Win-win, bye-bye

Qui Alessandria  Dario Fornaro

caccTeniamoci sul  leggero, mettiamola sull’elzeviro, a cominciare dal titolo.

Movente:  serata del 2 febbraio, salone affollato del “Buoi Rossi”, conferenza-dibattito di Massimo Cacciari, invitato dall’Associazione Arcipelago per trattare il tema di  drammatica attualità “Quale società, quale democrazia”.

Accadimento: in un’ora e mezza di vivaci conversari non è risuonata una sola volta la parola “globalizzazione” che fino a poc’anzi, dati personaggio e argomento, avrebbe spopolato per vastità e intensità di riferimenti. Il decorso dei ragionamenti (crisi economica perdurante e diffusa: tarlo micidiale della democrazia occidentale) la spingevano ripetutamente in scena, ma, niente da fare, non si è presentata.

Può essere un puro caso, un’anomalia statistica, ma altre concomitanze possono indurre il sospetto che, nell’ultimo scorcio d’anno, l’assillante richiamo alla globalizzazione sia diventato di botto un arnese socio-economico logorato dall’uso, ingombrante, inefficiente e perfino antipatico. Del tipo: diceva tutto e ora quasi niente, pura immagine confusa e controversa. Già rassicurante – a parte qualche tollerabile “effetto collaterale” – nel senso che i benefici avrebbero investito, in varia misura, tutti paesi inseriti nel processo mondiale di crescita. Preoccupante ora che l’insicurezza – dei fini e dei mezzi – zampilla da tutte le parti.

Probabile addio al bel gioco, o confronto, nel quale (win-win/vinci-vinci) tutti i partecipanti traggono vantaggio e nessuno “va in rosso”. Trapela ormai il ritorno alla dura normalità dei giochi o confronti nei quali alla fine c’è chi vince (tanto o poco) e c’è chi perde (tanto o poco), secondo il totalizzatore dei costi-benefici.

Facile, quindi, che d’ora in poi il tentativo di soverchiare ogni perplessità con il classico “è la globalizzazione, bellezza!” finisca, tra nuova moda e necessità, a pomodori e invettive. Il ribaltone semantico era già da qualche tempo alle porte, ma è indubbio che l’arrivo del fulvo cinghialone alla Casa Bianca, abbia accelerato il cambiamento di passo e di vocabolario.

Come Paese, dal canto nostro, abbiamo fatto l’impossibile per misconoscere o minimizzare il portato meno rassicurante, o addirittura debilitante, della  globalizzazione. Scopando sotto il tappeto delle riforme, sempre magnifiche e progressive, sintomi e dati del perdurante disagio strutturale, a cominciare dall’indigesta “produttività di sistema”.

Per buona grazia lo Stellone d’Italia  ci protegge e ci rallegra: abbiamo sempre un’elezione generale o locale, ovvero un referendum, dietro l’angolo per distrarci con frizzi e lazzi di giornata.

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