Dio non castiga e non si vendica

Carlo Baviera

cadUn Viceministro israeliano, lo scorso anno, ha inveito  contro la decisione del nostro governo, per l’astensione italiana sulla risoluzione dell’Unesco che esclude riferimenti storico-politici ebraici sull’area del Monte del Tempio di Gerusalemme, dove sorge anche la spianata delle Moschee, affermando che il terremoto è la conseguenza di quella decisione.

Dio avrebbe punito l’Italia per quel voto. Una battuta infelice ed offensiva oltre che errata. Il Viceministro ha in seguito corretto il tiro e si è scusato; così come l’Italia ha dichiarato di non ripetere la propria svista.

Per molto tempo si è pensato che le avversità, le calamità naturali, le malattie gravi fossero un castigo del Signore per i peccati degli uomini. Anche nel Vangelo abbiamo una pagina in cui si richiama questa mentalità; ma già allora Gesù ricordava a tutti che l’infermità di un uomo non dipendeva dai peccati della sua famiglia, ammesso che avesse gravemente peccato: “Nè costui, nè suo padre, nè sua madre hanno peccato”.

Sappiamo che Dio, eventualmente, se entra nelle nostre storie lo fa ponendosi dalla parte di chi soffre, di chi è in difficoltà, di chi è provato; e non come un giudice severo che ci manda catastrofi per punirci. La zizzania e il grano li lascia crescere insieme e li separerà solo nel giudizio finale.

Mi ha fatto pensare invece la concomitanza, certamente casuale e senza alcun legame fra le due cose, fra la nuova scossa di terremoto in ottobre con epicentro a Norcia e la vicenda delle barricate a Gorino. Secondo la logica del viceministro israeliano, la prima cosa (il sisma) la punizione dovrebbe essere causa della seconda (le barricate). E sappiamo che questo modo di pensare non sta in piedi e rappresenta un “scossa” aggiuntiva alle tante che i nostri fratelli e connazionali stanno subendo dallo scorso agosto.

Si dice che il battito d’ali di una farfalla può avere conseguenze disastrose da un’altra parte del mondo; quindi un “peccato sociale”, un comportamento moralmente scorretto, lo si pagherà in qualche modo. E’ provato che il disinteresse per il territorio, modi di produrre e consumare superficiali, il guidare in modo irresponsabile o abusare dei diritti sociali provocano presto o tardi conseguenze sull’ambiente, sulla salute, sulla viabilità, sull’equilibrio economico degli Stati.

Anche una leggerezza etica e morale, un rapporto con le persone che le degradi a cose da consumare o sfruttare o da usare per soddisfare piaceri e desiderio di potere, provoca conseguenze pesanti negli equilibri sociali e nella convivenza civile.

Però nessun castigo divino può essere immaginato neanche per le barricate anti immigrati. Le conseguenza per i nostri comportamenti  ce li procuriamo con le nostre mani, con le nostre scelte, con le nostre irresponsabilità, con le nostre pigrizie. Da qui dovrebbe partire la conversione sia personale che delle comunità. Per ritrovare un legame nazionale, un sentirci parte di una nazione con finalità comuni, una capacità di rispettare le diversità come ricchezza e opportunità e non come lacerazione, scontro, divisione insanabile.

Per questo penso che la nuova ferita del sisma, continuata per mesi, e i disagi aggiuntivi della stagione invernale, che creano ansia insicurezza e fragilità in migliaia e migliaia di persone; che tocca, pur se in modi e conseguenze molto diverse, mezza Italia (quando una scossa è percepita dal Lazio fino alla Provincia di Bolzano, da Milano a Roma si capisce anche come siamo tutti legati), tutto questo dicevo, ci richiama la solidarietà, il senso del vivere in comunione, del condividere anche difficoltà e fatiche.

E’ il richiamo dei tempi che viviamo, è il dovere di discernimento storico, più che la paura del castigo, a chiederci di ritornare a lavorare insieme, a ritrovare obiettivi comuni, a stringerci nella difesa dei valori che contano e recuperare le risorse delle relazioni, a ritornare a fidarci e a interessarci del vicino. E pensare non solo o tanto a consumare e beneficiare di ciò che esiste ed è stato realizzato nei decenni o nei secoli precedenti, ma anche a essere a nostra volta costruttori: costruire legami, amicizie, possibilità, occasioni, dignità. Anche costruire processi di convivenza e coesione, costruire realtà di lavoro (cooperative, piccole imprese artigiane, officine di artisti, gruppi Onlus, ecc.).

E’ questa l’occasione per ricordare ad ognuno di noi che, anche nel terzo millennio, e anche dove e quando, fortunatamente, non ci sono calamità naturali, o guerre, o emergenze sanitarie, siamo sempre collaboratori di Dio, siamo <coltivatori> del Giardino che abbiamo ereditato dai progenitori, e siamo investiti della dignità di contribuire, sia manualmente che con l’ingegno, all’opera del creatore.

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