Gli esami non finiscono mai…

Roberto Cresta

emaIn questi giorni il Ministro della Pubblica Istruzione comunica le materie oggetto della seconda prova scritta e del colloquio per l’Esame di Stato, e si mette in moto la consueta retorica sia nelle scuole che sui media.

Personalmente non ho saputo resistere alla tentazione di ricordare sommariamente le principali vicissitudini di questo tormentone di fine ciclo. Dopo decenni di esame “gentiliano” nel 1969 venne attuata una “semplificazione”, che consentì di valutare l’ ammissione dei candidati e le prove  dei medesimi esclusivamente con giudizi, cioè con parole più o meno appropriate dalle quali scaturiva (!) il voto finale, ovvero un numero espresso in sessantesimi; circa trent’anni dopo furono nuovamente introdotti i numeri, l’ammissione era automatica, le prove erano valutate in centesimi e il voto finale si determinava con l’ausilio di tabelle matematiche che tenevano conto anche della media dei voti conseguiti negli ultimi tre anni; l’ automatismo dell’ ammissione venne successivamente soppresso e fu  ripristinato il requisito della sufficienza in tutte le materie; nei prossimi anni la Buona Scuola renziana prescriverà per l’ammissione la media del sei (compreso il voto di condotta) al termine del quinto  anno e confermerà, pur con qualche aggiustamento, il calcolo del voto finale con le succitate tabelle nonché la valutazione in centesimi.

In sostanza prossimamente lo studente del liceo classico, ad esempio,  potrà essere ammesso con tre di greco e nove di condotta (chiedo scusa, di comportamento).

Faccio notare che in tutte le proposte dal 1969 in poi le commissioni d’ esame non sono più state costituite con un commissario per ogni materia, perché di diritto e/ o di fatto non tutte le materie sono state oggetto di colloquio.

Da molti anni si sono pure consolidate alcune consuetudini nella scelta della seconda prova scritta: ad esempio nel liceo classico le prove di latino e greco sono assegnate rigorosamente ad anni alterni, nel liceo scientifico “esce” sempre matematica, i periti meccanici hanno sempre Disegno… e così via.

Evito di citare gli innumerevoli dettagli organizzativi che negli anni sono stati escogitati allo scopo di prevenire i ricorsi, facendo sì che le commissioni siano state messe nelle condizioni di preoccuparsi quasi esclusivamente delle procedure formali: perciò l’Esame di Stato è diventato da tempo uno stanco rito burocratico.

L’ accanimento terapeutico che il legislatore ha dedicato, e continua a dedicare, alle modalità di svolgimento dell’Esame non ha prodotto la guarigione del paziente, anzi ne ha peggiorato le condizioni minandone la credibilità.  Tant’è vero che nessuna azienda e nessun ateneo tiene in debito conto l’esito di questa certificazione finale, che ha solo lo scopo di asseverare l’assolvimento del cosiddetto “obbligo formativo”.

Mi chiedo: che senso ha continuare a correggere, riordinare, e tornare a correggere, norme organizzative sostanzialmente sempre simili a se stesse, e non occuparsi mai di questioni come: la regolazione degli accessi all’Università, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la definizione di seri percorsi formativi di tipo professionale…?

Concludo con una citazione: il mio professore di Analisi Matematica nel 1970 (!) nella prefazione al suo libro di testo scriveva

 “…non è questo il luogo per esprimere i nostri fondati rilievi in merito ai vari indirizzi di studi secondari e agli esami, che oltre 40 anni fa sono stati imposti al termine di tale ciclo di studi senza che nessuno, fino a oggi, abbia avuto la saggezza di sopprimerli.”

Cinquini Cibrario: Lezioni di analisi matematica, Università di Pavia, 1970

Forse aveva ragione…

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