Buona scuola e merito

Domenicale Agostino Pietrasanta

bs

Le norme renziane sulla “buona scuola” hanno scontentato tutti o quasi e dunque non risolvono o non risolverebbero, se applicate, i problemi che vorrebbero affrontare. Tuttavia presentano un lato da considerarsi attentamente: ripropongono la questione del merito, nonché del suo riconoscimento anche per il trattamento economico del personale, docente soprattutto. Non si tratta di una novità: si sta tentando qualcosa, almeno dalla fine dello scorso millennio, ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer. Ora non sembra discutibile che qualunque azienda, se riservasse lo stesso trattamento ai capaci, ai lavoratori ed ai competenti come agli incapaci ed ai fannulloni, sarebbe destinata a chiudere; purtroppo, nella pubblica amministrazione non si vuol tenere conto di questa lapalissiana constatazione che, al contrario sarebbe da valutarsi con seria considerazione, soprattutto sul sistema scolastico.

Non equivochiamo. Con questo non intendo affermare che non sia doveroso un riconoscimento economico più dignitoso per tutti i docenti; tuttavia i più bravi e meritevoli vanno distinti e pagati di più. Ovvio, e persino banale, ma non praticato. Eppure, esperienza alla mano, proprio nella scuola ci sono persone competenti, preparatissime, volonterose ed aggiornate e ci sono i fannulloni, come in tutti i settori lavorativi; e se non si può affermare che i primi raggiungono la percentuale dell’80%, come un sindacalista, in vena di risibile banalità ha voluto affermare, non sarebbe giusto approvare ciò che un critico supponente ha lanciato, con probabile poca conoscenza della situazione: solo il 10% degli insegnanti sarebbero in grado di fare il loro mestiere. Forse, se ogni tanto richiamassimo il principio del “rasoio di Occam” saremmo capaci di giudizi più adeguati.

In ogni caso se il merito va premiato, anche economicamente e soprattutto nella scuola, c’è da chiedersi quali siano gli intralci che impediscono la realizzazione degli interventi conseguenti. Sicuramente ci sono delle difficoltà di applicazione, ma io credo che il caso in fronte al problema stia in una cultura dell’egualitarismo che, persa la sua forza, talora anche ragionevole delle sue origini, si è lascata dietro gli strasciti più negativi. Il più negativo di tutti sta nell’aver ignorato il principio costituzionale dei capaci e meritevoli e nell’avere sempre confuso il privilegio col merito, talora con colpa, altra volta con dolo. Alle corte: non si trovano criteri applicativi, quando non si vogliono trovare o perché condizionati da una pseudocultura in contrario o perché (insiste qualcuno) per “mancanza di volontà politica” Senza queste precondizioni negative i criteri applicativi si troverebbero.

Resta il fatto che, almeno fino ad oggi e almeno a mia conoscenza, anche coloro che ribadiscono l’importanza del merito della funzione docente e ne propongono anche il riconoscimento economico, quando arrivano alle relative realizzazioni, si fermano reticenti.

Umilmente cerco di non fermarmi. Non cerchiamo astruserie improbabili, magari sostenute da sistemi ed agenzie di valutazione strapagate e persino inconcludenti e ricorriamo ancora una volta al “rasoio di Occam”. Il buon senso potrebbe aiutare e, ricorrendo al Manzoni, mi permetto di aggiungere che buon senso non significa senso comune. I criteri di valutazione, a mio avviso, salvo diverso e ragionato parere, restano due: competenza disciplinare e capacità didattica, posti in ordine di importanza. Ora chi vive nella scuola sa benissimo riconoscere nei docenti queste due componenti; tuttavia non si può certo ovviare a dei controlli più adeguati.

E vengo al merito. Competenza disciplinare: potrebbe essere valutata, almeno ogni lustro da una commissione (qualcuno direbbe team) di docenti universitari, magari tre, per controllare quali aggiornamenti disciplinari i docenti hanno conseguito. Sono in grado di conoscere i contributi scientifici aggiornati del loro campo docente? Hanno conoscenza dei testi di riferimento? Delle novità acquisite dalla ricerca? O sono cristallizzati sui manuali ripetitivi obsoleti e spesso non privi di autentici errori? Questo il presupposto per ogni successiva valutazione di merito.

Certo la competenza disciplinare, presupposto indispensabile non basta: va valutata la capacità didattica. Personalmente e nessuno si scandalizzi, individuerei i soggetti del giudizio in due componenti: gli studenti ed un comitato di valutazione presieduta dal dirigente scolastico, distribuendo il peso del giudizio finale per il 20% ai primi e per il 30% al secondo, dal momento che il 50% è già stato imputato alla componente universitaria sulla competenza scientifico/disciplinare.

Aggiungerò sperando di evitare reazioni scandalizzate per la responsabilità in capo agli studenti, che chi vive nella scuola sa che, non presi individualmente, ma già il gruppo classe fa degli studenti dei giudici pressoché infallibili.

Potrebbe essere utile in conclusione lasciare ai dirigenti scolastici un parere finale sul risultato dell’operazione, magari obbligatorio ed anche vincolante, ma con la precisazione che vincolante non significa arbitrario per tranquillizzare i sindacati sulla figura del “preside sceriffo”; e dunque un parere che va motivato e sottoposto, in caso di contenzioso agli organi proposti che decidono in via definitivi ed in tempi stabiliti, non dilazionabili.

La proposta non va? Dispostissimo a sentirne delle più ragionevoli. In ogni caso, l’alternativa di lasciar perdere ed accontentarsi dell’esistente non mi sembra accettabile.

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2 thoughts on “Buona scuola e merito

  1. Il tentativo malriuscito (…ma pur sempre un tentativo) di riconoscere, e premiare, il merito professionale degli insegnanti non ha comunque rimosso questa vexata quaestio, che rimane sostanzialmente, e purtroppo, irrisolta. Sotto il profilo squisitamente politico si può forse dire che il “dado è stato tratto”, ma mancano criteri applicativi seri e pragmatici. Questi ultimi dovrebbero corrispondere ad azioni misurabili come ad esempio quelle rappresentate ragionevolmente nell’ articolo. Soprattutto in Italia è sempre stato difficile accettare l’ idea che nella Pubblica Amministrazione il possesso di un titolo di studio, e il superamento degli esami di un concorso, sono una condizione soltanto necessaria, ma non sufficiente, per esercitare adeguatamente la propria funzione.
    Roberto Cresta

  2. Caro Agostino, condivido in toto tutti gli argomenti che metti in campo. I miei dubbi riguardano la loro applicazione. Bisognerà prima di tutto vedere se la riforma Renzi riuscirà a dare stabilità alle scuole italiane; male antico, ma mai come quest’anno la girandola dei docenti ha raggiunto livelli inimmaginabili. E non finirà certo l’anno venturo.
    Dopo gli anni del bengodi di epoca craxiana, ci si è accorti degli sprechi costituiti dall’esistenza di scuolette, costosissime e sovradimensionate rispetto all’esiguità dell’utenza. Così, da un eccesso all’altro, le scuole superiori sono state accorpate in orizzontale, superando anche i mille allievi e i 130 docenti. Ancora peggio è accaduto alle scuole accorpate in verticale. Scuole costitutite da materne elementari e medie, sparse in decine di paesi, con un unico Dirigente scolastico, il quale passa la sua giornata in macchina, col telefono acceso, a visitare le scuole che dipendono da lui. Certo ci sono i collaboratori, ma non è la stessa cosa. Come fa a conoscere tutt i suoi insegnanti? Oltretutto il docente migliore quasi sempre è quello che fa il proprio lavoro in ombra, senza esibirsi, passando inosservato, a tutti, tranne agli allievi che hanno avuto la fortuna di trovarselo di fronte. Quelli che si mettono in mostra, in mille modi, spesso sollevano più fumo che cucinare l’arrosto. Certo il Preside navigato lo sa, e sa distinguere, ma se non riesce in un anno neppure a conoscere tutti i suoi insegnanri, molti dei quali cambieranno l’anno successivo, come fa ? Mettiamoci anche gli insengnanti di sostegno, 150mila, il 90% dei quali senza titolo. Aggiungiamo da 15 anni l’arrivo ininterrotto di migliaia di insegnanti dal Sud, che hanno punteggi altissimi, incredibili e sospetti, pieni di pretese, comprensibili forse sul piano umano, ma inaccettabili, perché incompatibili con la didattica, a cominciare dall’orario scolastico, che è fondamentale per un apprendimento efficace, e deve essere fatto per gli allievi e non per i docenti.

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