Dialogo con Mauro Fornaro sulla scissione del PD

Franco Livorsi

Caro Mauro,

fortrovo sempre interessante e stimolante dialogare con te. Del resto lo facciamo da quando tu eri adolescente e io alquanto giovane, sulla filosofia e su tutto il resto. Tutte le tue osservazioni contenute nella “Lettera aperta” che m’indirizzi pubblicata su “Appunti Alessandrini” il 3 marzo, sono assolutamente pertinenti. Per questo ti condono volentieri la piccola svista sul titolo del mio intervento, che non era Scissione della sinistra tra farsa e dramma, ma Scissioni della sinistra tra dramma e farsa. La svista è, ahimè, un pochino fuorviante. In primo luogo il mio titolo faceva riferimento a una vecchia idea di Hegel, poi ripresa da Marx in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850: quella per cui la storia si presenta sempre due volte, una prima volta come dramma e una seconda volta come farsa; inoltre io, pur prendendo spunto dalla scissione del PSIUP del 1964, avevo provato a fare un ragionamento che prendeva in considerazione tutte le scissioni di sinistra più famose del  Novecento in Italia, assumendo come “focus” quest’ultima di Bersani e compagni dal PD. Le altre avevano motivazioni epocali, questa no. Forse è più una separazione che una scissione.  Speriamo che si superi, ma non ci spero troppo.

Veniamo al merito. Renzi e il renzismo hanno certo avuto e hanno dei limiti, e io ne ho parlato spesso: sull’articolo 18, sul modo spiccio con cui hanno trattato con i sindacati e sui capolista nominati nella sua legge elettorale Italicum (poi castrata del doppio turno dalla Corte Costituzionale). Tutte queste cose se vai ai miei numerosissimi articoli su “Città Futura” le troverai espresse ripetutamente. Concordo molto con te, e con i critici di Renzi, anche sul fatto che non fosse il caso di abolire l’IMU anche per i possessori di più case. Non sono d’accordo, invece, sulla critica alle cosiddette “mance”. E’ vero che il politico facendo certe scelte guarda anche al possibile effetto elettorale. Tuttavia conta il merito, il carattere strutturale delle scelte, e non la motivazione anche strumentale per cui vengono fatte. Almeno la più importante tra tali pretese “mance” è da difendere: quella degli 80 euro mensili dati a lavoratori o persone di basso reddito, che sono state dieci milioni di individui, per sempre. Anche la detassazione per assunzioni a tempo indeterminato è stata importante. E la lotta all’evasione fiscale ha dato risultati ottimi. Tutte queste cose, come pure le leggi sui nuovi diritti civili, a me sono parse inequivocabilmente progressiste. Adir la verità l’avere un governo finalmente apprezzato dagli Stati Uniti alla Germania, mi ha pure dato un pizzico d’orgoglio come cittadino italiano. Comunque le ragioni del mio “renzismo” sono state e sono non tanto politico-sociali quanto politico-istituzionali. Mi è piaciuta moltissimo la tentata riforma “renziana” dello Stato, pur con il “vulnus” dei capolista bloccati, su cui sarebbe stato salutare concentrare le polemiche da parte dei “critici di sinistra” e da parte della stessa Corte Costituzionale, che invece su ciò ha lasciato correre. A me la nascita di un sistema, pure imperfetto, in cui una sola Camera desse la fiducia, e in cui ci fosse un maggioritario a due turni con premio di maggioranza che portasse il vincitore al secondo turno al 55% sembrava straordinariamente positiva. Il popolo sovrano ha detto di no e bisogna prenderne atto. Ma la spontaneità delle masse è stata molto “lavorata”, come si diceva ai tempi del marxismo. E su ciò la minoranza del PD ora “uscita”  ha avuto immense responsabilità. L’idea che una minoranza di un partito possa fare una campagna elettorale contro il punto di vista della maggioranza a me è parsa folle.

Sono d’accordo con te, in generale, su due punti decisivi. Renzi ha reagito male, più o meno come un toro ferito dalle banderillas, o un pugile troppo suonato, alla grave sconfitta del 4 dicembre. Avrebbe dovuto tessere i rapporti unitari proprio coi suoi avversari (questo sì), e in ciò ha sbagliato; ma come psicologo tu m’insegni che la politica marcia sulle gambe degli uomini. C’era in lui e nei renziani molto risentimento, perché i dissidenti bersaniani-dalemiani avevano dato un contributo enorme a far fallire il più importante tentativo di riforma dello Stato dal 1948, tentativo che era poi al cuore di tutto il disegno “renziano”. Poi, dopo il referendum, i contestatori di Renzi si sono continuamente contraddetti. Sono partiti rifiutando il congresso subito (per il quale lo Statuto del PD prevede un massimo di quattro mesi); temevano una resa dei conti con una base furibonda. Renzi allora ha pensato di puntare a elezioni a giugno. Perché? Bisognerebbe chiederselo. Non c’era “solo” un’ansia irrealistica di rivalsa. Renzi pensa che il tempo non lavori per il PD.  Inoltre il 40% preso il 4 dicembre non sarà certo “del PD”, ma è in grandissima parte “renziano” (come ha notato Calise). Insieme al “Campo progressista” di Pisapia, Renzi ha pensato di farselo confermare (quel 40%). Alla mal parata il duo Renzi-Pisapia avrebbe avuto un risultato molto buono. Era troppo rischioso? – Sono d’accordo con te.  Saltata l’ipotesi, i suoi avversari hanno invocato il congresso, minacciando persino le vie legali. Lo hanno ottenuto. Allora hanno chiesto che il congresso, da febbraio, durasse sin dopo le elezioni amministrative di giugno. Ora io, un po’, di partiti m’intendo. Non si possono affrontare elezioni con un congresso aperto. Non è solo questione di statuto (che fissa non più di quattro mesi per il congresso nazionale). Infine è venuta fuori la ragione vera. Volevano lo scalpo di Renzi. Anche se Roberto Speranza lo nega, non volevano che Renzi si presentasse candidato a segretario e premier al congresso. Concedere ciò era troppo.

Tu fai l’elenco delle istanze di sinistra vera di cui i”bersaniani” sarebbero portatori, e di cui secondo te io trascurerei la portata. Su ciò ci sarebbero tante cose da dire.

La prima cosa che mi viene da dire è che non credo affatto che a dividere siano state quelle istanze sociali disattese. Gli scissionisti hanno accettato il governo Monti e la riforma delle pensioni di Elsa Fornero senza fiatare. Hanno usato il “Porcellum” in due elezioni diverse senza far nulla di serio per mutarlo, neanche mentre erano al governo. Dopo le elezioni del 2013 avrebbero potuto ripristinare il Mattarellum, per cui Giachetti faceva lo sciopero della fame, in pochi giorni, e poi andare a votare; e non hanno voluto farlo. Hanno accolto di buon grado il governo di un democristiano purissimo come Enrico Letta sostenuto apertamente da Berlusconi. Non dico che non abbiano sincere convinzioni da sinistra sociale diverse da Renzi (e persino migliori), ma dato quel che hanno mandato giù prima, la motivazione della separazione dev’essere stata un’altra. Si sono sentiti “rottamati” e volevano la fine politica di Renzi. Sono pure condizionati da uno Jago coi baffetti. Ti faccio una domanda: “Se Renzi si fosse dimesso da segretario senza ricandidarsi, secondo te se ne sarebbero andati?”

Tu poni due domande finali straordinariamente importanti. Posto che abbiano sincere convinzioni da sinistra sociale (e le hanno), come e con chi realizzarle?

Ti rispondo volentieri, anche se mi piacerebbe intendermi infinitamente di più di economia e finanza, su cui ho invece una cultura lacunosa, per essere più certo del fatto mio anche sul “come”. Posso solo dirti le mie ragioni. A mio parere bisognerebbe chiedersi perché gli investitori, italiani e ancor più stranieri (perché ormai il mondo è “uno”) non investono in modo adeguato in Italia. Infatti le politiche per il lavoro non si possono fare tramite lo statalismo economico (che la UE oltre a tutto vieta), tanto più con una montagna di debito pubblico. La mia risposta è che gli investitori temono l’incertezza e lungaggine dei nostri processi, i vincoli corporativi e burocratici che limitano la nascita e l’operare delle imprese in corso d’opera, e soprattutto il peso della criminalità organizzata al sud, dove le potenzialità sarebbero molto grandi. Ma l’idea che governicchi che per nascere avevano bisogno di comporre complicati puzzle tra partiti (e dopo il 4 dicembre vale e varrà di nuovo); che non sono neanche di legislatura, e che nella loro debolezza trovano molto difficile realizzare un pieno controllo legale del territorio, possano fare tali cose, mi pare balzana.  Ma ormai è vano piangere sul latte versato. Se almeno la nuova legge elettorale “Italicum”, come sistema maggioritario a due turni, si fosse salvata, avremmo potuto fare una politica di sinistra con sole forze di sinistra, moderata e non, da Renzi a Pisapia. Ma ormai non è più possibile. Quando avremo la “nuova” legge elettorale potremo capire quello che accadrà. Per ora siamo nella nebbia.

Se per i reciproci egoismi, faziosità e veti torneremo alla proporzionale (recependo la sentenza della Consulta com’è e applicandola al Senato), dopo le elezioni avremo o un lungo periodo di non-governo oppure – anche se sarà molto difficile – un governo di tutti i cosiddetti moderati, ossia un puro e semplice ritorno al sistema di potere democristiano, attorno a un PD della stessa pasta (oltre a tutto sbilanciato verso il centro, dopo l’uscita di tanta parte della sinistra). E’ la “cura Franceschini”. In tal caso l’ascesa del M5S, dopo o più probabilmente prima di ciò, diverrà una marcia trionfale. Tenendo conto del fatto che i penta stellati faranno un referendum per stare o uscire dall’Unione Europea, del loro assoluto populismo, e soprattutto della loro assoluta impreparazione politica, per l’Italia sarebbe una rovina. Aprire questo vaso di Pandora dei mali d’Italia, anche con motivazioni di sinistra, è stato cosa da gente minimamente assennata? – Io credo proprio di no, e so che lo pensi anche tu, ma per questo io trovo senza attenuanti questa “scissione”.

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2 thoughts on “Dialogo con Mauro Fornaro sulla scissione del PD

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