Sogni, progetti e malumori (di un Capoluogo stanco)

Qui Alessandria  Dario Fornaro

aboNei giorni scorsi sul blog dell’assessore Abbonante sono apparse alcune brevi, ma significative, considerazioni (redatte in una con il consigliere regionale Ravetti) riguardo al ruolo, da rinverdire, di Alessandria, come città in sé e come capoluogo provinciale.

Laddove su questo tema si esercitano spesso digressioni proiettate al passato, che non torna, o ad un futuro che non arriva, l’approccio, realistico e dialogico, della nota  è stato avvertito.

Sul fascicolo celebrativo del 150° genetliaco della “Stampa”, Piero Bottino ha dedicato ben due pagine, della sezione alessandrina, per riprenderne e svilupparne il leitmotiv: centralità del capoluogo da recuperare e settori, o ambiti, da privilegiare con investimenti mirati alla rianimazione dello sviluppo socio-economico.

Centralità – effettiva e non solo burocratica – del capoluogo. Dalla vecchia e un po’ aulica  descrizione di “provincia federata” – propria dell’Era della Programmazione – si sarebbe passati, andando a ritroso,  alla “balcanizzazione” dei sette Centri zona, ciascuno con le sue prerogative e gelosie. Invertire il processo, certo, ma da dove ripartire? Dal “condividere un progetto comune di sviluppo sociale ed economico” auspicano Abbonante e Ravetti, consapevoli peraltro – suppongo – che sono ormai al lumicino, per desuetudine, grammatica e sintassi  di un discorso del genere.

Il processo di sorda demolizione dei “corpi intermedi”, non solo socio-politici ma anche territoriali, intervenuto (vedi province) negli ultimi anni, richiederà forza e determinazione erculee per recuperare un ottica federativa anziché procedere sullo scivolo, glorioso ma antistorico, dei “liberi comuni”.

Interessante, in termini di buon senso, la sorta di pre-condizione ai progetti condivisi evocata dagli autori: procurare di mantenere in vita e vigore gli indirizzi e le scelte strategiche, almeno quelle più significative, “oltre la maggioranza pro-tempore”. Alias: limitare, per buona e civica creanza, la prassi in voga di spianare certe scelte di un’Amministrazione comunale  nonappena venga ad insediarsi, in clima polemico, quella successiva.

Ambiti e settori – Sulla base delle poche righe esemplificative dei possibili “obiettivi forti” –  da proporre alla discussione e alla condivisione dell’ennesimo, mitico “tavolo” – non si può ragionevolmente  esprimersi, in atto, né per qualità né per quantità dei medesimi. Sono per l’appunto esempi (a/  Medicina-Ospedale-Università; b/ Ricerca-Ambiente; c/ Cultura e Turismo) avanzati per testare – possibilmente in clima d’armistizio – un metodo di lavoro: “chiamare i decisori pubblici intorno ad un tavolo che sappia individuare gli ambiti di sviluppo e la vocazione o le vocazioni territoriali”  da supportare decisamente  con le opportune risorse finanziarie ed organizzative.

Al massimo si può far seguito con alcune osservazioni a futura memoria. Primo – Prendere per tempo le distanze dal fascino sempiterno delle “vocazioni territoriali”: normalmente concetto pregno di immagini quanto vacuo di riscontri reali e, proprio per questo, adattabile ad infinite circostanze di partenza.. Provare, in controprova, a individuare un comune o un territorio che non abbiano ancora scoperto, o non  stiano già coltivando, una loro promettente  vocazione turistica da mettere a frutto con interventi pubblici di varia natura. Perfino diversi “distretti industriali”, che sviluppavano “vocazioni” datate e acclarate, hanno perso, nei lunghi anni di crisi strisciante, smalto e identità. Secondo – Pur essendo portati, come Amministratori locali, ad evidenziare il ruolo-guida della “macchina pubblica” quanto a indirizzi e risorse da mettere in campo, sarebbe bene rammentare – nei fatti, oltre che in astratto – che esiste ed opera una consistente “sfera privata” dell’economia che contribuisce significativamente al totalizzatore dello sviluppo socio-economico e che manifesta obiettivi ed esigenze decisivi perché i “conti strategico-locali” tornino poi con qualche successo.

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