Consiglio Permanente

Carlo Baviera

baDue cose mi hanno colpito nella Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Permanente CEI del 23 gennaio.

La prima. Ci consegna alcuni riferimenti (confermati anche dal Comunicato finale dei lavori, e che possono anche sembrare scontati): oltre a rimarcare che la tragedia del terremoto “ci sta consegnando anche il volto migliore del nostro Paese, della nostra gente, pronta a mettere in gioco la propria vita per salvare quella altrui; disposta a rinunciare a qualcosa di proprio per condividerlo con chi tutto ha perso” e ricordare che “le comunità cristiane – in risposta alla colletta indetta dalla Cei – hanno contribuito finora con quasi 22 milioni di euro. Attraverso le Caritas diocesane ci hanno dato la possibilità di intervenire con risposte ai bisogni primari, con la realizzazione di alcune strutture polifunzionali e l’avvio dei primi progetti sociali e di sviluppo economico” il Presidente della CEI fa proprie le parole del Capo dello Stato che ha chiesto “grande unità e responsabilità per contribuire ad alleviare le sofferenze delle persone coinvolte”, assicurando che la Chiesa continuerà a offrire un contributo concreto ed efficace al cammino del Paese.

Tale contributo si basa sull’affrontare “le difficili condizioni in cui versa una fascia sempre più ampia di popolazione” (4milioni e 600mila le persone in povertà assoluta in Italia); non solo numeri, ma “i volti e le storie di centinaia di migliaia di famiglie che nelle nostre Diocesi e parrocchie”, per cui “sembra necessario prestare la massima attenzione alla legge delega di introduzione del Reddito d’Inclusione (REI) e alla predisposizione del Piano nazionale contro la povertà”.

Si sottolinea la difficoltà “a capire come mai tutti i provvedimenti a favore della famiglia – che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire –  facciano così tanta fatica a essere realmente presi in carico e portati a effettivo compimento” e “le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo”.

Poi vi è, nelle parole del Cardinale Presidente, quello che può sembrare un semplice cambio di argomento, e il passare ad una questione nuova, chiudendo la pagina affrontata precedentemente. Invece (ecco ciò che mi ha colpito), mi pare che lo “sguardo attento (a cui) ci richiamano anche i drammi che continuano a consumare popoli interi, vittime di persecuzione e violenza, di povertà e guerra” sia finalmente un proporre con convinzione che le due cose (l’aumento della povertà in Italia e in Europa, e gli “scenari che rendono attuale la ripresa e l’approfondimento della Populorum progressio, pubblicata dal beato Paolo VI nel marzo di cinquant’anni anni fa” scenari delle tragedie dei popoli del terzo e quarto mondo) sono profondamente collegate.

Cose che non sempre i credenti hanno realizzato; perchè l’Enciclica poneva  lo sviluppo in stretta relazione con la pace e chiedeva ai popoli del benessere di farsi carico di un uso diverso dei beni, e di pensare lo sviluppo in senso fraterno, pena l’alimentarsi della collera dei poveri e delle sue imprevedibili conseguenze.

Oggi prendiamo atto che la povertà, se è stata affrontata e in parte superata in alcuni popoli, si è ridotto in parallelo e in modo generalizzato, anche nelle nazioni ricche e sviluppate, il benessere di fasce non piccole di popolazione, sempre più oppresse/condizionate dalle scelte dei poteri finanziari e dalla riduzione delle regole e dell’etica nelle decisioni economiche.

Perciò siamo di fronte, oltre che alla necessità, sempre attuale, di elementi di fraternità riguardo ai migranti, ai richiedenti asilo, ai minori non accompagnati (“una realtà che interpella fortemente la coscienza civile del nostro Paese e le sue Istituzioni; realtà rispetto alla quale, come osserva il Santo Padre, in tema di accoglienza <il più cattivo consigliere è la paura, mentre il migliore consigliere è la prudenza>”), ad una situazione che richiede un cambio di sistema: quello attuale, a meno di profonde correzioni e il ritorno a regole e controlli stringenti a tutela del lavoratore, del consumatore, del risparmiatore, dei produttori onesti, non garantisce più la democrazia. E anche la Chiesa italiana comincia a dirlo con voce ufficiale.

Vi è poi, nella Prolusione, una seconda parte. E anche in questo caso, mi sento di sottolineare che si dovrebbe avere una visione integrata dei due momenti (quella sulle questioni politico-sociali e quelle più di carattere religioso, interne) perché sono fra loro profondamente intrecciati. Questo il secondo motivo che sottolineo positivamente.

Infatti il “ritornare all’essenziale, a guardare al vero volto del nostro Re, quello che risplende nella Pasqua, e a riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa che risplende quando è accogliente, libera, fedele, povera nei mezzi e ricca nell’amore, missionaria”; l’impegno ad affrontare il tema del Rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente (compresi l’incontro personale con Gesù Cristo, la comunione, la condivisione e la partecipazione corresponsabile della comunità, trasparenza, e distacco dai beni materiali); la vita concreta delle nostre parrocchie e unità pastorali (luogo di accoglienza paziente per tutti, di disponibilità ai ragazzi in Oratorio, di attenzione e visita ai malati, di capacità di mettersi nelle difficoltà della gente e di andarle incontro); l’attenzione e dedizione “ai giovani: il volto bello della Chiesa” che si ha il compito, a supporto dei genitori, di educare “alla libertà, quindi a pensare con la propria testa, secondo verità, e nel contempo rende soggetti della loro crescita e presenza”; l’unità dei cristiani,  decisiva perché il mondo creda; tutto ciò non è non deve essere slegato, indifferente rispetto all’impegno di essere vicini alle persone e alle loro necessità, paure, gioie, conquiste, difficoltà.

Essere, in sostanza, la Chiesa di Popolo che caratterizza la comunità credente della penisola, ma che fatica sempre più ad essere percepita al di fuori della presenza nelle tragedie e nella raccolta di fondi per opere benefiche o di accoglienza. Non a caso ritengo di rilievo il tema e l’impegno assunto in vista della prossima Settimana Sociale (26-29 ottobre) che si dedicherà alla questione del lavoro –  “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale” – che si articolerà attorno a quattro registri comunicativi: la denuncia delle situazioni inaccettabili, il racconto del lavoro nelle sue trasformazioni, le buone pratiche in termini di occupazione e non solo, le proposte da avanzare sul piano istituzionale. Un tema che aiuta la Chiesa a restare vicina alle speranze e alle preoccupazioni delle persone e delle famiglie, suggerendo anche percorsi utili. Un tema che spinge il cattolicesimo democratico a tornare a progettare e a farsi protagonista della ripresa del Paese.

E a proposito di cattolicesimo democratico, credo non possa passare sotto silenzio una battuta di Prodi: “Ma allora che cattolicesimo facciamo? Prima si deve fare il cattolicesimo e poi lo si fa democratico!”.
E’ ancora una volta un richiamo a renderci conto della diminuzione della fede e, di conseguenza, della influenza che esercita oggi il cattolicesimo nella società italiana. Ecco allora l’impegno: ritornare ad evangelizzare e testimoniare, a formare, a dibattere; per indicare i valori e gli ideali di sempre, approfonditi e attualizzati attraverso il discernimento comunitario, e offerti a quanti intendo assumersi una più diretta e autonoma responsabilità socio-politica.

E da quelli partire per ricreare un sentire e una condivisione che si inculturi nella società, che innervi la cultura del nostro Paese, e aiuti a costruire parte di un progetto democratico da realizzare insieme ad altri democratici realizzando il bene comune possibile in Italia oggi.

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