Fantascienza fiscale

Il punto  Marco Ciani

robDa un po’ di settimane a questa parte va in scena uno stravagante dibattito fiscale. In soldoni il concetto sarebbe il seguente: nell’era della 4^ rivoluzione industriale gli androidi (o meglio, i sistemi ciberfisici) vengono impiegati sempre di più nelle aziende in sostituzione degli esseri umani, distruggendo occupazione. 7 milioni di posti saranno cancellati nel mondo nei prossimi 2/3 anni, contro 2 milioni creati, secondo la ricerca The Future of Jobs del World Economic Forum. Dunque i robot vanno tassati in modo da impedire o perlomeno rallentare l’avvicendamento in atto, così penalizzando le imprese che li adottano.

Sembrerebbe a tutti gli effetti una riedizione in chiave attuale del luddismo, movimento che deve il suo nome all’operaio (non si sa se realmente esistito) Ned Ludd e che operò in Gran Bretagna nel secolo XIX con l’obiettivo di sfasciare telai meccanici e macchine industriali, ritenuti causa di disoccupazione e bassi salari.

Una mozione in tal senso era stata presentata l’estate scorsa dall’eurodeputata socialista lussemburghese Mady Delvaux, con seguito scarso ma sufficiente a innescare la controversia. La questione è rimasta presente, seppure sottotraccia, nel dibattito sul futuro dell’innovazione fino a quando, pochi giorni or sono, in modo assai più autorevole e mediaticamente risonante, l’ha rispolverata nientemeno che il fondatore di Microsoft Bill Gates, l’uomo più ricco al mondo grazie ai prodigi delle sue scoperte informatiche.

Poiché il magnate di Seattle è notoriamente dotato di apprezzabile acume, il suo sostegno all’ipotesi in premessa andrebbe valutato almeno con un minimo di attenzione. Ciò nonostante, continuo a trovare quantomeno eccentrica l’idea di un’imposizione fiscale sugli apparecchi che sostituiscono e rimpiazzeranno sempre più operai e commessi, e perfino impiegati e quadri.

Innanzitutto i programmi informatici che girano sui computer delle aziende in tutto il mondo utilizzano nella stragrande maggioranza dei casi il sistema operativo Windows, ovvero il prodotto di punta della Microsoft Corporation assieme agli applicativi da ufficio più diffusi e cioè Word, Excel, PowerPoint, Publisher, Outlook, Explorer. Pertanto Gates ed il suo socio e sodale Allen risulterebbero, a ben vedere, i principali killer dei lavori mediamente qualificati, ben più dei robot. E la loro azienda occupa una quantità assai modesta di manodopera se rapportata alla capitalizzazione di borsa. In termine tecnico si dice che è capital intensive e non labour intensive. Per non parlare dei vari artifici adottati anche da Microsoft (in verità in buona compagnia) per abbattere drasticamente e in modo legale i propri oneri, ad esempio aprendo filiali nei paradisi fiscali, come documentato dal Oxfam.

Quanti sono i mestieri scomparsi o in via di estinzione a seguito dell’introduzione dei PC e relativi software, a maggior ragione dopo l’avvento di internet? Forse qualcuno ricorderà la mitica figura della dattilografa – ormai estinta – icona dei film hollywoodiani del primo dopoguerra. Oggi sono in discussione impiegati allo sportello, consulenti finanziari e fiscali, insegnanti, traduttori, postini, giornalisti, tipografi, librai, edicolanti e più in generale i commercianti al dettaglio, tanto per citare i più immediati. Ma il declino inesorabile di tali professioni risulta principalmente collegato alla diffusione dell’informatica e alla riorganizzazione delle catene produttive, sempre più globali.

Lo ha spiegato bene nei giorni scorsi Alessandro Perego, direttore del Dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano. In un passaggio di un’intervista molto interessante (e che merita veramente di essere letta) rilasciata alla rivista FIRST online chiarisce il punto: «Talvolta si pensa alle macchine che sostituiscono gli operai nelle fabbriche, ma questo già avviene da decenni. E altre innovazioni, come gli umanoidi che possono completamente replicare l’attività di una persona, sono lontane nel tempo. Attualmente sono a rischio i lavori che hanno la caratteristica della ripetitività, che sia manuale o cognitiva. Ma a differenza di quello che si pensa, sono molto più a rischio i lavori cognitivi, anche perché nel mondo la maggior parte dell’occupazione riguarda il settore dei servizi. Penso dunque ai call center o a tanti lavori che hanno una componente ripetitiva, soprattutto nella fase di analisi di dati, di ricerca. E quindi anche un avvocato che studia la giurisprudenza di un caso, un medico che fa ricerca, un giornalista che cerca documentazione: non è il lavoro in sé ma è questa sua parte che verrà, nel breve termine, sostituita dall’ intelligenza artificiale».

Altro aspetto da considerare: cosa si intende per robot? Sono quelli nelle fabbriche? E i bancomat come pure le casse automatiche in sostituzione dei cassieri, per esempio, sono robot oppure no? E una biglietteria meccanica? E un aspirapolvere rotante che pulisce da solo e che ipoteticamente potrebbe sostituire un addetto/a delle pulizie, come lo dobbiamo considerare? O la gelatiera domestica che toglie lavoro alle gelaterie? E quali altri elettrodomestici possono essere considerati automi che distruggono occupazione? Risposta: teoricamente tutti o quasi.

A parte questi dettagli, una tassa sui robot risulterebbe nei fatti un balzello sull’innovazione. Se si procede nel ragionamenti, bisogna interrogarsi allora sul perché le società anche anteriormente alla prima rivoluzione industriale hanno cercato di sostituire il lavoro umano. La risposta è semplice: per ridurre la fatica e/o i tempi di produzione, ed essere quindi più efficienti. Che in breve significa aumentare la produttività a parità di costi. O, il che è fondamentalmente la stessa cosa, incrementare l’output a parità di input. Quindi stiamo parlando di un’imposta sull’efficienza che scaturisce dallo sviluppo tecnologico.

Poniamo ora che un paese manifatturiero come l’Italia decidesse di adottare tale tributo e lo scaricasse sulle proprie aziende. E facciamo conto che invece altri paesi nostri concorrenti non ci seguano. Quale potrebbe essere ragionevolmente il risultato? Temo che sarebbe grosso modo il seguente: perdita di competitività, riduzione della nostra quota di mercato, con conseguente peggioramento dell’occupazione e/o dei salari per tentare di ripristinare le condizioni di concorrenza. E’ vero che non si compete solo sui costi, ma tra i vari aspetti possibili da tassare, concentrarsi su ciò che aumenta la produttività e quindi, a tendere, il benessere, pare evidentemente controindicato.

Dobbiamo valutare il miglioramento produttivo come un male? Direi di no. Lo spiegò molto bene John Maynard Keynes in una conferenza tenuta a Madrid nel giugno del 1930 dal titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti“. Alcuni passi sembrano scritti oggi, vale la pena rileggerli:

«Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. I paesi che non sono all’avanguardia del progresso ne risentono in misura relativa. Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.

Ma questa è solo una fase di squilibrio transitoria. Visto in prospettiva, infatti, ciò significa che l’umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico. Mi sentirei di affermare che di qui a cent’anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno. Né vi sarebbe nulla di sorprendente, alla luce delle nostre conoscenze attuali. Non sarebbe fuori luogo prendere in considerazione la possibilità di progressi anche superiori».

L’economista britannico ne traeva la conclusione che «…scartando l’eventualità di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo. Ciò significa che il problema economico non è se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana».

In parole povere, come afferma il sociologo Domenico De Masi, la scelta alla quale potremmo presto essere chiamati è tra un futuro di disoccupazione o di liberazione dal lavoro. Ovviamente bisogna puntare alla seconda prospettiva con riforme graduali, ponderate e sostenibili, ma che favoriscano l’innovazione, non che la inibiscano. Perché il lavoro non nobilita l’uomo, semmai sottrae tempo prezioso alla vita auto/determinata.

Per tale motivo la tassa sui robot continua ad apparirmi una sciocchezza. Come riconobbe appunto Keynes «Dai tempi più remoti di cui abbiamo conoscenza (diciamo duemila anni prima di Cristo) fino all’inizio del secolo XVIII, il livello di vita dell’uomo medio, che vivesse nei centri civili del mondo, non ha subito grandi mutamenti […]. Questo lento tasso di progresso, ovvero questa mancanza di progresso, era dovuto a due motivi: l’assenza vistosa di miglioramenti tecnici di rilievo, e la mancata accumulazione di capitale». In altri termini, all’innovazione e al capitalismo.

I miglioramenti tecnici sono utili, tant’è che in quasi tutti i paesi avanzati si cerca di incentivarli con agevolazioni fiscali, sussidi statali e programmi di investimento. Come valido continua a rimanere «il capitalismo decadente […che] non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso, e non mantiene quel che ha promesso. In breve, non ci piace, e stiamo anzi cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci domandiamo che cosa dobbiamo mettere al suo posto, siamo estremamente perplessi» (John Maynard Keynes “Autosufficienza economica” 1933).

Ce n’è abbastanza, dal mio punto di vista, per inferire che evoluzione tecnica e mercato non vanno scoraggiati, ma gestiti con regole chiare, trasparenti, da fare rispettare e condotti verso una finalità positiva: l’emancipazione dell’uomo dal lavoro e dal bisogno economico. In questo senso non penalizzerei le aziende che utilizzano le macchine.

Sussiste però, certamente, un problema contingente di disallineamento tra attività umane che si riducono e nuovi mestieri che si creano. Non possiamo attendere che il tempo lo risolva autonomamente perché nel lungo termine saremo tutti morti, mentre la questione si pone qui e ora. E i suoi effetti politici, come recenti appuntamenti elettorali in UK e USA hanno dimostrato, rischiano di travolgerci.

Ecco perché mi pare sensato (e meno distorsivo) per ripristinare l’equilibrio favorire il recupero dell’occupazione diminuendo la tassazione sul lavoro, cioè il cuneo fiscale, e ridurre l’orario sulla scorta di esempi virtuosi che già esistono nei paesi del Nord Europa. Un modo diverso, più intelligente (non me ne voglia Gates, malgrado la sua indiscussa genialità e la mia altrettanto incommensurabile limitatezza) per aiutare chi vuole fare impresa, chi vuole lavorare, chi vuole progredire.

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