Stelle cadenti

Carlo Baviera

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Anni fa, la mia generazione era stata affascinata dai fratelli Kennedy, interpreti del riformismo progressista di quell’epoca positiva degli iniziali anni sessanta.

Poi il Vietnam – poi il trattamento riservato dai due fratelli a Marilin, la cui fine si è andata chiarendo sempre più, con un possibile loro coinvolgimento. Queste cose ci hanno aiutato a diventare adulti e a capire che non ci si deve infatuare di nessuno, neanche dei migliori. La loro politica resta un riferimento importante e ha rappresentato un indubbio progresso nell’avanzamento della democrazia e della libertà; ciò non esime da considerazioni anche critiche, o dal riscontrarne limiti.

E questo vale per tanti statisti e uomini illustri, anche all’interno del mondo ecclesiale. Si può anche essere Santi, ma il giudizio storico è cosa, per molti aspetti, diversa dalla testimonianza della fede e della carità. Se si possono fare esempi, mi scuso per i riferimenti non del tutto assimilabili (o consoni) al discorso che sto sviluppando, Giovanni XXIII e Padre Pio sono stato entrambi dichiarati Santi dalla Chiesa ma vi furono incomprensioni fra i due; Sturzo e La Pira sono avviati verso l’onore degli altari, ma negli anni ’50 si scontrarono aspramente – pur col rispetto e la stima reciproca – sulla politica economica; Pio XII e De Gasperi si scambiarono colpi duri riguardo ad alcuni passaggi importanti per l’Italia, ma l’uno e l’altro sono incamminati sulla via del riconoscimento dell’esercizio delle virtù cristiane vissute in forma eroica secondo quanto richiesto dal processo canonico.

Tornando a noi, più di recente abbiamo dovuto prendere atto che le speranze suscitate da Blair con il New Labour sono inciampate negli interventi in Iraq e nel non aver diversificato eccessivamente le scelte economiche da quelle della Thatcher, e che gli stessi Clinton e Obama (pur con i meriti che vanno riconosciuti e alcune riforme realizzate) in fondo non sono riusciti ad uscire dal paradigma dell’attuale capitalismo che condiziona largamente la storia mondiale.

Per fare altri esempi possiamo citare Cory Aquino, la cui presidenza venne contestata per nepotismo e oligarchia; oppure Eltsin e Gorbachev, campioni dell’uscita della Russia dal sovietismo e da un sistema monopartitico, attraverso la trasparenza e le riforme, ma fermatisi entrambi a metà; e pur con responsabilità diverse di aver portato sulla scena politica l’ex KGB Putin che in fatto di democrazia non è certo un esempio da proporre alle giovani generazioni.

Non è il caso di continuare, ma ogni cultura politica deve riconoscere che tanti leaders osannati o diventati icone di progetti rivoluzionari o restauratori non sono sempre stati perfetti. Non sarebbero uomini, ma macchine.

Tutta questa premessa per affermare che, come direbbe Totò, “siamo uomini di mondo” e perciò abituati alla caduta delle stelle, al vedere personalità andare in difficoltà o essere messe in crisi da comportamenti o da errori che vengono loro contestati. E’ il caso, nelle settimane passate di Aung San Suu Kyi criticata da 23 leaders mondiali tra cui molti Premi Nobel per la Pace per essere rimasta in silenzio e non aver adottato “nessuna iniziativa per assicurare pieni diritti di cittadinanza per i Rohingya”.

Il popolo <Rohingya> temuto dai birmani perché deriva da un incrocio di popolazioni con i colonizzatori britannici e non è più strettamente legato al buddhismo; i buddhisti birmani più radicali si sentono demograficamente in diminuzione rispetto ai rohingya e temono un forte aumento dell’Islam. Già in passato ci furono genocidi e oggi questo popolo vive una nuova tragedia umanitaria oltre al rischio di una pulizia etnica (sempre i 23 leaders mondiali parlano di “una tragedia umana che equivale a pulizia etnica e crimini contro l’umanità”).

L’ONU ha definito questa popolazione la più perseguitata al mondo, e nel mese di dicembre l’opinione pubblica fu colpita dall’immagine di Mohammed annegato insieme alla madre un fratello e uno zio nel tentativo di fuga dal Myanmar (nuovo nome della Birmania). Una fuga e una persecuzione (villaggi bruciati e rastrellamenti) ignorate dal Governo di cui è esponente importante proprio il Nobel per la Pace Suu Kyi.

E’ sempre difficile e complicato entrare in vicende di altri Paesi; le questioni sono sempre più complesse di come possono sembrare. A volte, è già accaduto nella storia, i silenzi sono stati motivati dal non provocare tragedie maggiori o per svolgere un intervento umanitario più efficace. Perciò non è intenzione esprimere giudizi affrettati o opinioni che rischiano di usare lenti da presbite.

Resta il fatto che la reputazione di una donna che tutti abbiamo ammirato per la sua forza, il suo coraggio civile, la sua coerenza, la sua capacità di guida nonviolenta nel ribaltare un sistema illiberale, viene messa fortemente alla prova.

Attendiamo l’evoluzione della situazione, ma resta evidente che non prendere posizione per difendere i diritti umani di migliaia di persone in fuga dalla propria terra, perché si sentono minacciati da chi dovrebbe garantirne l’incolumità e la serenità, offusca pesantemente una icona della nostra epoca.

Una stella cadente, nella speranza di fatti che ne correggano l’attuale immagine che si è offuscata.

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