E Trump sia

Angelo Marinoni

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È venuto il giorno dell’insediamento di Trump: buona parte della vecchia e cara Europa, me compreso, aveva ritenuto questo evento impossibile e attendeva l’esito delle elezioni americane solo per vedere il margine con cui la Clinton avrebbe vinto per poter pontificare le sue ragioni nel dibattito politico interno citando l’esempio americano.

Una doccia fredda ha, invece, svegliato tutti dal torpore e il fulvo miliardario americano è arrivato alla Casa Bianca.

Ovviamente ora non si contano i commentatori che avevano previsto questo evento e che hanno una serie di argomenti che lo spiegano a noi che non abbiamo ancora avuto la forza di tirare su il mento.

Francamente io non lo so come abbia fatto a vincere Trump in America, ero convinto che gli americani avessero, come i francesi, anticorpi che facessero avvicinare, ma non concretizzare, certi eventi.

Non so nemmeno come abbia fatto la Clinton a perdere, seppure avrei fatto fatica a votarla e la sua politica estera non mi piacesse per nulla. Non condivido neppure l’incoronazione di Obama a leader mondiale, anzi per quello che ho visto ho trovato la sua recente politica estera una delle peggiori che mi ricordi, se non degna di quella America che veniva scritta dalle frange estremiste con la k, quantomeno simile a quella di Bush e delle provette di Colin Powell.

Diversamente, per il suo paese ha fatto molto ed è assolutamente vero che abbia lasciato un paese migliore, lo dicono i dati e non le opinioni, nonostante tutto e contrariamente all’Italia, in USA i fatti non sono opinabili.

Evidentemente il sistema elettorale, alcune radicate convinzioni liberiste nella popolazione e una debolezza palese del sistema partitico statunitense hanno concorso all’incoronazione del miliardario “laughing” al soglio presidenziale.

Si potrebbe fare un avventuroso parallelo con la vittoria di Berlusconi nel 1994 in Italia, allora l’Italia veniva da una crisi economica e politica durissima e si stava riprendendo, il sistema democratico era stato profondamente compromesso perché i maggiori partiti che lo rappresentavano si erano disgregati o evoluti in qualcos’altro o ancora implosi in formazioni minori.

La confusione fra politica e politici aveva fatto identificare i corrotti, noti o supposti, smascherati nel triennio precedente come la classe dirigente in toto e a poco erano serviti gli sforzi del residuo sistema democratico, che era stato, comunque, in grado di rimettere efficacemente in piedi il paese.

Alla vigilia delle elezioni del 1994 il paese era attraversato da una grande voglia di riscatto, si erano celebrati i referendum, che per quanto perniciosi nei loro effetti successivi, avevano dimostrato una grande partecipazione democratica del Paese e una concreta manifestazione di bella politica.

Allo stesso modo la collaborazione fra forze socialiste e liberali, fra atei e cattolici aveva prodotto eterogenei ma dinamici fronti politici che facevano ben sperare a una rinascita democratica e sociale.

Come cantò De Andrè “il seguito prova che aveva torto”.

Vinse un miliardario che si improvvisò politico in un anno o poco più e sfruttando la potenza economica e comunicativa del suo impero cambiò completamente quell’atmosfera di partecipazione democratica e condivisione in una farsesca riedizione delle elezioni postbelliche.

Le stesse persone che tirarono monetine contro uno dei più significativi (nel bene e nel male) presidenti del consiglio dei ministri che la Repubblica aveva avuto votarono massicciamente il suo dichiarato erede politico.

L’Italia aveva ceduto alla sua naturale pulsione per l’uomo forte e trascinatore di masse cui delegare le scelte e le responsabilità che era più comodo non assumersi.

Il concetto di made in Italy che aveva Berlusconi non è molto diverso dal concetto di made in USA di Trump, l’avversione allo Stato del primo non era diversa da quella che ha il secondo.

La differenza significativa è negli armamenti nucleari di cui Berlusconi non ha mai disposto.

Trump in campagna elettorale ci ha letteralmente terrorizzato con la negazione del riscaldamento globale, con dichiarazioni discutibili sui temi dell’immigrazione, con il fantomatico muro e con la tabula rasa dei provvedimenti economici e sociali dell’Amministrazione Obama.

Una volta vinte le elezioni le sue dichiarazioni sono state meno forti, è trascorso un mese in cui è parso un “normale” amministratore liberista.

Durante l’insediamento è tornato alla carica con il populismo, con i muri e tutta quella retorica che, a onor del vero, parte della Sinistra non ci ha risparmiato a parti invertite con il commiato di Obama.

La speranza è che il Trump Presidente sia molto diverso dal Trump candidato, diversamente da quanto successe nel 1994 quando il Berlusconi presidente fu uguale al Berlusconi candidato.

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