di preoccupazioni fondatissime, che meritano attentissima considerazione, ma mi domando se una simile ipotesi non  proietti sulla situazione storica attuale l’ottimistica concezione latina dell’uomo d’eccezionali qualità, che interviene in modo risolutivo e drastico, allorché l’urgenza e la gravità dei problemi postulano decisioni rapide, efficaci e definitive. Potremmo, forse, mutatis mutandis, affermare che il  dictator romanus, che impugna il potere nei periodi di crisi potenzialmente distruttiva dello Stato, funge da paradigma archetipico per la figura del leader, il quale assicura governabilità al Paese, in virtù di un ampio decisionismo, che non ha o non trova il tempo per condividere gli orientamenti, discutere i problemi e concertare le soluzioni? E’ questa infatti, in ultima analisi, la tesi renziana dell’uomo solo al comando.

Sia chiaro, il Novecento non è stato estraneo alla figura del leader democratico: pensiamo a Roosevelt e poi a John e Robert Kennedy negli Usa, Churchill in Gran Bretagna e De Gaulle in Francia. E, anzi, come osserva Emilio Gentile, potremmo sostenere che, proprio nel momento in cui i regimi totalitari perdono la II guerra mondiale (o, nel caso dell’URSS, trovano una prima forma di rifiuto del totalitarismo e del capo carismatico all’interno dello stesso apparato politico che li ha espressi), alcune democrazie liberali sembrano bizzarramente scivolare esse stesse verso forme di sostanziale oligarchia e di personalizzazione della politica, seppur restando saldamente nell’ambito della democrazia liberale di tipo rappresentativo. E’ dunque possibile una democrazia del leader, fondata sulla capacità decisionale e sulla abilità oratoria di mobilitazione delle masse, come forma di autentica democrazia? Oppure la personalizzazione della politica che essa implica conduce ineludibilmente al dissolversi dell’impegno e dell’interesse progettuale – che sono il vero compito della politica -, alla lotta non delle idee, bensì delle volontà di potenza e alla frattura, all’interno di una dinamica collettiva a sfondo psicotico, tra i seguaci sedotti dal leader e coloro che ne detestano la personalità?

Credo che, per rispondere a questa domanda, sia utile rifarci alle riflessioni che la destra europea tra Otto e Novecento ha elaborato in merito alla modernità, giacché mi pare che i pensatori reazionari e conservatori abbiano saputo cogliere prima e meglio dei teorici di sinistra e dei liberali post-illuministi gli esiti e i rischi della industrializzazione e delle sue conseguenze, vale a dire la formazione di masse amorfe e la supremazia della tecnica. Ora, secondo Gustave Le Bon – teorico non casualmente studiato e ammirato da Hitler e Mussolini, ma anche da Roosevelt e da De Gaulle – la folla possiede una sorta di “anima collettiva”, in cui predominano gli elementi inconsci e irrazionali, che generano un senso di illimitata potenza e spingono all’azione; essa esige un capo, preferibilmente non particolarmente intelligente o colto; e si mobilita sulla base di proposizioni assertive concise, semplici, non argomentate, enfatiche e costantemente reiterate, capaci di sedurla mediante promesse roboanti, esagerate e immagini emozionanti, atte a suscitare meraviglia e a impressionare la fantasia. Non è arbitrario, credo, ricondurre a simili forme di retorica non soltanto i discorsi di Hitler e la propaganda di Goebbels, o le immagini della gloria virile e bellica di Roma nella mistica fascista, bensì anche il mito kennediano della “nuova frontiera” e la simbiosi gollista tra folla e capo che assume su di sé le difficoltà, simbiosi fondata sul prestigio personale del leader e ipotizzata sulla base della convinzione non propriamente democratica di De Gaulle che gli uomini abbisognino di essere comandati, quanto hanno bisogno di mangiare o dormire. Potremmo forse rilevare che la grande forza persuasiva di Renzi è consistita in un’analoga capacità personale di mobilitazione delle masse, in virtù sia di una oratoria chiara, fresca, semplice e densa di promesse di rinnovamento, sia del suo proporsi come il capo carismatico, giovane, forte, deciso, dotato di fascino magnetico, che promette la palingenesi dei mali, mediante un’unica coraggiosa azione incisiva e determinante, una sorta di svolta drastica, che cancella in un sol colpo i mali storici di un intero Paese (così è stata presentata, ad esempio, la riforma costituzionale).

Ora, in generale, a me pare che una simile forma di democrazia del leader sia fortemente efficace giustappunto soltanto in presenza di masse amorfe e manipolabili e soltanto nel breve periodo, laddove, al contrario, la democrazia non recitativa, non dogmatica, non basata sul capo-vedette necessita di processi complessi e di lungo periodo, nei quali si struttura un’opinione pubblica attenta, informata, attiva e che partecipa il più ampiamente possibile alle procedure deliberative. La scommessa fondante di un partito autenticamente democratico, allora, dovrebbe essere quella di subordinare alla governabilità immediata la costruzione di una cittadinanza repubblicana, oppure quella di saper contrastare la massificazione, prodotta dalla industrializzazione, dalla globalizzazione e dalla prevalenza della tecnica, per ricostruire un quadro valoriale condiviso e generare, o quando meno facilitare il buon cittadino democratico e l’agorà politica che la cittadinanza democratica ineludibilmente implica? La domanda è meno retorica di quanto appaia, giacché ritessere un percorso di partecipazione democratica presumibilmente impone un lavoro ampio e lento, di peraltro incerto esito e non può dunque risolvere nell’immediato le questioni vitali che urgono nell’Italia contemporanea.

In particolare, per quanto concerne l’interrogativo che ci eravamo posti, vale a dire se sarebbe stato possibile evitare la scissione del PD, credo che uno degli snodi che hanno condotto alla fuoriuscita della minoranza sia stato determinato dalla contrapposizione tra questo paradigma del partito del leader e il modello tradizionale di partito organizzato intorno a procedure e riti di tipo collettivo, sia pure nell’ambito di una gerarchizzazione dei ruoli e dei poteri, cui i post-comunisti e i post-socialisti del PD erano abituati. E probabilmente questa contrapposizione, sebbene in parte suscettibile di maggiore mediazione rispetto all’antitesi ideologica e programmatica, non avrebbe potuto essere completamente risolta.

Dicevamo poc’anzi che la personalizzazione della politica induce la formazione di dinamiche irrazionali intorno alla figura del leader: laddove si smette di dibattere le idee e ci si schiera meramente a favore di o contro un capo, inevitabilmente la sacralizzazione del capo e delle sue deliberazioni scatena dinamiche di odio-amore fortemente conflittuali e conduce anche i temi più squisitamente politici a trascolorare in mere occasioni di scontro, di scatenamento di emozioni ostili incontrollabili. Inoltre, nel momento in cui si dileguano le grandi narrazioni del Novecento e gli orizzonti ideali di riferimento e si volge lo sguardo verso la mera gestione del vicino e del presente, la politica diviene una mera tecnica del potere e le dinamiche interpersonali divengono scontri di volontà di potenza. Mi domando se sia appunto ciò che è accaduto all’interno del PD, sia per ciò che concerne l’ansia dei giovani renziani di giungere alla conquista dei ruoli e delle cariche principali, sia per quanto riguarda il timore della vecchia dirigenza del partito di essere scalzata dalle leve del potere. Abbiamo infatti assistito a un vero e proprio politicidio simbolico reciproco: da un lato, i dissidenti hanno individuato Renzi come il padre sadico e dispotico, colpevole di tutti i mali, non legittimato al potere e meritevole politicamente di omicidio rituale; dall’altro, buona parte dei “renziani” ha riproposto in modo crescente la retorica sinistra del nemico interno, del tradimento del partito e della patria, nonché la ricerca di un capo espiatorio da annientare, quale contropartita di ciò che gli uni e gli altri consideravano una sconfitta, presente o futura.

Mi domando, allora, se possiamo presumere che fosse impossibile, per gli uni e per gli altri, dopo la sconfitta eclatante del 4 dicembre, riannodare rapporti anche soltanto civili, all’interno di un partito che si è lacerato, come dicevamo, sulla base di reazioni profondamente irrazionali e di attacchi personali durissimi, come quelli, ad esempio, di cui è stato vergognosamente per mesi bersaglio il senatore Federico Fornaro. E mi domando se la scelta di Renzi di non tentare una ricucitura degli strappi e una argomentata dimostrazione delle proprie ragioni sia frutto di un lucido calcolo politico (la fuoriuscita della minoranza intesa come liberazione necessaria da un ostacolo alla realizzazione del programma), o se sia la conseguenza non voluta di discutibili aspetti della personalità o, peggio ancora, dell’inettitudine a essere un vero leader, capace di forte e autorevole gestione del partito.

Più in generale, credo sia inevitabile interrogarci su quanto la lacerazione e la conflittualità interpersonale siano l’ineludibile conseguenza oggettiva del costituirsi del partito del leader e della personalizzazione della politica in qualsiasi contesto nazionale o partitico; o, al contrario, su quanto abbiano influito soggettive limitazioni e lacune sia della minoranza, sia della maggioranza del PD. Mauro Fornaro pone al termine del suo articolo numerosi e lucidissimi interrogativi concernenti la sinistra e i contenuti di un suo programma politico che sappia rispondere alle questioni del presente. Ebbene, credo sia lecito dubitare che sia Renzi e i renziani da un lato, sia la minoranza ancora presente nel PD e quella invece uscitane, dall’altro, abbiano una qualche risposta a quegli interrogativi oggi nodali. In ultima analisi è ben vero, infatti, che la conflittualità personale permeata di vero e proprio odio (per non dire della violenza politica o addirittura genocidaria, in altri contesti) si genera laddove sia la classe dirigente al potere, sia i suoi oppositori mancano ugualmente di risorse intellettuali e progettuali. E’ almeno dalla metà degli anni Settanta che la sinistra italiana attende una rifondazione, capace di rendere efficace il suo progetto politico nella società contemporanea. Le lacerazioni del Partito Democratico sono, probabilmente, l’ennesima dimostrazione della perdurante incapacità della sinistra italiana ad affrontare e a risolvere il problema di tale rifondazione.

Il discorso si conclude qui? Evidentemente no. Ma, come tutta la sinistra italiana, anch’io non ho risposte persuasive.

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4 thoughts on “Dubbi e domande intorno alla scissione del PD

  1. Cara Patrizia, questo tuo contributo, assolutamente magistrale, veramente stupefacente (se non ti conoscessi…) per completezza, profondità ed esaustività dell’argomentazione, oltre che per ammirevole capacità di equidistanza (non facile nel caso) meriterebbe almeno una diffusione su adeguato organo nazionale, di carta o di bytes che sia

  2. Pingback: Dialogo con Patrizia Nosengo sulla scissione del PD (e altro) | Appunti Alessandrini

  3. Pingback: Il dibattito di “Appunti Alessandrini” sulla frantumazione della sinistra riformista. L’impraticata convivenza | Appunti Alessandrini

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