La sostanziale irresponsabilità dell’ “ordine” giudiziario

Il punto  Sandro Strozzi

magLa nostra Costituzione – che, pur leggermente stravolta negli anni passati (si pensi ad esempio all’introduzione del principio del pareggio del bilancio), rappresenta sempre un “faro” che i padri costituenti seppero sapientemente escogitare ed al quale avrebbero dovuto ispirarsi le leggi ordinarie – non parla di “potere” giudiziario, ma di “ordine” giudiziario.

Infatti il fondamento democratico che inerisce agli altri due poteri non può certo trovare spazio nell’ordinamento giudiziario, la cui funzione dovrebbe consistere nell’interpretazione e nell’applicazione della legge, e questa è probabilmente stata la ragione che  aveva indotto la Costituente ad usare il termine “ordine” anziché “potere”.

Eppure sarebbe difficile negare che negli ultimi 25-30 anni la magistratura non abbia rappresentato un vero e proprio “potere” accanto e spesso in (vittorioso) conflitto con gli altri tradizionali poteri dello Stato.

Del resto la stima e la fiducia di cui essa ha continuato a godere presso i cittadini liberi da appartenenze di partito o di lobby hanno rappresentato la prova più evidente dell’apporto che essa ha dato alle istituzioni affrontando e talvolta sanzionando la corruzione, non solo politica, dilagante.

Ma non è un buon servizio sottacere le gravi contraddizioni che emergono dal potere che essa di fatto rappresenta e dal condizionamento, o meglio dalla  pressione progressivamente esercitata per limitare ed ostacolare, nel settore civilistico, il diritto di difesa del cittadino.

Per ora intendo affrontare solo uno dei gravi limiti che hanno caratterizzato  l’attività della magistratura, quello rappresentato dal deperimento, nel processo civile, dei primi due principi costituzionali dell’art. 24, il quale enuncia che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e che la difesa è inviolabile.

Come è noto, il complesso dell’organizzazione amministrativa della magistratura dipende essenzialmente dal proprio organo di autogoverno, rappresentato dal CSM.

Le riforme dirette ad introdurre un barlume di responsabilità personale dei magistrati (dapprima con le legge Vassalli del 1988 e, più recentemente, con la legge n.18 del 2015) nell’amministrazione della giustizia hanno dimostrato tutta la loro sterilità, anche perchè all’interno della magistratura la difesa corporativa è giunta ad un livello altissimo, al punto da indurre il sospetto che la tanto giustamente esecrata immunità dei parlamentari si sia di fatto estesa all’ordine giudiziario.

Le recenti riforme nel settore civile – dettate unicamente dalla necessità di accelerare i tempi biblici della durata dei processi e di por fine, con tutti i mezzi possibili, agli indennizzi sostenuti dallo Stato – hanno quasi azzerato il principio dell’inviolabilità del diritto di difesa: l’appello e il ricorso per cassazione sono caduti sotto la spada di Damocle di una generale e capziosa inammissibilità e le tasse, cioè i contributi unificati, soggetti alla loro triplicazione in caso di rigetto dell’impugnazione, non sono più alla portata della classe media (supposto che questa, nel nostro paese, ancora esista).

Purtroppo l’avvocatura, cioè la categoria che avrebbe dovuto battersi per impedire questo decadimento della giustizia civile rappresentato dalla consunzione del diritto di difesa avvenuto negli ultimi 20-25 anni, di pari passo con il rafforzamento, anzi l’esaltazione del “potere” giudiziario, si è dimostrata incapace di reazione, precipitando in una condizione di pressoché assoluta sudditanza e perdendo ogni occasione per opporsi a quel decadimento, segnato da una lunga serie di provvedimenti negativi, quali ad esempio: a) l’abolizione delle preture (che costituivano un fondamentale, rapido e dinamico caposaldo periferico sia in sede civile che in sede penale); b) l’introduzione di organismi mediatori diretti ad ostacolare l’accesso alla giustizia civile; c) l’abolizione degli organi collegiali sostituiti dal giudice unico vero arbitro della causa; d) gli sbarramenti istruttori successivi alla prima udienza, tali da impedire persino l’esibizione di documenti decisivi per l’esito del processo; e) l’abolizione di moltissimi tribunali minori; f) l’ assunzione e l’immediata operatività, specie nel settore civile e anche in cause complesse, di giudici talvolta impreparati e immaturi…

E si noti che a fronte di queste misure, che rendono sempre più difficoltosa e precaria l’attività difensiva, il potere dei magistrati viene ormai espletato nella loro fondata persuasione che il controllo un tempo esercitato dal giudice superiore è stato pressochè azzerato dai provvedimenti, dall’esito che si potrebbe definire eversivo, che abbiamo esemplificato.

L’avvocatura, in passato avvezza ad un rapporto di collaborazione con magistrati non indotti a misurarsi con il potere dei partiti, ha semplicemente assistito a questa trasformazione – voluta o quanto meno fortemente assecondata dal CSM – senza reagire, senza far valere il principio costituzionale dell’inviolabilità della difesa rispettato per lunga tradizione, ma che ora veniva fortemente condizionato e conculcato dal deperimento dei sostanziali diritti e delle prassi che lo avevano caratterizzato.

L’assoluta precarietà che oggi presentano le impugnazioni in sede civile, con il conseguente gravissimo rischio che il cittadino – amareggiato, sfiduciato e scosso anche economicamente dall’esito della causa di primo grado – rinunci ad impugnare o che l’impugnazione possa essere disattesa non per ragioni di merito, ma per motivi puramente formali, pone in tutta la sua gravità il problema della violazione dell’art. 24 della Costituzione e dell’inesistente responsabilità  del magistrato nei confronti del cittadino che chiede e sempre più spesso non ottiene giustizia.

In sostanza, nel momento in cui le garanzie tradizionali – cioè i mezzi di impugnazione – che l’Ordinamento assicurava al fine di porre rimedio agli errori vengono compresse o addirittura messe ai margini come accade oggi, si rende necessario, per salvaguardare l’inviolabile diritto del cittadino, individuare forme di tutela che in passato erano impensabili.

E’ davvero sintomatico – ad esempio e a riprova di queste considerazioni – che l’avvocatura non sia stata minimanente interpellata o ascoltata in merito al problema della durata dei processi…

Solo oggi l’opinione pubblica ha capito che i tempi dei processi in questi ultimi 20-30 anni (e proprio in coincidenza con gli imponenti ritardi che si sono verificati) sono sempre stati decisi in maniera autocratica e priva di qualsiasi controllo dai magistrati, sui cui impegni e ignoti o inesistenti orari di lavoro l’avvocatura, cadendo in un’ altra imperdonabile mancanza, non ha mai voluto interloquire, quasi che il diritto di difesa, correttamente interpretato, non imponesse anche un certo controllo dell’avvocato sui tempi e sull’attività che viene erogata dal magistrato.

In queste condizioni è inaccettabile che gli eventuali giudizi sulla responsabilità dei magistrati, o i giudizi che questi ultimi promuovono nei confronti di cittadini (in particolare giornalisti colpevoli di “lesa maestà”) siano affidati ai colleghi degli accusati o degli accusanti: si tratta dell’ennesimo, intollerabile conflitto di interessi – questo però abilmente occultato – che matura nella solidarietà che caratterizza i componenti dell’Ordine giudiziario.

Ma il giudice non può che essere “terzo” e pertanto è indispensabile una riforma dell’art. 102 della Costituzione che istituisca, al fine di pronunciarsi nelle cause in cui una delle parti è un magistrato, un organo inquirente e giudicante indipendente dall’Ordine giudiziario, con competenze civili, penali e amministrative.

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One thought on “La sostanziale irresponsabilità dell’ “ordine” giudiziario

  1. Caro Sandro,
    sei riuscito a esporre in modo convincente, documentato e chiarissimo, anche per un profano come me, un tema attuale, complesso e scottante, senza risparmiare nessuno degli attori in causa: giudici, politici, CDM, Ordine degli avvocati.
    I magistrati, credo siano gli unici lavoratori statali in Italia esentati dal rispetto di un preciso orario l, per cui quelli seri lavorano, quelli pigri o distratti galleggiano. Anche così, non solo con la legge Cirielli, che ha dimezzato i tempi della prescrizione per salvare Berlusconi, il quale appunto l’ha imposta, si spiegano la valanga di prescrizioni e il relativo tempo e denaro sprecati, oltre alla frustrazione dei magistrati, che celebrano processi inutili, perché sanno che andranno a breve inevitabilmente in prescrizione.
    Inoltre, se non sbaglio prescrizione equivale ad assoluzione, anche quando i reati, pure quelli gravissimi, sono dimostrati (per cui assistiamo al paradosso che il responsabile di un doppio incidente stradale viene condannato, con la pena scritta sulla fedina penale, mentre un delinquente pluriprescritto, per la legge è una mammola immacolata).. Lo disse il P.G. della Cassazione Iacoviello, chiedendo la prescrizione del padrone svizzero plurimiliardario dell’Eternit:” Siamo di fronte a un criminale colpevole di tutti i reati ascrittigli, che non prova neppure un briciolo di pietà per le sue vittime”, più di 3000 finora a Casale e in altri luoghi, uccise dal mesotalioma pleurico provocato all’amianto. Aggiunge che i due processi di condanna svoltisi a Torino non avrebbero neppure essere celebrati, perché il reato era già prescritto, a suo parere, ovviamente. Quindi niente condanna, niente risarcimenti, niente ripristino dell’ambiente devastato dall’immutatio loci e dall’epidemia tuttora in corso: oggi muoiono coloro che da bimbi giocavano col polverino sulle rive del Po (quando la fabbrica veniva lavata, un canalino scaricava l’acqua nel Po; in tempi di magra del fiume, il polverino si depositava sulla riva destra, dove giocavano i bambini con la paletta e il secchiello). Vedi il mio saggio, pubblicato dai giornali mail alessandrini, finito su google nazionale per lungo tempo al 1° posto su Commenti alla Motivazione della Sentenza della Cassazione sul caso Eternit, e dall’AFeVA di Casale (dopo le opportune correzioni giuridiche suggeritemi dall’avv. Paolo Liedholm, che ha perso la madre casalese vittima del mesotelioma) capitale momdiale della lotta all’amianto, che è finora l’unico ad esaminare a fondo le citate Motivazioni della Serntenza Eternit della I Sezione della Cassazione (fatto curioso, perché fino ad allora i reati ambientali venivano asegnati alla IV sezione). Preciso che l’avvocato difensore del criminale svizzero era l’avv. Coppi, massimo cassionista italiano.

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