Per ricostruire il PD, un segretario che lo faccia

Daniele Borioli (*)

reorL’impegno dichiarato da Andrea Orlando, di non voler abbinare all’incarico di segretario quello di candidato alla guida del Governo, è un’ottima notizia. Su questo punto è inutile attardarsi in dibattiti di principio intorno alla coincidenza tra le due funzioni. Una previsione statutaria pensata in un momento nel quale, insieme alla nascita del PD, si andava costituendo a destra il Popolo della Libertà e il sistema italiano sembrava stabilizzare il bipolarismo in un modello tendenzialmente bipartitico. Dieci anni dopo, quel modello è completamente saltato (altra cosa è discutere se questo sia un bene o un male), e sarà già molto se riusciremo a darci una legge elettorale che temperi almeno in parte l’approdo al proporzionalismo.

Ma non è neppure questo il motivo principale per il quale l’impegno di Orlando è assolutamente utile e apprezzabile. La politica ha il dovere di fare i conti con la realtà e con essa mettere in relazione le proprie formulazioni teoriche e organizzative. Su questo versante, non si può non vedere come, in occasione della sua prima applicazione pratica, la coincidenza tra leadership nel partito e premiership per il Paese non abbia funzionato. E a farne le spese è stato essenzialmente il partito, che visto aggiungersi alla crisi di più lungo periodo iniziata già da diversi anni, un ulteriore e progressivo impoverimento nella sua capacità di svolgere la funzione di collegamento fecondo tra la società e le istituzioni.

La dialettica interna, che in un partito grande come il PD dovrebbe essere funzione della capacità di interpretare, rappresentare e portare a sintesi le istanze della società, si è risolta così, nel migliore dei casi, in un esercizio della democrazia formale dagli esiti tanto legittimi quanto predeterminati e scontati, alla quale gli iscritti (sempre più disorientati) hanno assistito più che altro come spettatori, talvolta come tifosi. Molto raramente come protagonisti. Su questo deficit pesa senza ombra di dubbio la responsabilità del segretario, che mentre svolgeva con efficacia la propria funzione di premier evidenziava incapacità o non sufficiente interesse: tanto a costruire intorno a sé un gruppo dirigente fatto di personalità forti e autonome, all’altezza della sfida, quanto a comprendere la rilevanza primaria che riveste la costruzione di un radicamento territoriale che non sia solo “cinghia di trasmissione” verticale delle posizioni del leader.

Rispetto ai riflettori, in moltissimi casi del tutto meritati, che hanno illuminato l’azione del Governo, si evidenzia il cono d’ombra nel quale è stata sostanzialmente la vita del partito. Un cono d’ombra simbolicamente ben evidenziato dalle rarissime riunioni della segreteria nazionale, l’ultima delle quali pare si sia tenuta nel 2015. Insomma, pur senza avere pregiudizi ideologici sulla figura bifronte leader/premier, non si può negare che alle nostre latitudini non abbia funzionato. È sbagliata in sé l’idea? Non era adatto a interpretarla Matteo Renzi? Difficile dare una risposta netta. Se non quella che consiglia di cambiare radicalmente strada e di dare al PD un leader che si occupi di rigenerarlo e riorganizzarlo, come proprio esclusivo compito.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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