Il polverone…

Gian Piero Armano

fabFabiano Antoniani, in arte Fabo, scegliendo di morire con l’assistenza di un amico, ha riaperto una questione controversa che appare ogniqualvolta una persona decide di interrompere la sua vita. Passeranno questi giorni e poi tutto tacerà: i progetti di legge sul fine-vita giaceranno nei cassetti dei parlamentari, il polverone mediatico ristagnerà inerte sulle coscienze di tutti, la vita andrà avanti… ma i problemi dell’accanimento terapeutico, dell’eutanasia, del rispetto delle scelte di coscienza  di chi, giunto ad una situazione di vita che, in qualche modo è non-vita, rimarranno lettera morta chissà per quanto tempo ancora.

Tutti dovremmo sentirci un po’ colpevoli perché contribuiamo a fare del polverone per alcuni giorni e poi ignoriamo il problema del fine-vita, delle conflittualità interiori che vivono le persone  colpite da mali incurabili e irreversibili; ma ci permettiamo di esprimere giudizi trancianti o assumiamo atteggiamenti di silenzio che sa di codardia.

C’è da augurarsi che almeno ci sia – nei giorni del polverone mediatico – un po’ di rispetto e di vicinanza solidale (e per chi è credente, anche un po’ di preghiera) per Fabo e per tutti gli altri che, come lui, stanno vivendo giorni di dolore, di paura, di angoscia o di desiderio di farla finita. E’ poca cosa se facciamo questo… ma è un primo passo per non stralciare dalla nostra vita abituale la situazione gravosa e penosa di chi attende di essere aiutato, anche con una normativa di legge, per dare una soluzione al suo malessere.

Davanti a noi c’è un cammino di responsabilità che non deve essere interrotto o dimenticato, un cammino di riflessione e di impegno perché i casi come quello di Fabo, non restino irrisolti sul piano della legislazione che in Italia non ha ancora trovato una soluzione.

In questi anni si sono verificati alcuni casi di morte assistita, il primo, quello di Piero Welby, poi quello di Eluana Englaro che ebbe anche dei risvolti in sede giudiziaria e che si concluse nel 2007 con la sentenza della Cassazione che stabilì che l’autodeterminazione terapeutica non può conoscere limiti, anche se provoca la morte. Ci furono altri casi, molti dei quali rimasti sconosciuti, ma che mettono in evidenza la necessità di una legge laica che non costringa ad emigrare o di finire in tribunale qualora una persona malata per motivi validi e seri, opti per porre fine alla sua vita. E questo deve avvenire in sede politica, salvaguardando in modo scrupoloso la laicità dello Stato che deve assumersi la responsabilità di legiferare in questo contesto.

La legge deve essere fatta al più presto, come è già avvenuto in altri paesi; in Italia si è aspettato troppo, aumentando confusione, disperazione e disagio.

E’ vero che di fronte al problema del fine-vita ci sono forti remore per chi è credente, che provocano talvolta prese di posizione talmente rigide che vanno al di là del rispetto del dolore altrui  e del valore della coscienza di chi fa altre scelte. E’ altrettanto vero che anche nell’ambito dei credenti avvengono dei ripensamenti sul valore della vita, della malattia, dell’accanimento terapeutico, del rispetto della volontà del malato.

Già il cardinal Martini, che ebbe la sfortuna di vivere i suoi ultimi anni con una forma di malattia irreversibile, propose alcuni spunti di riflessione che ebbero un forte impatto con la coscienza dei credenti e dei non credenti. A proposito del caso Welby scrisse: “…con lucidità ha chiesto la sospensione della terapia di sostegno respiratorio, costituita negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico, senza alcuna possibilità di miglioramento… Questo in particolare per l’evidente intenzione di alcune parti politiche di esercitare una pressione in vista di una legge a favore dell’eutanasia. Ma situazioni simili saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale”. Il cardnal Martini si rendeva conto che la crescente capacità del progresso medico fosse altamente positivo per protrarre la vita anche in condizioni impensabili nel passato, ma nello stesso tempo avvertiva che le nuove tecnologie hanno bisogno di un supplemento di saggezza per evitare lunghi trattamenti che non portano alcun giovamento alla persona malata.

Purtroppo sappiamo quali furono le reazioni al caso Welby; gli furono negati i funerali religiosi, si dettero giudizi sommari e trancianti, si fecero azioni pseudo religiose riparatorie da parte di credenti (?) che risultarono vere e proprie sceneggiate di stampo fanatico…

Ma, sollecitati dal caso Fabo, occorre distinguere tra eutanasia e astensione dell’accanimento terapeutico, che sono due aspetti sovente confusi. La prima consiste in un gesto che accorcia la vita procurando la morte; la cessazione dell’accanimento terapeutico, invece, rinuncia ad interventi medici che, non dando alcuna speranza di miglioramento, non impediscono la morte. E su questo punto la riflessione del cardinal Martini fu ancora più profonda: “Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regia generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze, le intenzioni dei soggetti coinvolti, in particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate”.

Dal punto di vista giuridico occorre che ci sia una normativa che consenta, da un lato, di accogliere da parte della persona il rifiuto delle cure in quanto ritenute eccessive e, dall’altro, la normativa non consideri il medico che interviene, come omicida o come aiuto al suicidio. E’ un problema delicato, ma non impossibile perché, ad esempio, in Francia nel 2005 è stata approvata “La legge sui diritti del malato e la fine della vita” in modo equilibrato, pur non essendo perfetta, che consente di realizzare un accordo soddisfacente in una società pluralista.

L’attenzione ai diversi problemi del fine-vita hanno un alto impatto emotivo perché riguardano non solo il modo di vivere la vita, ma di come vivere la morte in modo umano. Chi ha fede potrà andare anche oltre, potrà guardare più in alto e anche più oltre, valutando e giudicando l’esistenza non soltanto alla luce di criteri puramente terreni, ma anche  alla luce della misericordia e della promessa della pienezza della vita di Dio.

Ritornando a Fabiano Antoniani possiamo dire che è morto perché ha voluto morire, mettendo in gioco la sua libertà, che è uno degli elementi portanti della spiritualità della persona: la sua è stata una morte umana perché liberamente scelta. Per questo merita tutto il nostro rispetto, anche se ciascuno di noi, per fede o per qualsiasi altra ragione, farebbe altre scelte.

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2 thoughts on “Il polverone…

  1. Caro Gian Piero,
    il tuo articolo è da me totalmente condiviso, per la lucidità e la pacatezza (se si può chiamarla così in casi simili), con cui esponi il problema. Significative e decisive le citazioni del cardinale Martini. Anch’io, per l’esperienza che ho passato con mia madre, malato terminale, quando i medici, del reparto della morte, vicino al pronto soccorso dell’ospedale S.Martino di Genova, mi dissero che non rispondeva più alle cure (94 anni, pesava 30 kg) e che la fine era prossima. Io risposi che non volevo nessun accanimento terapeutico. Loro risposero che non attuavano l’accanimento terpeutico, e che lasciavano che la fine inevitabile proseguisse il suo corso, pur curandola per quanto possibile Soffriva, non poteva bere perché l’acqua le intasava i polmoni, solo una flebo e una spugnetta umida di tanto in tanto sulle labbra. Personale, medici e infermieri, impeccabile per capactità e umanità. Credo che le abbiano somministrato forti calmanti nelle sue ultime ore; morì come la natura o Dio avevano deciso per lei, di blocco renale, con ormai tutti gli organi disifatti, di vecchiaia. La sue ultime parole furono, in dialetto fiumano: “Evio, cossa sarà de mi ?”.
    Mi chiesero se acconsentivo alla donazione degli organi, ma non aveva più un organo che fosse donabile, Questa non è eutanasia, è rispetto per la vita umana e per la volonttà divina.
    Ebbe il suo funerale nella chiesa della sua parrocchia, come aveva sempre desiderato: gli ultimi mesi la domenica seguiva in casa la Messa alla TV, facendosi il segno della croce, unendosi alle preghiere corali, e seguendola con una lucidità inattesa per una vecchia nelle sue condizioni, imbottita di farmaci, in carrozzina. Ecco, questo fatto minimo, a me, non credente, sembra un miracolo.

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