Manca una vera cultura della verifica (e dell’antimafia)

Carlo Piccini

libIniziative di verifica e di monitoraggio civico disturbano da sempre gli affari delle mafie, le quali di norma prima reagiscono attraverso i loro sponsor ed i loro prestanome per tentare di delegittimare e screditare ogni forma di partecipazione democratica, poi passano all’intimidazione fino ad arrivare, nei territori a più elevato controllo criminale, alla violenza fisica.

Un buon antidoto per non lasciare che la nostra società si rassegni alle deleghe in bianco ai capi-bastone di turno, è proprio verificare e monitorare il lavoro dei politici e degli amministratori democraticamente eletti, chiunque essi siano e quale che sia il loro colore.

E’ quello che Libera Alessandria ha fatto venerdì 13 gennaio 2017 nella sala conferenze dell’Associazione Cultura&Sviluppo.

A cinque anni dagli impegni assunti durante la campagna elettorale dal Sindaco Rita Rossa (vedi qui le video interviste di TUTTI i candidati del 2012), era infatti necessario iniziare un percorso di verifica su quanto effettivamente realizzato durante il quinquennio di mandato.

È evidente che, così come le dieci proposte erano state sottoscritte da tutti e 16 i candidati sindaco del 2012, la verifica sul lavoro svolto in questi cinque anni non poteva che essere fatta solo con quello che, dei sedici, aveva poi vinto le scorse elezioni Amministrative. Semplice e banale da comprendere. Ma non per tutti.

Libera è una associazione di promozione sociale di secondo livello, apartitica da statuto.

Coloro che a seguito dell’iniziativa del 13 gennaio si sono subito affannati in diffamazioni superficiali e di comodo su presunti ruoli di fiancheggiamento di Libera ad un partito piuttosto che ad un altro, evidentemente o sono gravemente disinformati, o volutamente in malafede.

La questione è che i nostri politici si sono abituati a fare promesse elettorali che poi nessuno verifica. Ciò è soprattutto colpa della nostra cultura fatta di deleghe e di disimpegno, che tra l’altro è proprio il modello culturale di cui le mafie hanno più bisogno per poter sottomettere i “sudditi” delle loro società feudali e rassegnate.

Manca la cultura della verifica. Quasi nessuno verifica le promesse elettorali a fine mandato e, quando qualcuno ci prova, emerge una grande inadeguatezza nel distinguere, per non confondere, un momento di “verifica” da uno di “lancio”, cosa che in genere anche gli scout apprendono già nella prima adolescenza.

All’indomani del 13 gennaio qualcuno titolava: “Rossa, prima uscita da candidato”, quando in altre culture, apprezzando e soprattutto capendo il senso dell’iniziativa, sarebbe stato certamente più “notiziabile” titolare: “Rossa, prima verifica come Sindaco uscente”. Ma come già detto, in Italia, anche tra i migliori, manca la cultura della verifica.

Poi ci si lamenta che i giovani fuggono dalla politica.

Peccato che quando i giovani provano a mettersi in gioco con proposte e modalità di interlocuzione, un minimo innovative e non solo contestatarie, saltano fuori gli immancabili “haters” alla Napalm51 (noto personaggio di Maurizio Crozza) a diffamarli servendosi di colte citazioni altrui, screditando ogni novità che sfugga all’esperienza del loro vissuto virtuale, con sommo gaudio delle mafie per le ragioni di cui sopra.

Fortunatamente il tentativo di allontanare i giovani anzitempo dalla politica partecipativa spesso fallisce, come dimostrano le centinaia di migliaia di studenti che tutti gli anni partecipano alla giornata della memoria per le vittime innocenti delle mafie e ai tanti progetti nelle scuole.

Spesso gli “haters” sono anche antimafiosi solitari ed a compartimenti stagni, quelli che usano le mafie a fini strumentali per motivare un complotto, un odio, o per screditare una determinata categoria di persone. Quelli per cui le mafie esistono solo quando non si rischia nulla, quelli che (di solito in anonimato) si sentono eroi nell’accusare di mafia gli impiegati di questa o quella ditta, o di questa o quella amministrazione pubblica avversa. Magari pure il condomino rumoroso.

Libera è da sempre in prima fila contro TUTTE le espressioni della criminalità mafiosa – chi dice il contrario sa bene di essere in malafede – e lo è soprattutto nelle scuole, nelle aule dei Tribunali ed accompagnando vittime e testimoni alla denuncia (non solo quella a parole sui blog).

Ovvio che gli ecoreati sono prioritari, ovvio che le grandi opere sono da sempre nelle mire delle mafie. Però serve a poco stracciarsi le vesti online, senza poi denunciare fatti e circostanze alla Magistratura e all’Anac. E non si può fischiettare alle nuvole tutte le volte che si deve avere a che fare anche con lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, il caporalato, la tratta, l’usura, il pizzo, il traffico di armi, i beni confiscati sulla carta e poi lasciati in mano ai mafiosi.

Da certi leoni da tastiera invece mai una parola su questo, figurarsi un atto concreto.

Ma torniamo al 13 gennaio. Per effettuare la verifica con il sindaco uscente Libera Alessandria ha sperimentato la formula dell’”audit”, ovvero una valutazione da parte di soggetti indipendenti (in questo caso sono state interpellate dieci firme dell’informazione locale e regionale, moderate dall’impeccabile Marco Ciani di Appunti Alessandrini) che hanno posto domande sia generali che specifiche al Sindaco sulla piattaforma AL10, con tempi definiti per le risposte. Una formula forse un po’ troppo “anglosassone” per la sensibilità e le consuetudini nostrane, ma che si è rivelata forse la migliore possibile visti i tempi e la vastità degli argomenti.

Rita Rossa ha risposto puntualmente nel merito e, a fine serata, ha dato ai presenti la disponibilità di rispondere ad ulteriori domande e richieste di approfondimenti che dovessero pervenire successivamente. In ogni caso, da sottolineare intanto alcuni risultati positivi ma anche alcune carenze, come ad esempio sulla piena accessibilità pubblica e trasparenza del sito internet del Comune (punto 5 di AL10). Ma anche la disponibilità di valutare, con l’ufficio legale del Comune, la possibilità di costituirsi parte civile nei processi penali contro attività criminali di stampo mafioso (punto 3 di AL10), che dovessero confermarsi a seguito delle recenti operazioni condotte da FF.OO. e Magistratura sul nostro territorio (Triangolo 2015, Alchemia e Arka di Noè 2016).

Le mafie si sono già radicate anche al nord da almeno vent’anni. All’indispensabile componente politica rappresentativa, sostiene da sempre Libera, una società democratica che si dica convintamente antimafia deve riscoprire anche la sua componente partecipativa e corresponsabile. Per questo è importante che il monitoraggio civico diventi, prima possibile, una cultura di verifica diffusa e trasparente. Anche questo è contrasto all’”afasia”, come ben sa Appunti Alessandrini.

In conclusione, Libera Alessandria fa sapere che tutti volendo possono partecipare alla verifica del lavoro svolto dall’attuale Amministrazione Comunale. Si stanno raccogliendo all’email alessandria@libera.it domande e richieste di approfondimento sulla piattaforma AL10 da inviare alla Giunta Comunale. Domande che saranno poste al Sindaco uscente per una valutazione conclusiva e di merito su questi cinque anni di mandato.

Intanto il prossimo appuntamento sarà a Verbania, il 21 marzo 2017, per la XXII giornata delle memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che Libera ha istituito dal 1995. Un’occasione unica nel nostro paese per ricordare le oltre 900 storie di coloro che la violenza e la cultura mafiosa hanno portato via ai loro cari e alla nostra democrazia, per stringerci accanto ai familiari che chiedono ancora verità e giustizia, e per ricordare ad ognuno di noi l’importanza di una lotta sinergica alle organizzazioni criminali, dove ognuno deve fare la sua parte “per quello che può e per quello che sa” come ci ha insegnato Paolo Borsellino.

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3 thoughts on “Manca una vera cultura della verifica (e dell’antimafia)

  1. Caro Piccini, è vero ho sbeffeggiato l’incontro di Libera sulle 10 domanfe, però ho lodato Libera e alla fine ho scritto un convinto e documentato elogio di don Ciotti. Entrando nel merito del tuo articolo e delle 10 domande, avrei alcuni suggerimenti:
    – Il criterio con cui sono stati scelti i 10 giornalisti mi sembra discutibile; per esempio mancava Città futura, indubbiamante il migliore giornale di approfondimento in città (quello d’inchiesta è: corriere al) insieme ad Appunti Alessabdrini, a favore di altri meno presenti.
    – L’abuso di anglicismi: monitoraggio deriva da monitor, apparecchio usato per le analisi mediche; lo so diffuso, ma a sproposito (meglio verifica, controllo). Audit, haters, spoyl sistem ecc.
    – Le 10 domande sono un elenco di ottime intenzioni, privo degli indispensabili riferimenti alla realtà odierna dell’ecomafia: Spinetta e Fraschetta; discariche di Sezzadio, Predosa, Mirabello, terzo valico, massacro del teatro comunale (omicidio doloso per omissione di atti d’ufficio: basta aspettare pochi anni e vedremo le conseguenze); fatti presumibilmente mafiosi favorevoli a Fabbio, appena prima delle elezioni (l’incendio del ponte; il sequestro dell’autobus,che gli procurarono una valanga di voti) e durante tutta la sua legislatura, non solo i casi Grassano e Caridi, ma la messa sotto accusa; Corte dei Conti e Corte d’Assise, della Giunta Comunale, con Fabbio, Vandone e Ravazzano in testa; l’affidamento e la gestione delle partecipate, con l’aumento ingiustificato delle retribuzioni e delle promozioni; l’unica redditizia data a uno straniero, molto discusso, essendo stato socio della Tributi spa, e per tutte le accuse mossegli nel suo Comune: beghe di paese? Un incendio doloso che distrugge carte compromettenti, colpevole ignoto, non è una caramella mou. Ma noi guardiamo al futuro. Condivido, ma il futuro nasce dal passato, almeno quello più recente.
    Le vostre 10 domande sono tutte condivisibili, alcune anche centrate, ma risentono in parte del linguaggio burocratico, che Calvino denunciò già nel 1964, seguito da De Mauro, Mengaldo, Bice Garavelli Mortare. la Crusca attuale. Non è vero che usando parole difficili e soprattutto periodi contorti si accrecse l’efficacia dell’eloquio. Pensiamo al famigerato obliterare,ma anche a consumatre il pasto;: mangiare è una parola oscena? Il massimo filologo giovane italiano, Claudio Giunta usa nei suoi scritti continuamente i verbi essere, avere, fare, e le sua analisi acquistano in efficacia.
    – domanda 1: perfettamente formulata.
    – domanda 2: benefit, staff: sostituire con: indennità e gruppo: quadro delle presenze: elenco.
    -domanda 3: afferenti: che rigurdano; “ad attivarsi (orribile)..periordo contorto,con troppe frasi. Codice di Comportamento Europeo non spiega cosa vuole.
    – domanda 4: il 2° comma è un periodo lunghissimo, illeggibile: Osservatorio indipendente sulla Legalità che indaghi e controlli le mafie locali.
    – domanda 5: possibilità a tutti i cittadini di essere informati; a. va bene; b. abolire le società partecipate, oggetto di scambio di favori; c. cosa è il RUP ?; le variazioni in corso d’opera: l’aumento dei costi rispetto alla cifra che ha fatto vincere l’appalto.
    – domanda 6: la stazione appaltante, ma dai! cronoprogramma cos’è; scostamento dei tempi contrattuali: mancato rispetto dei tempi stabiliti.
    – domanda 7: periodo lungo, contorto e faragginoso, da riscrivere in paratassi.
    . domanda 8: ridurre; la tutela: la garanzia della qualità del lavoro deve essere l’unico criterio per dare l’appalto.
    – domanda 9: che sia data efficacia, ma dai! che si faccia; sinergia: cooperazioe; vadano a sostenere. anche nei temi dei miei alunni il verbo andare era diventato un verbo ausiliare, sempre superfluo: vado a pensare No: penso (magari seduto). vado a guidare No: guido.
    – domanda 10: tutto esatto, ma da riscrivere completamente. Il Consiglio Comunale si impegna a stimolare e a favorire tutti i programmi seri rivolti ai giovani
    Con la massima stima sincera, per Libera e tutto quello che fa.

    • Condivido l’intervento di Matteo Ferraris (a parte la parola monitoraggio,che non sopporto) e il suo appello all’impegno e alla denuncia, come pure l’intervento di Libera Alessandria. E poi siete figli di don Ciotti, un prete? un vulcano di iniziative, dotato di carisma, cultura, inventiva, indistruttibile, indomabile, tetragono (deve avere l’angelo custode arrivato primo al concorso), che non basta un libro a descriverle tutte. Cito alla rimfusa: la fondazione del Gruppo Abele, della rivista Ecomafie, di Libera: sua la proposta di usare i beni confiscati ai mafiosi (difesi oggettivamente dalla burocrazia, basta un fascicolo messo nel posto sbagliato e l’iter si ferma). Don Ciotti non lo ferma nessuno, una forza della natura, la capacità di scegliere i collaboratori giusti, anzi sono loro a cercarlo. Tutta la vita trascorsa a proteggere gli emarginati, tossicodipendenti, alcolisdti, malati di Aids, prostitute ricattate, bambini di strada in America Latina (quelli uccisi nelle favelas dagli squadroni della morte). La tua parrocchia sarà la strada, gli disse il cardinale Pellegrino nel ’72; in breve la sua strada divenne l’Italia, perchè don Ciotti le strade le percorre tutte, senza paura di sporcarsi con la politica, contro il voto di scambio, con gli Enti locali, con le cooperative. Giornalista e scrittore. Il suo scopo è sempre l’assistenza degli emarginati, dei deprivati, stranieri, minori indifesi o carcerati, rifugiati, etilisti, giocatori d’azzardo. Fonda comunità di accoglienza, collabora con le scuole, inventa le Unità di strada, è sempre in movimento,in viaggio, non disdegna gli interventi in TV, e si resta sempre ammirati dalla sua autorevoleza, dal suo eloquio deliberatamente semplice e concreto che non colpisce l’interlocutore ma lo invita alla collaborazione. Una vita spesa per gli emarginati, le vittime, gli oppressi.
      Il suo nome entra a pieno titolo tra i grandi sacerdoti italiani dell’ultimo secolo, ciascuno nel suo tempo, ciascuno a suo modo: don Mazzolari, don Zeno Saltini, padre Turoldo, don Lorenzo Milani, padre Balducci, don di Liegro, padre Fabbretti, don Gallo, don Mario Picchi, e altri meno noti ma non meno impegnati nel sociale

  2. Grazie caro Bombonato. Forse però lei non ha seguito tutta la vicenda dall’inizio.
    Le domande non sono il risultato del pensiero solitario di un singolo colto osservatore della realtà alessandrina, ma il frutto di mesi di elaborazione partecipata, con selezioni e compromessi, da parte di una quindicina di diverse associazioni cittadine, svoltasi tra l’estate e l’autunno 2011. Ciò ne fa un documento prezioso non solo a livello di contenuti, ma soprattutto per il processo di realizzazione e condivisione che lo ha formato. E se la forma finale non aggrada tutte le soggettività personali, pazienza.
    Quanto ai riferimenti alla cronaca locale, non si potevano evidentemente prevedere fatti post 2011. In ogni caso non era la finalità del documento e non era certo quello lo strumento.
    Per finire, “Audit” non è una americanata. E’ latino.
    Con simpatia.
    Buona giornata!

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