Perché non posso neppure pensare di andarmene dal Pd

Daniele Borioli (*)

redaTra i molti guai, le sofferenze, le contrapposizioni politiche, la scissione del Pd, di cui ancora non conosciamo l’esatta entità, ma vediamo ormai l’ineluttabile svolgersi,  porterà con sé anche una lezione che speriamo non sia consegnata alla storia in versione definitiva. Quella del rischio di fallimento che sta correndo un intero gruppo dirigente. Come qualificare, infatti, l’approdo di un lungo cammino, durato quasi trent’anni, via via orientato alla costruzione della casa comune dei riformisti ed europeisti italiani, dopo la fine della guerra fredda, la caduta del muro e delle ideologie che l’avevano edificato?

Un cammino passato per tappe e percorsi non lineari, che ha lasciato per strada morti e feriti, protagonisti che con i loro errori ma anche e soprattutto con i loro slanci generosi hanno tratto fuori dal guado la storia del più grande partito comunista dell’occidente, restituito dignità e funzione al cattolicesimo democratico e al socialismo, caduti nell’inferno di tangentopoli. Di questo cammino il Partito Democratico è stato forse il più impervio, coraggioso e visionario passaggio: quello che ha provato a fondere in un partito nuovo due vicende collettive, umane e culturali prima ancora che politiche, tra loro lungamente divergenti, quando non antagoniste.

Rispetto a questo passaggio, simbolicamente varato al Lingotto di Torino poco meno di dieci anni fa, qualcuno parlò di “fusione a freddo”. Non senza qualche ragione, se si guarda ora quell’argomento con il senno di poi. E con l’inevitabile sensazione di trovarsi oggi di fronte a una rottura che scinde con identica freddezza ciò che allora si decise di unire. Una “scissione a freddo”, insomma, delle cui responsabilità potremo a lungo discutere e lo faremo in altre occasioni, ma che ora ci appare nuda, in tutta la sua scarna assenza di motivazioni profonde. Sia da parte di chi ha cocciutamente deciso di andarsene. Sia da parte di chi non ha fatto abbastanza per rimanere.

So bene che non è assolutamente detto che con la scissione finisca il Pd. Dipenderà da quanto chi nel Pd rimane saprà far rivivere un progetto plurale e pluralista, sin dalla prossima partita congressuale. Dipenderà da quanto il Pd saprà affrontare le sfide aperte: sul terreno del contrasto alle diseguaglianze, su quello della protezione sociale e della valorizzazione del lavoro, su quello del rilancio della funzione dei ceti medi quale elemento connettivo della società italiana, su quello della lotta alla criminalità e del superamento del dislivello tra nord e sud, su quello della piena attuazione dei nuovi diritti civili e di cittadinanza, su quello infine del contrasto al gap di opportunità e di inclusione che separa le nuove generazioni da quelle più mature.

Sono i temi di fondo, i titoli per ora, perché quasi nulla ancora si è fatto, di cui nel corpo del Pd si è cominciato a ragionare all’indomani del brusco risveglio del 5 dicembre scorso. Allorché sono cominciati a venire al pettine i nodi che per lungo tempo avevamo trascurato di affrontare, lungo una catena di responsabilità lunga, che certo non può essere scaricata sulle spalle dell’ultimo segretario, ma che non per questo può ulteriormente essere elusa. Temi di enorme portata, che richiamano un lavoro di approfondimento difficile da esaurire in un congresso che precipita rapidamente verso le primarie e che si trova stretto dalle elezioni amministrative di primavera.

Per questo ho appoggiato con convinzione la proposta di Andrea Orlando, di una conferenza programmatica che precedesse il congresso. Non per un semplice espediente tattico di calendario (pur non disprezzabile al fine di evitare la scissione), ma allo scopo di configurare una fase preliminare di ascolto della società italiana e di elaborazione, in grado di mettere ordine alle esasperate contrapposizioni tra correnti e capicorrente esplose nelle settimane successive alla sconfitta referendaria, riconducendole all’alveo composto di due-tre piattaforme politiche e programmatiche tra loro alternative sulle quali innestare la competizione per la leadership.

Spiace che questo percorso non sia stato condiviso, o non sia stato capito, a meno di ripensamenti in zona Cesarini. Peraltro, non avendo io alcuna intenzione di lasciare il Pd, metterò tutto l’impegno di cui sono capace affinché almeno una parte delle ragioni sottese a quella proposta possano vivere lungo l’iter congressuale.

Come dicevo, non è detto che la scissione determini la fine del Pd. Dipenderà da come svolgeremo la nostra discussione e da quanto essa saprà coinvolgere una base e un elettorato smarriti, arrabbiati, delusi. E dalla capacità di mettere in campo alternative reali e sfidanti alla leadership di Renzi, non per abbatterlo o per menomare le molte qualità che egli può ancora mettere a disposizione dei democratici e del Paese, ma per riarticolare un pluralismo robusto nel partito, fondato su opzioni politiche forti e non sullo stato di rissa permanente tra “galli nel pollaio” (come hanno efficacemente detto alcune parlamentari democratiche).

Non è detto, dunque, che finisca il Pd. Ma è detto per certo, e per la prima volta dalla sua fondazione, che nasce dal suo seno un progetto politico che ne dichiara fallita la funzione originaria e si propone in contrapposizione ad esso. Ed è detto che a promuovere tale progetto non è qualche frazione secondaria della matrice originale, ma alcuni dei più autorevoli fondatori, incluso un ex segretario. Sulla base di un progetto che io non solo non condivido ma considero gravemente dannoso per il centrosinistra italiano e per il riformismo europeo, ma che cionondimeno è in campo e i cui effetti sulla natura, sul l’identità e sulla forza del Partito Democratico quale partito a vocazione maggioritaria saranno gli elettori a decidere, inappellabilmente.

La partita è aperta. Il Pd c’è, sta sul campo e vedremo come saprà affrontare le prossime mosse. A cominciare da quelle che riguardano le prossime amministrative, che certo la scissione rende maledettamente più difficili, per i riflessi che essa avrà in particolare nella costruzione delle alleanze e nella formazione delle liste. Tema che un partito sempre più centralista e molto distratto rispetto alla dimensione locale non è riuscito a vedere nella sua rilevanza.

Torno per concludere sul “rischio fallimento” di cui dicevo in apertura. Mi è capitato diverse volte, anche su questo blog, di ragionare sull’”incompiuta Pd. Denunciando il mancato compimento di quel processo di costruzione di una cultura politica e persino di un’identità nuove, in grado di amalgamare due storie di matrici differenti e, per molti aspetti, divaricanti. Una scommessa ardua ma ineludibile per dare vita lunga e sana alla creatura. Negli ultimi mesi quella mancanza è divenuta una tara, un baco che ha corroso gli elementi coesivi della comunità-partito.

Ma l’evidenza più triste, della quale non si può non prendere atto, ed è già un passo pesante di avvicinamento alla procedura fallimentare, che l’amalgama non è riuscito soprattutto ai livelli alti. Nonostante tutto, nonostante le diffidenze iniziali, legate a tradizioni e culture, persino reti di relazioni familiari e amicali diverse e consolidate negli anni, il popolo del Pd, militanti, simpatizzanti, elettori, compagni e amici di strada, quel popolo è in qualche modo diventato comunità, pur nel suo assottigliarsi. Nessuna traccia di comunità, soprattutto se si guarda agli ultimi mesi, è invece rintracciabile al vertice, in seno a quel gruppo dirigente che ha il compito di guidare e orientare i processi, inclusi quelli che riguardano la costruzione di una cultura politica comune.

Per usare un’espressione antica: “quelli che dovrebbero dare l’esempio” hanno invece messo in scena una poco commendevole e ancor meno comprensibile rissa continua, che ha fatto saltare anche i più elementari principi di solidarietà reciproca e coesione. Che ha tirato il corpo del Pd verso una tensione via via, crescente sino al limite della rottura, alla fine purtroppo avvenuta. Nello smarrimento della nostra gente, anche nella rabbia faziosa con la quale essa si esprime, c’è tutto il segno di un’accusa stringente: “proprio voi, che ci avete spiegato che dovevamo metterci insieme, che ci avete persino costretto a farlo, ora ci dite che bisogna sfasciare tutto”.

Questa accusa, per quel poco che conto come dirigente democratico, mi riguarda molto. La sento sulla pelle come un taglio bruciante. Per questo, ostinatamente rimango: perché non posso abbandonare lungo un sentiero incerto le persone che pure io ho concorso a trascinare sin qui.

 (*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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3 thoughts on “Perché non posso neppure pensare di andarmene dal Pd

  1. Costituzione art. 54 :…” I cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con DISCIPLINA e ONORE, prestando giuramento nei casi previsti dalla
    legge”.
    Non ce l’ho con te, ovviamente, e ti risparmio l’elenco interminabile di coloro, deputati, senatori, consiglieri regionali ecc., a mio avviso, i quali non l’hanno rispettato. Si potrebbe non candidarli alle prossime elezioni ? Io, quando sono entrato in ruolo, l’1 settembre 1974 presso la Scuola Media Statale di Ticineto, con alcuni miei colleghi, ho pronunciato il giuramento davanti alla Preside. Eravamo tutti compunti, e anche commossi.

  2. Pingback: Consunzione | Appunti Alessandrini

  3. Caro Daniele,
    ti conosco da molti anni. Ho sempre apprezzato la tua serietà, preparazione, dedizione disinteressata, non ho alcun motivo di credere che sia venuta meno. Ho avuto il piacere di collaborare con te, troppo brevemente, nell’effimero periodo in cui eri appena diventato assessore alla Cultura nell’allora sussistente (davvero) Provincia, essendotene poi andato subito per fare in maniera peraltro eccellente l’assessore regionale ai Trasporti.
    Mi colpisce quindi parecchio che tu -come molti altri- paia non cogliere la sostanza politica oggettiva e pesante che c’è dietro i gesti sia pur timidi e incerti, tardivi e in ordine sparso, di tanti tuoi eminenti compagni di partito e di mandato parlamentare, Bersani in testa. E che non prenda nota neppure di quanto, sia pur confusamente e frammentatamente, sia stia muovendo “alla sinistra” del PdR. A questo punto è evidente che la posta in gioco per il futuro non può che passare innanzitutto dal dispensare dal servizio il segretario/non più segretario che mi scrive irrichiesto anche dalla California, Ma sarà una cosa possibile? Nell’attesa, leggiti anche tu il nuovo articolo di Appunti AL sulla CONSUNZIONE caricato oggi…
    Niente di personale: un caro saluto e buon lavoro, se possibile…

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