Popolo della prima alleanza

Domenicale Agostino Pietrasanta

asLa giornata della memoria (27 gennaio) si accompagna ad alcune preoccupazioni su proposte ed opinioni sottese i cui sintomi risultano particolarmente inquietanti; a giusta ragione, si sottolinea da più parti che il tentativo di delegittimazione dello Stato di Israele possa indurre una pericolosa ripresa di strisciante antisemitismo, proprio nel passaggio storico in cui si sperava in una sua definitiva soluzione di continuità.

Non avrei difficoltà a distinguere, ma solo per un tentativo di chiarimento, prima a me stesso che ad altri. Non ho nulla da insegnare: sarebbe una pretesa. Un conto è la politica di Israele, altra faccenda è la doverosa legittimazione dello Stato. Sicuramente il percorso di contrapposizione dell’intervento israeliano alle iniziative del radicalismo palestinese non aiuta, almeno nei metodi proposti, spesso fin troppo violenti, una composizione di pace; ma soprattutto risveglia nelle posizioni estreme filo/palestinesi, anche occidentali, una preoccupante indifferenza alle opzioni striscianti di antisemitismo. Proprio in questo senso potrebbe succedere, e Dio non voglia, una confusione tra critiche alla politica israeliana e revival di antisemitismo, tanto più che, con passaggio non privo di significato, gli stessi responsabili e leader di Israele non nascondono diffuse preferenze per l’espressione “Stato ebraico”, anziché Stato di Israele. Inutile aggiungere che l’espressione scelta non solo rischia la ripresa dell’antisemitismo, ma la radicalizzazione dell’antisionismo, in considerazione del fatto che la fede religiosa non può confondersi coi criteri fondanti le istituzioni dello Stato, né tanto meno le opzioni politiche collegate. Come dire: distinguere bisogna! ovviamente nella prospettiva, purtroppo lontana, di unire in concordia due popoli che continuano e dividersi ed odiarsi.

C’è però un ragionamento che mi rende anche più guardingo. C’è chi dice che si sta aprendo una prospettiva di livello mondiale e di convergente solidarietà tra i popoli cristiani e le presenze ebraiche, per una comune difesa nei confronti del radicalismo islamico. Potrebbe essere verosimile, ma sarebbe, a mio modesto avviso, un fenomeno passeggero. La vera e duratura solidarietà tra i Cristiani e gli Ebrei non può basarsi sulle sole o prevalenti radici di civiltà, in contrapposizione o confronto con civiltà diverse: solo il riconoscimento, di parte cattolica e, per estensione anche delle altre confessioni cristiane, di un dato essenziale di natura teologica, prima ancora che storica può sciogliere i nodi e relegare lo storico anti/giudaismo cristiano (e non solo), terreno propizio di ogni antisemitismo, nel rifiuto risolutivo. Si tratta di un riconoscimento di cui si fa esplicita dichiarazione in uno dei documenti più riformatori del Concilio Vaticano II, la dichiarazione “Nostra Aetate”, “…la Chiesa non può dimenticare di aver ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel Popolo (popolo ebreo) con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’antica Alleanza”. Altro che solidarietà di tradizione e cultura! Si tratta di riconoscere la continuità di una rivelazione che solo i pregiudizi del “deicidio” e le distorsioni delle culture occidentali, anche quando hanno affermato di dirsi inevitabilmente cristiane, avevano rimosso.

Ricordare questa continuità può essere uno dei tanti modi di riprendere in mano, senza indulgere ad alcuna retorica, il filo della memoria.

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One thought on “Popolo della prima alleanza

  1. Caro Agostino, le tue preoccupazioni sono da me condivise. Ma la decisione di costruire a Gerusalemme Est 155 nuovi appatrtamenti è una provocazione oggettiva nei conftonti dei palestinesi, non a caso riesumata e ribadita dopo la vittoria, inattesa e contestata, di Trurmp negli Usa, eppure Obama non era certo antiisraeliano. Però senza i finanziamenti degli USA ,l’economia israelaina crollerebbe in poco tempo. I kibbuz sono falliti ovunque, il 33% o più del PIL viene speso in armamenti, di cui Israele è nel contempo produttore compratore e venditore: diciamo che le sue esportazioni traggono profitto dal mercato delle armi e non dei pompelmi.
    Israele è uno Stato militarizzato (forte presenza dell’esercito in tutte le istituzioni; tre anni di servizio militare, tutti riservisti uomini e donne fino ai 50 anni), colui che avrebbe voluto renderlo un po’ più civile, il prresidente Rabin, anche lui proveniente dall’esercito, è stato assassinato da un estremista israeliano dopo gli accordi di Oslo, Inoltre non dimentichiamo che, oggi come allora, il numero di ebrei laici, in sostanza agnostici, è vastissimo. Gli ebrei sono un popolo che si attacca alla religione in caso di bisogno, va in Sinagoga nelle feste comandate per fare atto di presenza ma sostanzialmente ateo (vedi il capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”, che sottolinea quanto la prima vera mafia sorta dal proibizionismo fosse ebraica, quella italiana verrà poi). Anche qui la religione usata come scudo o come pretesto per fini di potere, che il connaturato vittimismo, abilmente sfruttato e motivato, dopo la Shoah, funziona a meraviglia. Ricordiamo che dopo la dispora gli ebrei non si sono mai integrati nei paesi di arrivo, erano essi a voler fare gruppo (ghetto) da soli (il popolo eletto, che nega tuttora la figura divina di Cristo), prima che gli altri li escludessero. Quersto atteggiamento non giustifica la teoria della “limpieza de sangre” e le persecuzioni di Filippo II in Spagna. Il primato dalla razza ariana non lo ha inventato Hitler, che non era affato pazzo, fanatico sì, al punto da cercare di realizzare la soluzione finale,col suo sfacciato uso dell’eufemismo. Sono ancora molti i nodi che la Germania deve sciogliere; nel contempo Israele è uno stato incompiuto, diviso implacabilmente tra Ashkenaziti e Sefarditi, tra ebrei religiosi e laici. Intamto molti ritornano nel paese europeo dove furono preseguitati, i giovani disoccupati vanno via, restano le guerre insensate tutte perse, degli stati arabi contro Israele, servite solo a giustificarne l’assetto militare. Dentro questo calderone senza via di uscita, milioni di palestinesi poveri, alla fame, senza prospettive, un fuoco perenne che cova sotto la cenere, che non è più quella dei forni crematori.

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