Paul Celan, Fuga di morte

Elvio Bombonato

pcPaul Celan (1920-1970) è riconosciuto oggi come il massimo poeta tedesco del dopoguerra.  Nacque in Bucovina, da genitori tedeschi, si nutrì della cultura Mitteleuropea e della tradizione ebraico orientale.  Nel 1942 genitori amici parenti , furono portati  in vari Lager, dai quali non tornarono più.  Paul, sfuggito alla morte, alla fine della guerra, dopo i soggiorni a Bucarest e a Vienna, nel 1948 si stabilì a Parigi, vivendo di traduzioni (conosceva cinque lingue) e di insegnamento.

FUGA DI MORTE   è la più importante poesia scritta sull’Olocausto, già nel 1945, e poi finita nel suo primo libro noto “Papavero e memoria”, dove il papavero sta per oblio. L’accusa da sempre rivolta a Celan è l’oscurità, ricercata da lui volutamente, col suo linguaggio audace e delicato, visionario, come le sue immaginose metafore e le sue cicliche ripetizioni (Friz Martini).

Il suo tedesco è una lingua straniata, troppo intima e troppo remota per diventare una lingua comunicativa e d’uso comune (Alfonso Berardinelli).  Per lui non esiste nessuna parola che potrebbe descrivere il massacro di 6 milioni di ebrei; la ripetuta parola” cenere” non può che essere associata ad Auschwitz, come l’insistenza sull’oscura orrenda notte senza pietà.

Celan accettava il giudizio di oscurità ma non quello di incomprensibilità.  La sua oscurità è provocata dalla continua correzione di una parola con un’altra; il suo linguaggio non vuole dare l’illusione di una chiarezza falsa. Di qui derivano le associazioni audaci, le catene di associazioni, la connessione di concetti disparati  (Marcella Bagnasco).
La metafora si assolutizza progressivamente; la sua poesia è l’oppio estratto dal papavero,  astratta, mentale, ma legata alla realtà e alla volontà di testimoniare.

FUGA DI MORTE è il più tremendo atto di accusa contro gli sterminatori degli  ebrei.  Celan  adotta lo schema musicale  (Bach) della fuga, a quattro voci (le strofe), con monotonia ossessiva, ma in ogni strofa  aggiunge temi nuovi.  usando l’iterazione, l’accumulo, il crescendo.
L’aguzzino, intellettuale, legge Goethe e scrive una lettera, intanto organizza lo sterminio di un gruppo di ebrei.  Ecco la contrapposizione tra la bionda ariana Margarete con l’ebrea Sulamith (l’amata del “Cantico dei Cantici che insegue l’amato in un continuo perdersi e ritrovarsi.  Il Cantico dei Cantici è il poema più erotico di tutte le letterature:  Guido Ceronetti), i cui capelli finiranno in cenere nel forno crematorio (Ladislao Mittner).

Fatte queste premesse, leggiamo il testo:

FUGA  DI  MORTE

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera

lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte

beviamo e beviamo

scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive

che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete

lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini

fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra

ci comanda ora suonate alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte

ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera

beviamo e beviamo

Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive

che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete

I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate

impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri

spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte

ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera

beviamo e beviamo

nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco

lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria

e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte

ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco

ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo

la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro

ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso

nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria

gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete

i tuoi capelli di cenere Sulamith     (Trad. di Marcella Bagnasco)

–  nero latte dell’alba: il latte nero è l’immagine della morte, che marchia ossessivamente tutta la poesia.

–  Scaviamo una tomba nell’aria: i prigionieri scavano le tombe per i cadaveri;  i corpi bruciati nei forni crematori finivano nel vento (Guccini e i Nomadi “Canzone del bambino nrl vento”;  Momtale  “il sogno del prigioniero”: ” ho annusato nel vento il bruciaticcio/ dei buccellati dai forni”).

–  Il responsabile del Lager gioca con i serpenti, simbolo del tradimento e della falsità (Claudio Giunta).

–  L’aguzzino la sera nel calore della sua casa, scrive alla moglie o alla fidanzata, poi esce e fischia ai suoi mastini.

–  In molti Lager l’orchestrina formata da ebrei serviva per coprire le urla dei torturati (se ne ricorderà Sergio Leone ne” Il buono, il brutto, il cattivo” 1966).

–  Margherita è il personaggio del “Faust” di Goethe, il massimo letterato tedesco.

– il ferro alla cintura: la pistola.

– maestro: di musica,  probabilmente direttore d’orchestra.

Impugna … brandisce: estrae la pistola, il ferro e la mostra ai prigionieri; poi spara.

Claudio Giunta rileva come il Lager non venga mai nominato nella poesia:.   Io aggiungereri la tecnica del dentro/fuori, chiuso/aperto, che distingue il calore della casa dalla ferocia che si sta attuando nell’ ambiente esterno.  Giunta, il massimo filologo giovane oggi in Italia, ha scritto per le scuole un ottimo commento di ” Fuga di morte”: si trova nell’antologia per il triennio “Cuori intelligenti. Mille anni di Letteratura”, Garzanti Scuola, 2016.

Il capo del Lager assomiglia un poco a Franz Stangl, comandante di Treblinka, protagonista di un saggio fondamentale sulla Shoah:  Gitta Sereny,  In quelle tenebre, pubblicato da Adelphi.

Paul Celan, nonostante l’amore della moglie e del figlio,  e  un carattere allegro e sognante, nell’aprile del 1970  si uccise, gettendosi nella Senna: la memoria ha vinto sul papavero.  A Parigi la sua poesia non era stata compresa, si sentiva un dèraciné, uno sradicato (come Moammed Sceab, l’amico arabo di Ungaretti  “In memoria”), senza la propria Heimat (Giuseppe Bevilacqua).

Anche Primi Levi, scienziato testimone agli antipodi di Celan, soffocato dal rimorso e dalla vergogna di essere sopravvissuto, farà la stessa scelta.

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