La mano alzata

Domenicale Agostino Pietrasanta

manMi accade talora, o forse spesso, di trattare argomenti che mi fanno correre qualche rischio; ad esempio di deludere anche quei pochi lettori che si ostinano a seguirmi. Non già perché le scelte poste in essere siano particolarmente ostiche (almeno non credo), ma semplicemente per il fatto che non sono in agenda; ed in questi giorni l’agenda si orienta o si limita agli insulti elettoralistici pre/referendari. Eppure personalmente sono contento che sullo specifico, lo staff di AP abbia scelto di non operare su nessuno dei due versanti: ciò ha permesso un confronto di opinioni nutrito, rispettoso e cospicuo, non privo di reciproco rispetto fra i diversi interventi.
Per il resto non avrei saputo a chi affidare la palma della trivialità, talvolta persino ridicola e risibile, se non ci trovassimo a fronte di un problema di inedita importanza e complessità. Insomma dire che Renzi potrebbe introdurre la genesi di un totalitarismo anti/democratico mi sembra un’assurdità, ed anche una trovata non confrontabile nella dialettica fra parti politiche, ma anche lui, benedett’uomo, non figura certo di grande efficace controproposta, dal momento che un giorno si e l’altro pure si agita per cambiare opinione e conseguente dichiarazione, sul suo destino post/elettorale. Come dire che se Atene piange Sparta non ride.

Detto “alla buona” che non mi pento e lo staff di AP non si pente della scelta di non schierare la pubblicazione come tale vengo ad una notizia che mi ha colpito e che riportata da un quotidiano di grande prestigio nazionale, non è stata ripresa da nessuno degli altri organi di stampa. Il preside di una scuola inglese ha proibito che nelle classi da lui dirette, gli alunni alzino la mano per interloquire con le ragioni proposte dagli insegnanti. Lasciamo perdere la questione della libertà di insegnamento che da noi sarebbe subito invocata, magari con vari appoggi sindacali, il fatto però che colpisce è la motivazione della scelta del dirigente scolastico: i timidi e magari capaci, non osando esporsi, potrebbero essere emarginati. Evidentemente si tratta di una preoccupazione suggerita da valutazioni di tipo psicologico e didattico; eppure a me viene il sospetto che un simile ragionamento possa richiamare, proprio solo per associazione di idee e di motivazioni ancora una volta del tutto personali, i sostenitori di una didattica che dovrebbe evitare i contenuti culturali per promuovere le capacità critiche degli allievi. Il collegamento riguarda la mia perplessità su entrambi i ragionamenti: come si sviluppano le capacità critiche se non sui contenuti? E, nel contempo, come dovrebbero interloquire gli alunni se non alzano la mano? Interrompendo ineducatamente l’insegnate o il compagno più svelto di lui? C’entra forse un minimo di educazione e di rispetto delle regole? Non mi azzardo in alcuna risposta, dal momento che ce ne possono essere diverse e tutte quante ragionevoli.

Il fatto è che, in parecchie scelte didattiche (e questa di cui in oggetto mi pare tra codeste) l’unica preoccupazione assente sia quella del merito. Non potrebbe, tanto per abbreviarla, che alzano la mano quello preparati perché hanno studiato e non la alzano, nel contempo, quelli che non avendo studiato, non capiscono neppure quanto è in tema di discussione?

A me basti aggiungere, per corretta attenzione agli alunni, che può anche succedere che ci siano dei timidi che non osano esporsi; però credo di poter dire che la stragrande maggioranza degli insegnanti, dopo un mese di rapporti con la loro classe, sa distinguere un timido da un fannullone. La categoria non è fatta, come troppi dicono, di soli incompetenti, anche se economicamente sono trattati come tali. Ora però godranno di un aumento netto di poco inferiore ai cinquanta euro al mese, anche per le speranze elettorali dell’esecutivo, ma soprattutto per la compiaciuta soddisfazione dei sindacati.

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2 thoughts on “La mano alzata

  1. Caro Agostino,
    per completare, ciò che è implicito nel finale del tuo al solito articolato e pacato intervento, l’insegnante avveduto e con le antenne, conosce mille maniere per far intervenire anche l’allievo introverso o timido, e piano piano, sbloccarlo. Non ci si riesce sempre, ma, stando alla mia esperienza, e sono convinto anche alla tua, quasi sempre. Basta stimolare, nei modi giusti, e non avere fretta. Essere affabili, aperti, usare un tono di voce moderato, manifestare sincero interesse nei loro confronti, ridere e scherzare con quelli che stanno allo scherzo (nelle nostre aule si ride troppo poco, disse Tullio De Mauro, seguito a ruota da Gianni Rodari), non significa affatto perdere l’autorità necessaria al proprio ruolo, anzi, accrescerla.

  2. Caro Agostino, tra sei ore si apriranno i seggi, tra 24 ore avremo buone indicazioni sull’esito referendario, preceduto e tenuto a battesimo da un dibattito squassante per lunghezza ed escursioni fuori tema. Personalmente non mi sono agitato e sbracciato, in corride pro o contro, per la semplice ragione che il mio asino è subito caduto, e rovinosamente, già al secondo articolo della riforma (55, c.5) laddove si cerca di delineare i compiti del nuovo Senato ridimensionato.
    Trattandosi (riforma del Senato) di una colonna portante di tutta l’ampia riforma, la vaghezza e l’allusività del testo mi sono subito apparse – da comune lettore – devastanti. I “raccordi” sono roba da tubisti e ferrovieri, non da Carta fondamentale. Il linguaggio giornalistico ha espropriato, suppongo per la fretta di scrivere qualcosa, l’impianto normativo (con annessa chiarezza e distinzione). Se lunedì mattina avremo la “nuova” Costituzione, il Paese avrà subito l’occasione di litigare su quella specie di fisarmonica che dovrebbe contenere ed esplicitare i compiti del neo-Senato, in cerca, anche lui, di lavoro a tempo indeterminato.

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