Cattolici francesi: un risveglio ambiguo

Mauro Fornaro

crIl contesto sociale e politico francese presenta talune analogie col nostro, inoltre gli eventi francesi sembrano enfatizzare o anticipare eventi che si verificano pure da noi. Comune con l’Italia è il progressivo e consistente calo numerico dei cattolici e tra di essi il calo di quelli praticanti; di converso si assiste all’incremento di orientamenti atei e laicisti. La Francia ci ha preceduto nell’approvazione della legge sulle unioni omosessuali e su altre questioni “eticamente sensibili”. Inoltre nella primavera prossima i francesi andranno di certo alle urne e già si sa chi sarà il candidato del centro destra, eletto con le primarie: François Fillon, che ha alte probabilità di diventare il nuovo presidente della repubblica (a patto che nel ballottaggio la sinistra converga su di lui in chiave anti Le Pen).

Ciò che è apparso rilevante ai commentatori è il grosso contributo alla vittoria di Fillon venuto dai cattolici e da organizzazioni cattoliche, lui stesso dichiaratosi cattolico praticante. Anche gli altri due candidati del centro destra, Sarkozy e Juppé, non sono stati da meno, benché, si direbbe, più per opportunismo politico che non per sincera convinzione: hanno capito la nuova aria che sta tirando. I cattolici infatti si sono fatti sentire rumorosamente, mostrando un’insospettata vitalità di parrocchie e gruppi tradizionalisti: il malcontento aveva trovato una prima espressione di rilevanza sociale e politica nelle manifestazioni contro la legge sul matrimonio gay. Guidati dal movimento La Manif pour tous, nato nel 2012 e seguito dal movimento Sens commun (Senso comune, denominazione quanto mai significativa), i cattolici hanno dato luogo a sfilate tra le più grosse degli ultimi anni, e certo più consistenti di quelle in Italia in occasione dell’approvazione della legge Cirinnà sulle unioni civili. Pure la gerarchia si muove, in un Paese in cui le ingerenze della Chiesa nella vita politica sono piuttosto desuete a differenza del nostro: colpisce che il presidente della Conferenza episcopale, George Pontier, si sia rivolto pubblicamente al presidente della Repubblica, François Hollande, per denunciare come un attentato ai “principi della democrazia” il ventilato ampliamento del delitto di opposizione all’esercizio dell’aborto, invitandolo espressamente a bloccare l’iter della legge.

Che sta dunque capitando in Francia, terra di laicismo e di rigida separazione tra Stato e Chiesa? E come è che i cattolici, già dati in irrimediabile declino per altro assieme ad altre confessioni, tornano vivaci, per lo meno attraverso minoranze agguerrite? La risposta è intuibile e avallata da politologi e sociologi (si veda il dossier in merito nel numero di dicembre della rivista OBS). Si deve invero partire da decenni addietro con la progressiva presa di coscienza, oltre che del vertiginoso calo dei praticanti, di un allontanamento vieppiù marcato della società e della politica dai tradizionali valori cristiani. I più attenti tra gli studiosi già a fine anni ’80 avevano rilevato nel mondo cattolico, assieme al malessere culturale, i semi di una reazione, fino a parlare – avventurosamente forse, anticipatamente certo – di un’incipiente “revanche de Dieu” (rivincita di Dio). La reazione, dapprima latente e solo virtuale sul piano politico, si è infine coagulata ed è esplosa pubblicamente quando il legislatore adottava misure in palese contrasto coi valori più intimi e ritenuti non negoziabili della morale cattolica, quelli relativi alla procreazione, alla sessualità e alla famiglia.

Questi orientamenti etici, prevalenti secondo una secolare teologia morale e basati sugli oggettivi valori “naturali” – ma in realtà effettivamente praticati da un numero esiguo di cattolici –  hanno poi trovato eco in un vasto pubblico di cattolici non praticanti nonché di “atei devoti”, come si direbbe da noi, tutti timorosi che vadano perse “le radici cristiane” della Francia (nata come Stato, ricordo, all’insegna dell’alleanza tra Carlo Magno e il papa). S’aggiungano poi, a riscoperta del cristianesimo come baluardo cultural-nazionale, i timori per la crescita dell’islam. E’ una crescita sentita come irrispettosa, da cattolici praticanti e non, quando il rettore della Grande Moschea di Parigi, Dalil Boubaker, proponeva nel 2015 di riutilizzare come moschee le chiese abbandonate; una crescita sentita come minacciosa, da credenti e non, dopo l’assassinio in piena messa di padre Hamel in Normandia, l’estate scorsa, per non dire degli attentati terroristici di Parigi e Nizza.

E’ così che la riscoperta dell’identità nazionale a fronte di temuti appiattimenti e confusioni di lingue portati dalla globalizzazione, la contrarietà poi alla perdita di sovranità a vantaggio dell’Europa si saldano con l’identità cattolica. Saldatura ambigua: l’identità cattolica di per sé è “universale”, secondo l’etimo stesso di katholikos, e non nazionale. E anche pericolosa: certo meglio Fillon che la Le Pen per la maggior parte di questi cattolici, ma il trend non è poi così diverso, anzi foriero di preoccupanti alleanze laddove le due anime del trend stesso, quella cattolico-nazionale e quella nazionalista-cattolica, dovessero mai saldarsi. Da noi lo sfascio della destra e il discredito sul piano politico del movimento che più di ogni altro poteva far da tramite tra cattolicesimo “identitario” e politica nazionale, cioè Comunione e Liberazione, sono elementi che esorcizzano al momento sviluppi alla francese; ma le istanze che vi stanno dietro ci sono pure da noi e c’è già chi cerca di cavalcarle.

Che peso poi hanno nella galassia del cattolicesimo d’oltre Alpe questi cattolici, che in senso lato si suol definire tradizionalisti? E che fine ha fatto quella parte della cattolicità che già spiccava per l’impegno sociale progressista, per la vicinanza ai partiti di sinistra e in genere per l’apertura sulle stesse questioni etiche? Una minoranza attiva anche quest’altra, certo, presente pure oggi, anche tra la gerarchia; ma cambiati tempi e contesto e affiorate nuove inquietudini nella società, essa non si trova più in testa come presenza e come “forza” emergente.  Del resto, l’atteggiamento critico di questa minoranza verso tanti aspetti e pesantezze della Chiesa istituzionale, una teologia più “liberale” che non dogmatica, una maggiore sensibilità alla libertà di coscienza che non all’ossequio all’autorità e alla tradizione, l’apertura al dialogo con non credenti e con altre religioni fino al limite dell’ibridazione: tutto ciò rende questo cattolicesimo, già di per sé assai poco identitario, fragile quando suona la chiamata a serrare i ranghi nel confronto con “gli altri”. Inoltre appare fragile all’interno stesso della comunità dei credenti, come stanno sperimentando tra gli altri i gay cattolici praticanti.

Il futuro di quest’altro cattolicesimo non si presenta affatto roseo: le nuove vocazioni sacerdotali provengono pressoché tutte da giovani formatisi nelle scuole e nelle congregazioni più tradizionaliste di Francia. C’è comunque una duplice equazione che dovrebbe essere ripensata, anche da noi: perché l’essere di sinistra sul piano sociale e politico del cattolico dovrebbe coincidere con un certo “modernismo” sul piano dell’etica e della teologia, e viceversa? E perché l’essere politicamente di destra del cattolico dovrebbe coincidere con l’adesione a un cattolicesimo più tradizionale, e viceversa? Papi in passato, oltre allo straordinario papa Francesco, danno l’esempio di grande apertura sulla questione sociale e ad un tempo grande prudenza, quando non avversità, in fatto di nuove etiche della sessualità, della procreazione e della famiglia.

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