Noterelle perosiane

Nuccio Lodato

perLo scorso settembre/ottobre, la città di Tortona ha vissuto una straordinaria e sorprendente stagione musicale con la manifestazione Perosi 60, che, a sessant’anni appunto dalla scomparsa dell’illustre Maestro concittadino, e a sette dalla malaugurata conclusione del ciclico Festival Perosiano (1996-2010) ne ha riproposto inauguralmente in Cattedrale, la sera di venerdì 23 settembre, il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore e la Suite per orchestra n. 2 “Venezia”, con l’Orchestra del Teatro Regio di Torino diretta da Donato Renzetti e Umberto Battegazzore solista al pianoforte, davanti a un pubblico entusiasta che gremiva il tempio e la vasta piazza prospiciente. Mentre gli organizzatori, animati per conto della Curia episcopale dal direttore artistico don Paolo Padrini già lavorano alla prossima edizione, che si intitolerà Perosi 17, due periodici culturali presso che coetanei (in edicola rispettivamente ormai da ventinove e ventotto anni!), nei numeri di febbraio ora in edicola, documentano riccamente la riuscitissima manifestazione e i suoi esiti. La milanese «Amadeus» offre addirittura il magnifico cd live del concerto (AM 327-2) con un saggio perosiano di Davide Daolmi, due interviste di Luigi Di Fronzo a Renzetti e Battegazzore e un’ampia scheda di Giangiorgio Satragni sull’Orchestra del Regio; la vogherese «Oltre»…rispondesenza complessi d’inferiorità, con un articolo sulla memorabile serata e il regesto integrale delle esecuzioni tortonesi 1922-2016, ad opera dello stesso pianista solo, e una dettagliata cronologia della tormentata e intensa vita del compositore, con significativo fotocorredo.

Per la circostanza, due curiosità marginali: spigolature che potrebbero anche non essere le ultime, grazie all’impagabile riscoperta, propiziata dall’iniziativa, della grandezza della sterminata produzione del Perosi: e non solo di quelloreligioso(N.L.)

  1. 1950. Milano, alla Scala: con Strehler…

Giorgio Strehler e Lorenzo Perosi. Chi riflettesse sull’arte italiana del secolo scorso, difficilmente riuscirebbe a individuarvi  due figure più dissimili e contrapponibili del regista mitteleuropeo dalla fortissima personalità, coinventore del Piccolo Teatro e futuro allestitore del Galileo brechtiano, e del modesto e problematizzato sacerdote tortonese, devoto sodale di Pio X e massimo esponente contemporaneo della musica sacra.

Eppure l’incontro, se non tra i due, almeno tra i loro mondi artistici avvenne, in modo singolare e inatteso, addirittura alla Scala. Nel giugno 1950 a Strelher fu assegnato il compito di allestire scenicamente, in collaborazione con Margherita Wallmann (allora solo responsabile del corpo di ballo scaligero su indicazione di Toscanini, e non ancora a sua volta regista come sarebbe divenuta da lì a poco) l’estrema “sacra rappresentazione in tre parti [il Giovedì; il Venerdì; il Sabato Santi: interpretazione scenica di mons. Teodoro Onofri]” del direttore perpetuo della Sistina: Il Nazzareno (proprio con la doppia z nell’originale).

L’occasione dell’inserimento in cartellone della singolare prima assoluta fu solenne:  la stagione di “Concerti di primavera per l’Anno Santo 1950”. Vi si avvicendarono sul podio direttori titanici quali Cantelli, Toscanini, Karajan (due volte) e De Sabata; in scena cantanti come la Tebaldi, la Schwarzkopf, Christoff, Prandelli e Siepi, impegnati in opere di Bach, Monteverdi, Mozart, Beethoven e Verdi. Le serate perosiane collocate a metà del mese, giovedì 15 e venerdì 16: eccezionale la replica nel calendario mensile, dovute alla presenza, solo per loro,  appunto di un allestimento scenico e coreografico (negli stessi giorni usciva il n. 8 della bella rivista lirica “La Scala” diretta da Franco Abbiati). Comprendevano anche musiche di Palestrina, ed erano state affidate alla bacchetta di Franco Capuana, alle voci canore di Giuseppe Taddei e Luigi Infantino e a quella recitante di Carlo d’Angelo; scene e costumi del grande Gianfilippo Usellini. Maestro del coro il suo “storico” direttore stabile Vittore Veneziani, -anch’egli chiamatovi da Toscanini alla vigilia del ventennio, poi allontanatosene temporaneamente a causa delle leggi razziali-  per l’esecuzione dello Stabat Mater e dei Mottetti palestriniani.

La scomparsa, nell’autunno 2015 a 97 anni suonati, di monsignor Raffaello Lavagna, vulcanico esponente della cultura cattolica dello spettacolo, non ci ha tuttavia privati, grazie alla rete, della sua scanzonata e preziosa testimonianza indiretta di  spettatore appassionato, restituendocene anche un inatteso e sapido risvolto: «Sorpresa di capitare a Milano proprio allorché l’arcivescovo,l’austero cardinale Schuster, aveva consigliato al Maestro di non presenziare allaprimadel suo oratorio:Se no, tutti i preti mi chiederanno di andare alla Scala!(era allora un tabù per i sacerdoti andare a teatro, anche se si rappresentavano opere sacre). Lavagna che, da giornalista, aveva la dispensa del suo intelligente vescovo savonese, si presentò tranquillo in teatro per chiedere un biglietto all’amico Luigi Oldani, confermato segretario generale dal da poco designato sovrintendente Ghiringhelli. Ma questi, indispettito per la proibizione cardinalizia, lo apostrofò invece malamente:Eh no! Non ci potrà essere, in teatro, il prete Perosi? Ebbene, nessun biglietto gratis per altri preti: c’è il botteghino, per chi vuole assistere al concerto!. E dopo la sfuriata, via di corsa. Passati però pochi minuti, mentre il malcapitato chiedeva lumi al portinaio, ecco tornare il segretario generale, nel frattempo calmatosi:Ho cambiato idea. Il prete Perosi doveva essere presente al concerto e non lo potrà? Ebbene, un altro prete ci sarà: ecco la busta col posto palco destinato all’Autore!». Il futuro prelato ligure si sarebbe poi sdebitato adeguatamente di quell’indebita sostituzione dell’involontariamente… contumace Perosi, tanto dando forte impulso alle nuove esecuzioni del di lui repertorio negli anni Settanta, quanto cooperando a concretizzare, sull’impulso dello strabenemerito maestro Arturo Sacchetti, che l’avrebbe diretto, l’idea del Festival Perosiano tortonese.

Era, salvo errori od omissioni, dal 22 febbraio 1934  che le note del compositore non risuonavano (era stata oltretutto l’unica volta!) nella grande sala del Piermarini: Antonio Guarnieri vi aveva diretto allora il Mosè. Mentre Strehler, allora pur solo ventottenne, era già di casa nel massimo teatro dal primissimo dopoguerra, per Perosi, stracarico di gloria a inizio secolo ma un po’ obliato negli anni più recenti al di fuori dell’ambiente ecclesiastico, si trattava, se non di un esordio, certo di un compensativo riconoscimento. Che non dovette risultare però, stando alle unanimi intonazioni dei recensori d’epoca (Frattini, Dal Fabbro, Riccardo Malipiero, Confalonieri, Lunghi) e di alcuni successivi saggi e volumi (Mariani, Gianoli e Renzo Rossellini ’52; Glinski e Damerini ’53; Rinaldi ’67; Paglialunga 2000) particolarmente riuscito: si scontava da un lato forse la poca dimestichezza degli autori con la forma scenica vera e propria, dall’altro le ripetutamente sottolineate inappropriatezze delle insistite coreografie della Wallmann.

Tutto questo non toglie né merito all’operazione inconsueta, né interesse alla riconosciuta nobiltà musicale dell’opera, che il compositore era venuto ideando ed elaborando dagli anni della seconda guerra mondiale, e la cui sostanza ne conferma ulteriormente il sintetico profilo a suo tempo tracciato da Massimo Mila: «Sebbene non espressamente operista, la figura singolare di don Lorenzo Perosi nei suoi numerosissimi oratorii riversò una vena drammatica d’impronta nettamente veristica […] innegabilmente vigorosa e, soprattutto, dotata d’invidiabile continuità. Gli elementi più disparati, dalla polifonia classica al romanticismo tedesco, alla melodrammaticità contemporanea, si ritrovano nell’opera sua, mescolati in uno strano e suggestivo eclettismo».

  1. 1967. Roma, al Pincio: l’ultimo busto…

Chiunque, a Roma, abbia percorso da Villa Borghese  la passeggiata del Pincio, per scendere alla Casina Valadier o a piazza del Popolo, avrà familiarizzato con l’imponente rassegna dei busti di personaggi famosi disseminati, in maniera abbastanza casuale e irregolare, lungo i panoramici vialetti dell’antico “colle dei giardinetti”, il Collis Hortulorum delle ville “fuori porta” -infatti non lo si annovera tra i “sette”…- del patriziato capitolino di età imperiale (sarebbe stato poi Aureliano, con le sue nuove mura difensive nel terzo secolo, ad assorbirlo nell’area dell’Urbe).  

I busti in questione, la cui origine risale addirittura all’effimera e sfortunata Repubblica Romana del 1849 (una caduta, la sua, per molti storici esiziale  all’Italia successiva…) e a Mazzini personalmente, e il cui odierno pietoso stato di conservazione è tra le mille attestazioni della crisi della capitale, sono ben 228, amorevolmente censiti da urbanisti e studiosi. Ma l’ultimo collocato, a differenza di quanto ha scritto Sergio Rizzo sul “Corriere” del 16 giugno scorso, non è stato Sidney Sonnino dal 1960, ma il più recente Lorenzo Perosi dal 1967.

La documentazione sulla vita tortonese del “Fondo Zavattari”, depositato dalla Pro Julia Dertona presso la Biblioteca Civica, consente un’agevole ricostruzione dell’esito di quella committenza.

In una lettera del 30 agosto 1967 l’autore della scultura, il marchigiano Guarino Roscioli (nato a Montottone, oggi provincia di Fermo, nel 1895 e morto a Roma nel 1978), operante soprattutto in Vaticano e specializzato in busti di pontefici o comunque di personalità, osservava: «penso che un busto del Maestro potrebbe essere più importante a Tortona dov’è nato che a Roma», Dimostrando, paradossalmente, di ignorare come la maggiore e più significativa parte dell’esistenza del celebrato si fosse svolta proprio in Vaticano. Ma  allegando in compenso un preventivo che riduceva il costo della realizzazione da 1.200.000 a un milione tondo.

Anima instancabile dell’iniziativa, naturalmente, proprio il generale Edmondo Zavattari, anche nella sua veste, tra le molteplici indossate, di presidente pro tempore del Centro Perosiano Italiano. Per l’inaugurazione, prevista per l’11 ottobre 1967 (con un anno di ritardo involontario sul decimo anniversario della morte). Infaticabilmente, confortato anche da una lettera di Ezio Guala che gli dà assicurazioni tanto sulla solennità della cerimonia quanto sulla collocazione del manufatto (“a fianco di Rossini e di fronte a Palestrina”), Zavattari, con un’autentica raffica di contatti, riesce ad assicurarsi la presenza inaugurale di Pier Luigi Romita, tortonese e all’epoca sottosegretario  all’Istruzione nel terzo governo Moro; del sindaco di Roma, Amerigo Petrucci, e di quello di Tortona, Carlo Bergesio, col gonfalone e la corale “Perosi” guidata dal maestro Danilo Dusi, ben noto a Voghera e meritorio direttore di numerose esecuzioni perosiane. La benedizione inaugurale sarebbe stata  impartita dal cardinale Cesare Zerba, originario di Castelnuovo, elevato alla porpora da Paolo VI due anni prima e fresco reduce del  da poco concluso Concilio.

Molte le rinunce, forzose o diplomatiche che fossero, a presenziare. Si scusano   l’autorevole critico musicale Giulio Confalonieri, che quattro anni prima aveva commemorato il Maestro nella Cattedrale diocesana; il dirigente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero Interni, Giuseppe Lutri, già questore di Alessandria, che rievoca partecipe un’ascoltata esecuzione di sue musiche; l’on. Vittorio Badini Confalonieri, in missione europea e futuro ministro dello Spettacolo in un governo Andreotti; la celebre soprano Maria Caniglia; il ministro in carica della P.I. Luigi Gui e il sottosegretario a Turismo e Spettacolo Adolfo Sarti; il sovrintendente della Fenice Floris Ammannati (già direttore della mostra del cinema di Venezia) e quella del Carlo Felice di Genova, Celeste Lanfranco; il presidente della Provincia alessandrina Sisto, impossibilitato per la concomitante visita alessandrina del Presidente della Repubblica Saragat e del vicepresidente della Camera Pertini, che avrebbero inaugurato qualche giorno dopo i nuovi Liceo Scientifico e l’Itis del capoluogo; don Zambarbieri della Piccola Opera Divina Provvidenza. Si scuserà a posteriori il maestro Gianandrea Gavazzeni, di ritorno dal Canada dove si trovava in quei giorni, memore del concerto pianistico da solista tenuto a Tortona nel ’32, senza immaginare che vi sarebbe tornato diciotto anni dopo, nella forma trionfale ricordata più avanti.

Particolarmente significativa la lettera di don Dionisio Di Clemente, preposto alla Comunità sacerdotale “Pio XII” degli Orionini in Vaticano, che scrive a nome delle sorelle di Perosi, ancora viventi e dimoranti nell’appartamento del Sant’Offizio, che era stata dimora con loro del musicista e del fratello cardinale Carlo: “Nel leggere delle onoranze che saranno rese al loro fratello, le buone Signorine erano commosse: con il trascorrere degli anni esse vivono sempre più delle memorie del passato e dei loro cari. Data però la loro etàla meno anziana, Pia, è ottantasei-ottantasettenne ed è a letto con la febbre!- non potranno presenziare alla cerimonia. Anche una visita sarebbe per loro motivo di non lieve imbarazzo”.

Un anno più tardi, l’11 novembre 1968, la stampa locale avrebbe malinconicamente riferito la rinuncia di Tortona a una copia del busto, per mancanza dei fondi necessari. La città natale si sarebbe rifatta più avanti, con un’immagine scultorea, probabilmente migliore di quella romana, in piazzetta De Amicis, a fianco della Cattedrale, ricordandovi oltretutto la memorabile esecuzione del Natale del Redentore direttavi proprio da Gavazzeni con l’orchestra del Carlo Felice, la sera del 21 dicembre 1995.

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