La ribalta di Francesco

Dario Fornaro

porLa   recente conclusione dell’anno giubilare e la chiusura solenne delle mille “porte sante” disseminate nel mondo, ha tra l’altro evocato l’opportunità, l’esigenza di tracciare un bilancio, quantomeno “esteriore”, del Grande Evento. Quello “interiore” ha viaggiato su altri binari, con effetti intuibili, almeno in parte, ma con riscontri effettivi difficilmente numerabili.

Ovvio quindi che il discorso consuntivo si sia concentrato sul fenomeno romano (caput mundi) del cd. turismo religioso che, in termini di presenze rilevate, si è più o meno trattenuto, nell’anno giubilare, sui livelli dell’anno precedente  a dispetto delle previsioni assai più consistenti. Si è osservato infatti – con tutto il rispetto – che la proliferazione mondiale delle porte sante e delle connesse pratiche rituali, non ha giovato alle privilegiate attese degli operatori romani.

Questo approccio, per così dire mercantile, serve solo per rammentare altri piani e altre circostanze che si prestano alquanto a verificare la predilezione dei media per un Papa Francesco in versione Superstar, con scontata prevalenza di luci abbaglianti e pur qualche ombra per esaltare le prospettive.

E’, dal punto di vista della cronaca, la storia dei primi tre anni di pontificato, allorché stampa e televisione si sono prese carico di inseguire ed enfatizzare ogni parola e ogni gesto di Papa Bergoglio, purché contenessero elementi di novità spettacolarizzabile. Meglio se proponibile come  discontinuità con i predecessori e il cammino lento pede della Chiesa gerarchica.

Il successo mediatico di Francesco è stato vasto e continuo, specie presso la stampa laico-indipendente, ciò che non ha mancato di suscitare  sprazzi di stupore/perplessità in ambienti cattolici usi ad occuparsi, in prima e privilegiata persona, della risonanza pontificale a partire dai messaggi, dai contenuti e, subordinatamente, dell’immagine.

Con la fine, grossomodo, dell’estate sorge tuttavia l’impressione – e sottolineo impressione – che la presenza del Papa sia lentamente slittata – salvo talune occasioni eclatanti tipo questione aborto in confessionale o nomine cardinalizie – dalle prime pagine alle pagine interne, dai servizi-top dei telegiornali a quelli di rincalzo.

Non ravvisandosi mutamenti nello stile (forma e sostanza) di Francesco, una prima spiegazione si può trovare nella tumultuosa sopravvenienza di altre tematiche, interne e internazionali, che si sono fatte largo per il tasso di drammatizzazione intrinseca e la ghiotta personalizzazione al seguito (dalle elezioni presidenziali americane al referendum di casa nostra, etc.).

Diversamente, comunque, da quanto taluno potrebbe inferire dalle note precedenti sulla ribalta di Papa Bergoglio, la circostanza, se acclarata, di un parziale, modesto ridimensionamento cronachistico della sua presenza mediatica non mi sembra debba incontrare rammarico o preoccupazioni in zona “audience”, tipica di altri protagonismi.

Si potrebbero perfino cogliere elementi positivi in un processo di “normalizzazione”  (privata che sia dell’accezione deteriore) dei rapporti comunicativi tra il Capo della Chiesa cattolica e il suo pubblico, fedeli e non. La “quotidiana eccezionalità” infatti, oltre ad essere un mezzo controsenso lessicale, designa anche un occhiale deformante che influenza, direi pregiudizialmente ed in modi differenziati, l’acquisizione dei messaggi.

Non a caso, anche dal  multiforme (ahi quanto!) mondo cattolico, emergono qua e là segnali  controversi, interpretabili non tanto come il desiderio di una retorica “pausa di riflessione”  (che spesso prelude a molta pausa e poca riflessione) quanto il bisogno di un canale, di una modalità di sereno apprezzamento dei vari contenuti: prima che ciascuno di essi sia travolto dal successivo e tutti dal successivo ancora. Processo mentale che può sfociare, nel suo vivace sviluppo, in una sorta di predisposizione alla cautelosa provvisorietà di ogni concetto, esempio o insegnamento, sia pure di un Papa dal tratto bonario e dal semplice argomentare.

Per tornare alla ribalta pubblica, si può dunque immaginare (sospettare) un rapporto del tipo: quanto si attenua, per qualsivoglia ragione, la preminente presenza del Papa, tanto si manifesta la difficoltà dei “corpi intermedi”, laici e religiosi, di trasmettere, e sistematizzare alla base gli appelli di Francesco e dare loro orientamenti di  condivisione e concretezza.

Finché il “bianco padre” viene rappresentato, urbi et orbi, come l’insigne personaggio che, con grande prestanza, canta e porta la croce, noi volentieri lo deleghiamo ad occupare egregiamente il proscenio e coltiviamo i nostri amati orticelli.

Ma qualcosa oscuramente rimorde.

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