Silenzio sulle foibe

Domenicale Agostino Pietrasanta

foCon legge 30 marzo 2004, n. 92 viene istituita e stabilita per il 10 febbraio, la solennità civile del giorno del ricordo. Si fa memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo degli Istriani, Dalmati e Fiumani dalle loro terre verso altre province italiane, accolti peraltro quasi sempre con sospetto quando non con espressa avversione. L’intervento legislativo in parola fa giustizia, senza ombra di dubbio e dopo un silenzio di parecchiu decenni, rispetto un evento drammatrico di quelle popolazioni, le quali, si trovarono a fronteggiare le mire espansionistiche di Tito e della “nuova Jugoslavia” sulle loro regioni, in particolare su gran parte della Venezia Giulia. Sta di fatto che nell’immediato dopo/guerra ed in particolare nei mesi di maggio e giugno 1945, migliaia di Italiani (circa diecimila) residenti in quei territori vennero massacrati ed una parte di loro buttati nelle foibe, cavità carsiche naturali, altri sepolti in fosse comuni o abbandonati in diverse località, mentre ancora altri trecentocinquantamila furono obbligati ad un esodo senza ritorno.

Ciò posto e ormai confermato dalla storiografia, si possono fare alcune valutazioni. Non c’è dubbio che la prima causa degli eventi, giova ripetere, fu la decisione della Jugoslavia di annettere le regioni interessate. Certamente nelle motivazioni del vissuto dei combattenti titini esistevano sensibilità e reazioni complesse, non ultima la volontà di vendetta dopo le violenze dei nazifazifascisti nel periodo dell’occupazione; tuttavia le vittime non avevano, se non raramente alcuna resposabilità delle passate vicende. Molte di esse non avevano certo una storia personale con il fascismo, anzi molto spesso erano state punte di riferimento dell’antifascismo o addirittura membri autorevoli dei CLN (Comitati di liberazione nazionale), senza esclusione di responsabili del Partito Comunista Italiano. Di fatto, prorprio i più autorevoli anti/fascisti erano i più pericolosi nel sostenere una linea anti/annessionista alla Jugoslavia. Dovevano essere soppresse, ma bene spesso il fascismo e l’antifascismo non avevano rilievo.

Una seconda valutazione attiene il tentativo, a silenzio superato sul fenomeno, di omologare la tragedia fiumana alla Shoah, per un confronto tanto improponibile quanto motivato da sole ragioni di ideologia e polemica. Ora, la prima contestualizzazione, che spesso si invoca con decisa forzatura, quando invece sia libera da ogni pregiudizio, si ispira al principio che ogni evento, anche il più tragico, non può mai essere confuso con eventi di natura diversa. E qui i due eventi per estensioni territoriali, per moventi ideologici e politici, per numero delle vittime non possono essere né confrontati, né tanto meno omologati. Per valutarli con l’obiettività possibile, conviene distinguere.

Una terza valutazione va fatta sul silenzio di parecchi decenni anche da parte dei governi italiani sulla vicenda. In un primo momento, almeno fino al 1948 ci fu un effetto dovuto alla presenza prestigiosa, sia detto con buona pace di tutti, del PCI nella storia della nazione. Il partito ebbe un ruolo determinante nella fase della ricostruzione della Repubblica e delle Istituzioni democratiche e, nel contesto di questo prestigio, impose una politica di tolleranza nei confronti della politica annessionistica di Tito: i tentativi in contrario di De Gasperi non potevano ignorare questa semplice condizione. Va detto inoltre che in Italia la storia l’hanno scritta gli sconfitti i quali hanno favorito il silenzio su eventi tanto drammatici, quanto inediti. Dopo il 1948 la nuova posizione di Tito, autorevole oppositore della politica staliniana, fa del capo indiscusso della politica Jugoslava, il riferimento politico o, se si vuole, anche polemico nei confronti dello stalinismo. E Parigi val bene una Messa: rimozione dei delitti titini, in cambio delle resistenze antisovietiche.

C’è però, come motivazione del silenzio un aspetto molto inquietante, proprio e, per certi aspetti, esclusivo delle responsabilità italiane. Nel 1945 Belgrado aveva chiesto l’estradizione e la consegna di responsabili dell’esercito italiano circa i delitti e crimini di guerra, commessi durante l’occupazione nazifascista. Purtroppo furono fornite prove plausibili di quei delitti, a carico di personaggi ormai inseriti in posti di responsabilità sia nell’esercito, sia nelle Istituzioni civili: personaggi di tutti i partiti risorti dopo la guerra. A quanto è dato sapere, ben pochi gli esclusi.

E così l’Italia, per più di cinquant’anni, dimenticò i massacri delle foibe in cambio del silenzio sui crimini di guerra di alcuni suoi soldati.

Tanto per non tacere della vulgata: “italiani brava gente”.

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