La gente è sola

Marco Ciani

lonLunedì scorso ho incontrato a Milano un amico che non vedevo da parecchio tempo e che ricopre un ruolo apicale in una importante fondazione ambrosiana. Dopo i saluti, calorosi come si conviene a persone che si vedono volentieri, ci siamo intrattenuti a discutere, tra le varie cose, dello stato in cui versa una parte crescente della società italiana (e non solo).

Bisogna premettere che l’ente in questione si occupa di forme di disagio transitorie, originate da eventi particolari per i quali non esistono forme di protezione pubblica o privata già poste in essere. Ovviamente, con la recente crisi, tali situazione si sono moltiplicate.

Ad un certo punto della nostra conversazione gli ho posto una domanda su quale fosse l’area più complessa della sua attività. Confesso che mi attendevo una risposta inerente le difficoltà “materiali” in cui si dibattono le aree deboli della popolazione. Ne potremmo elencare, purtroppo, un discreto numero.

Invece, con una certa sorpresa da parte mia, il protagonista della storia ha indicato nella “solitudine” il problema più spinoso, ma in un’accezione diversa da come si concepisce classicamente il termine. Ovvero non solitudine in quanto carenza di rapporti affettivi (che pure si avverte), ma intesa – ancor prima – come mancanza di coordinate valoriali di riferimento con le quali interpretare la vita, di qualcuno che ti trasmetta questa sapienza e, seppur senza sostituirsi, ti accompagni nelle scelte.

Debbo dire che tale responso, se da un lato mi ha stupito, dall’altro mi ha anche molto incuriosito. E così ci siamo portati avanti nel discorso.

Cosa vuole dire tutto ciò? Sta a significare, in parole semplici, che spesso le spaesate e fragili persone o famiglie che si rivolgono alle istituzioni benefiche non hanno solo problemi pratici come quello di mettere assieme il pranzo e la cena, o trovare un tetto sotto il quale riposare, piuttosto che due euro per mantenere il proprio nucleo o far sopravvivere un simulacro di attività professionale.

Hanno anche un’altra difficoltà, solo apparentemente meno importante. Non possiedono cioè una chiave per giudicare il mondo, la realtà, le dinamiche in atto e quindi non sanno neanche bene cosa fare (anche nel concreto) per risolvere la propria situazione, tranne forse rivolgersi a qualcuno – come una fondazione – per tirare avanti in attesa di qualche cambiamento.

Riflettendoci bene è sembrato anche a me un problema importante. Parlandone qualche giorno appresso con un altro amico, veniva fuori che se facciamo un paragone con altri periodi difficili della storia recente, come il dopoguerra, ci renderemo conto che magari la gente stava materialmente ancor peggio, ma per una serie di motivi ciò non costituiva, nella maggioranza dei casi, un grande problema.

Il conflitto più terribile della storia era finito e faceva capolino la speranza di un futuro migliore, mentre i lavoratori riassaporavano una certa facilità nel trovare impiego (anche se a volte ciò comportava emigrare dalla propria terra). Insomma si guardava avanti con fiducia. Anche e forse soprattutto perché c’era un senso di solidarietà tra la gente molto più forte di oggi. E non mancavano chiare lenti per leggere il mondo.

Le fornivano delle “agenzie” educative (non intendo, in questo caso, quelle scolastiche alle quali spesso viene ingiustamente richiesto di spingersi ben oltre i loro compiti) – che si chiamavano, a seconda dei casi, oratori, partiti, associazioni, movimenti, sindacati, etc. – agenzie effettivamente molto sentite e praticate da larga parte della popolazione.

Questi corpi sociali oltre a rispondere a dei bisogni specifici, contribuivano a dare un senso all’esistenza di ciascuno e ad inquadrarla in un disegno più ampio di carattere collettivo. Si trattava di un senso del proprio ruolo nel mondo corroborato, come si diceva per l’appunto poco fa, dal sentirsi parte di una comunità più ampia della propria famiglia. L’intermediazione (che qualche politico voleva superficialmente mandare in soffitta) era anche questo.

Spesso tali strutture agivano in modo ordinato e coerente tra loro, in modo da costruire delle specie di blocchi sociali. Favorivano la coesione. La “frammentazione”, sotto vari aspetti, alla quale assistiamo oggi era molto meno presente.

Chi ad esempio frequentava regolarmente la Chiesa, spesso risultava anche attivo in qualche associazione o movimento ecclesiale, a volte si iscriveva ad un partito (normalmente fino agli anni ’70 la Dc), magari se era un lavoratore dipendente anche alla Cisl, considerato il sindacato bianco o, per i lavoratori autonomi, alle altre associazioni di categoria. E forse leggeva anche il settimanale diocesano e/o Famiglia Cristiana.

Si potrebbero menzionare molti altri esempi, a destra come a sinistra, nel mondo laico e in quello socialista. Ovviamente non era sempre così, ma spesso sì. L’etica pubblica ne usciva rafforzata e non assistevamo alla decadenza dei costumi che anche in questi giorni riempie le cronache politico/giudiziarie. Insomma, queste strutture “davano la linea”, le scelte scaturivano di conseguenza.

Concludo la mia considerazione iniziale sostenendo che, malgrado le diverse visioni della società  in confronto dialettico tra loro, si riuscivano spesso a trovare nel Paese punti di incontro importanti. Penso, anche qua per un esempio immediato, alla solidarietà nazionale e alla lotta al terrorismo.

Oggi nulla è rimasto così. Risultiamo sempre connessi ad internet, ma siamo complessivamente dis/connessi dai nostri simili. Ovvero siamo dis/patici e an/affettivi, quindi sempre meno capaci di metterci nei panni dell’altro, di comprenderne il punto di vista, i sentimenti e le sofferenze. Conta l’efficienza ed il successo, e se non ce la fai, per dirla alla Flavio Briatore (e Donald Trump) in The Apprentice: «sei fuori!» («you’re fired!»). Cioè sei un fallito. Ma hanno veramente ragione? In base a quali criteri?

Dunque il primo problema, dicevamo, è la mancanza di bussole e mappe che consentano di orientarsi e di capire cosa fare, dove andare e a quali capisaldi riferirsi. Purtroppo, i vecchi fornitori di strumenti per tracciare le rotte oggi se la passano piuttosto male.

Si affaccia poi un secondo problema. Tutto quanto dicevamo avviene in una società che è sempre più complessa, veloce, instabile e spezzettata. Pensiamo ad esempio alla fragilità delle famiglie, testimoniata in particolare dal costante aumento delle separazioni con tutte le conseguenze dolorose che si producono. Ma anche all’arrivo sempre maggiore di immigrati o rifugiati che in parecchi casi, loro malgrado, immettono nella società nuovi stili di vita e producono reazioni complesse, non sempre facilmente gestibili. Sono solo due esempi. Potremmo continuare a lungo, citando altre “complicazioni”. Non lo faremo per brevità. Ma risulta abbastanza ovvio che in un panorama siffatto la crisi economica integri l’opera di rottura del contratto sociale. Anzi dei vari, se non tutti, contratti sociali.

Terza questione, meno intuitiva, su cui mi portava a riflettere il mio interlocutore, è la velocità. Siamo abituati a credere che per ogni problema esista una soluzione (e fino a qui potremmo anche discutere), ma soprattutto che la soluzione debba essere veloce se non immediata. E qui casca l’asino. Perché già non è dimostrabile in generale che esista una soluzione (auspicabile) a ogni problema. Ma soprattutto è completamente falso che tutte le risposte possano essere istantanee.

Al contrario, le cose più importanti richiedono tempo. Spesso pure pazienza. Ancor più spesso anche qualche sacrificio. Pensiamo ad un percorso educativo, alla vita familiare, ad una carriera professionale, ad un successo sportivo. Perfino per crescere bene un fiore ci vuole tempo. E cura costante.

Sono innumerevoli i campi dove non puoi avere tutto e subito con la stessa facilità con la quale ottieni da Google una risposta ad ogni tua domanda. O con cui puoi soddisfare (quasi) ogni desiderio materiale, acquistando su “subito.it” (mai nome di un sito fu più azzeccato), su Amazon o Groupon ogni cosa, senza perder tempo.

Anzi, a dire la verità in questi tre ultimi casi, un minimo di tempo sei obbligato a metterlo in conto: quello del trasporto dei beni a casa tua. Invece, quando chiedi una cosa alla rete la risposta la ricevi proprio on-line. Peccato che i responsi non dovrebbero essere solamente letti e presi per buoni, ma possibilmente anche analizzati, capiti, interpretati e valutati. Non li puoi bere come un bicchiere di acqua fresca presa dal frigo.

Diversamente, succede quello che verifichiamo sui social network: menzogne e rancore lievitano a ritmi preoccupanti. Ad esempio quantità crescenti di genitori evitano, contro ogni evidenza scientifica, di far vaccinare i figli nella convinzione che i vaccini producano malattie come l’autismo. E se provi a convincerli che si tratta di un’idiozia, sempre su Google potranno trovare all’istante una pagina dove rifornirsi di munizioni dialettiche per contrattaccare, spiegando che dietro ogni cosa che smentisce le nostre credenze c’è sempre un complotto.

Ricapitolando, abbiamo posto tre questioni, ovvero

  1. perdita di riferimenti valoriali solidi
  2. complessità del mondo contemporaneo
  3. tendenza a pensare che ogni problema possa trovare una soluzione immediata

questioni che sembrano essere le fonti principali di quella solitudine alla quale si riferiva il mio amico e dello smarrimento di molte persone, magari invisibili per quelli tra noi che non versano nelle stesse ambasce, ma che esistono e spesso non sanno come uscire da una condizione di grande difficoltà esistenziale prima che materiale. Problema è anche il fatto che tale condizione ne compromette spesso le possibilità di riscatto. Ovvero capita che la povertà “spirituale” si riveli causa di quella tangibile.

Concludo questo articolo, rivelando un particolare. Nel lasciarmi con l’interessante interlocutore abbiamo solo abbozzato una prima ipotesi di risposta senza troppo analizzarla ulteriormente. La sintesi finale è più o meno che servirebbe partire da una nuova antropologia, ossia da una visione di come l’uomo si riconcilia con la sua dimensione umana. In modo da poter successivamente riavvicinarsi al prossimo e recuperare il senso di comunità.

Può sembrare astruso, ma il concetto è semplice. Le inclinazioni attuali della società tendono alla spersonalizzazione dell’individuo, al suo isolamento, alla riduzione di ognuno ad oggetto tra gli oggetti, e oggetto che produce e consuma altri oggetti. Intendendo con “oggetti” anche (e oggi forse soprattutto) quelli immateriali forniti dalla rete. Tutto ciò, oltre certi limiti, pare ormai superati in buona parte, va contro alla nostra natura. Non siamo fatti per la solitudine.

Dunque dobbiamo resistere e coltivare occasioni di “riumanizzazione” della società. Sul come bisognerà pensarci. La sfida è certamente ambiziosa.

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