Decentralizziamo?

Carlo Baviera

ciDella Cina si è molto parlato in questi mesi non  solo per il suo impegno a conquistare spazi commerciali in altri Continenti, o delle sue politiche nataliste modificate rispetto  al ‘900 (si è chiusa la stagione del figlio unico, imposto per contenere l’espansione demografica), ma anche per il suo crescente interesse per l’acquisto di società di calcio: i milanesi ne sanno qualcosa.

Io sono stato colpito, invece, da un’altra notizia: Pechino caccia i suoi abitanti in periferia. “Inquinamento, traffico e densità abitativa sono diventati problemi impossibili da ignorare. E’ arrivato il momento di sfoltire la capitale”. E con la solita “delicatezza” di quei governi tutto , o quasi, è deciso e imposto dall’alto. Per cui un certo numero di commercianti che operavano nei tanti mercati che vengono chiusi si stanno trasferendo altrove; poi toccherà a molti degli 8,2 milioni di migranti interni che si erano insediati a Pechino per supportarne il miracolo economico. Ora dovranno tornare alle loro terre: chiamiamola deportazione pacifica o soft.

Dopo le politiche favorevoli alla costruzione di grandi condomini, grattaceli, centri commerciali e uffici in vista delle Olimpiadi del 2008, ora si è pensato di bloccarne l’espansione edilizia e urbanistica. Anche gli uffici governativi e un milione di persone ad essi collegate verranno spostati a una ventina di kilometri nel corso del 2017.

Il tutto per rendere più vivibile la vita dei pechinesi.

La notizia mi ha colpito per due motivi, anche se i 22 milioni di abitanti della capitale cinese non sono paragonabili alla situazione delle nostre metropoli: che si decida di porre freno alla concentrazione urbanistica nelle grandi città, e il conseguante “rilancio” delle periferie territoriali.

Tradotto in <linguaggio delle autonomie> significa che sarebbe auspicabile pensare se è sempre e comunque positivo accentrare tutti i servizi e gli uffici statali o di Enti importanti; e come mantenere in vita e garantire futuro e sviluppo alle tante medie e piccole città e ai tanti borghi che arricchiscono l’Italia, compreso il nostro Piemonte.

In questo quadro, ma sorvolo sull’argomento che ora non interessa, diventa un controsenso anche la disputa sul sito della Fiera del Libro: ci sono tante iniziative da promuovere per fare delle nostre città punti di riferimento per esposizioni e incontri di livello. Perché “sottrarre” una Fiera a chi l’ha promossa, sostenuta, sviluppata? In Italia si tende a spostare ogni cosa nelle città maggiori, abbandonando il luogo d’origine(vedi TV da Torino, vedi i tentativi di sminuire o togliere a Venezia la Mostra del Cinema)

Torniamo al discorso. Io continuo a pensare che non si debba centralizzare tutto nei grandi centri, soprattutto ciò che resta delle fabbriche, o le sedi di banche e assicurazioni. E’ ovvio che là dove vivono centinaia di migliaia (o milioni) di persone ci debbano esse aeroporti, ospedali, tribunali, università, ma proprio il caos, il traffico, la vita stressante, l’abbandono delle periferie urbane, ecc. ci avvertono della necessità di non concentrare oltre, che la qualità della vita richiede di evitare di puntare su una maggiore e migliore “dispersione” sul territorio delle nostre famiglie, di occasioni di lavoro e di una burocrazia più decentrate.

E come conseguenza ne deriva che va valorizzata di più la periferia; che (per restare in Piemonte) non serve la politica torinocentrica del passato, e non sono solo i capoluoghi delle Province a dover beneficiare di strutture e investimenti significativi.

Esistono fortunatamente le piccole città e i paesi. Anche chi vive in queste realtà dovrebbe avere a disposizione scuole (e sedi universitarie) di livello, beneficiare della presenza di centri sanitari qualificati, trasporti pubblici dignitosi, e così via. Godendo anche lì di eccellenze, senza doversi accontentare degli <scarti>.

Servono politiche contrarie allo svuotamento delle cittadine, realtà che hanno  una loro vivacità, che sono caratteristiche, che sono una ricchezza anche per non abbandonare all’incuria e al gerbido aree come già accaduto per tanti paesi collinari. Per questo vanno attivati trasporti, scuole, assistenza sociale e sanitaria adeguate.

Fortunatamente anche i cittadini e gli studenti riprendono a chiedere con forza interventi che riaprano occasioni e <strumenti> o servizi: come dimostra anche la recente mobilitazione per i trasporti ferroviari e la raccolta di firme collegata per sollecitare Regione e FF.SS. tenutasi a Casale Monferrato e che ha coinvolto tutto l’ampio territorio che dall’astigiano va fino alla Lomellina e a Vercelli.

Al di là dei metodi che spingono le autorità di Pechino e del Governo cinese a decentrare la capitale, per molti aspetti criticabili, le motivazioni legate alla vivibilità, all’inquinamento, al governare i fenomeni urbani anziché farsene travolgere penso siano da condividere, anche in chiave nostrana. Perciò, in questo solo caso, dico viva la Cina e copiamo dalla Cina. Usando metodi democratici e partecipati per le decisioni.

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One thought on “Decentralizziamo?

  1. La popolazione inizia, fortunatamente, a prendere coscienza di sé ed a richiedere quanto le spetta di diritto: quanto succede a Casale Monferrato in difesa del trasporto ferroviario, mutilato in tre dei suoi cinque rami è un segno tangibile. In un’area ampia e, sovente, impervia, come quella Piemontese, i servizi pubblici essenziali sono davvero tali, sono davvero ad alta rilevanza sociale e così deve accadere per le Poste e Telecomunicazioni, per la Pubblica Istruzione e, a maggior ragione, per la Sanità, dove si concentra tutto in pochi grandi Ospedali in nome di chissà quale risparmio poggiante su motivazioni ai più ignote o di migliore professionalità derivante dalla casistica più ricca, ignorando l’esistenza di personale competente, in grado di operare in scienza e coscienza quasi indipendentemente dal numero di casi trattati e, contemporaneamente, si lascia senza alcun presidio o con strutture ridotte al lumicino financo Città del calibro di Acqui Terme, Tortona o Valenza.

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