Il Partito Democratico alla resa dei conti

Domenicale Agostino Pietrasanta

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La diffusa sensazione che si realizzi una resa dei conti da rancori personali ha le sue ragioni: fallito il tentativo di Renzi, i “rottamati” si vendicano e la sensazione rischia di diventare evidenza. Tuttavia resta inutile insistere sulla scarsa taratura politica dei protagonisti perché succede spesso che non siano gli uomini a determinare gli sviluppi più complessi, ma siano proprio gli eventi ad offrire spazio ai migliori e ai peggiori, a seconda delle situazioni più o meno compatibili con le personalità che emergono dalle genesi culturali, politiche ed economiche. Alle corte, il PD si trova al capolinea perché non è mai nato come tale ed i “leader” (si fa per dire) che ne interpretano l’inevitabile requiem, sono compatibili ai risultati.

Certo c’erano fin dall’inizio delle difficoltà di contesto. La crisi internazionale era in corso, la crescita e conseguentemente il benessere complessivo stavano crollando, l’inestricabile confusione burocratica del nostro Paese ha reso da subito difficoltosa l’impresa. Un’impresa che per l’incontro di due culture politiche tradizionali della nazione (o forse anche tre) avrebbe dovuto realizzare finalmente la prospettiva delle forze popolari: compattare una democrazia sostanziale, libera da ogni laccio ideologico.

Proprio su questo punto nasce il problema tutto interno al PD e dunque non di contesto. I lacci ideologici si sono cristallizzati. La vecchia classe post/comunista ha valutato l’incontro come prospettiva egemonica, come possibilità di chiudere i conti con le culture del riformismo cattolico; la componente cattolico/democratica si è dissolta nella prospettiva dei “principi non negoziabili”, senza mediare sulla loro effettiva e possibile realizzazione. Ne è derivato un indebolimento devastante per carenze culturali ed un abbandono sdegnoso o sdegnato di tanti protagonisti incapaci di distinguere tra principi ed una politica che media da sempre il massimo di bene possibile e non certo la perfezione.

Non solo. Il governo non ha inciso minimamente sul versante della corruzione e ben poco su quello dell’evasione fiscale, con buona pace degli annunci degli ultimi giorni; e tutto questo è stato imputato al partito più direttamente responsabile dell’azione di governo, il PD.

E ci sarebbero da aggiungere, riprendendo un ragionamento precedente, la completa assenza di una politica che limitando il laccio burocratico, potesse proporre condizioni di favore per l’impresa. E non riprendo né voglio insistere, a noia dei miei lettori, sulla questione della mancata promozione del merito come strumento della crescita complessiva. Aggiungerei anche di una mia personale convinzione che vale solo per quello che può. Io non credo che gli Italiani sono più truffaldini di altri popoli; il fatto è che a fronte di dieci passaggi burocratici ci sono più possibilità di corruzione che non rispetto a tre passaggi burocratici. Il vecchio adagio “l’occasione fa l’uomo ladro” potrebbe valere anche qui; e nel nostro simpatico Paese le occasioni si moltiplicano rispetto a quelle di altri Paesi.

Le vendette personali forse ci sono, ma certamente trovano terreni favorevoli per il loro sviluppo e, da noi, i terreni favorevoli sono abbondanti.

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One thought on “Il Partito Democratico alla resa dei conti

  1. Caro Agostino,
    mi sembri un poco acido stavolta, meno compassato es equidistante (apparentemente) del solito. Mi pare che non cerchi la conciliazione, impossibile tra cotanto strame, e che prevalga nel tuo articolo, breve ma incisivo, anche nel non detto, facilmente intuibile, una totalmente condividibile indignazione. E non tocchi neppure il tasto dolente degli innumerevoli privilegi che i nostri politici tutti: ricordo la figuraccia di Capanna, uno che non ha mai lavorato in vita sua, perché lui “pensava”, in TV domenica pomeriggio da Giletti (il prossimo Bruno Vespa, sta studiando) , quando ha difeso a spada tratta, fin urlando, la sua meritata (? ) pensione, pardon vitalizio, parola ancora più offensiva per gli italiani. Non era necessario: una classe politica così scadente, mi fa rimpiangere persino Almirante, che almeno si nascondeva dentro un abito signorile, come Montanelli del resto, anticonformista sì, ma dopo essersi installato nel grande giornalismo italiano. E’ il prezzo da pagare, o un romanzo di formazione (Renzo nell’ironico finale dei P.S: “ho imparato a, ho imparato a…):

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