Laicità

Carlo Baviera

lacNel maggio scorso il giornale francese cattolico La Croix ha pubblicato un’intervista a Papa Francesco sul tema «laicità e religione in ambito pubblico».

Mi interessa riprendere due risposte del Papa che aiutano anche noi ad assumere decisioni consapevoli del nostro essere contemporaneamente cittadini e credenti.

Rispondendo a una domanda sul modello della «laicité» francese, Francesco afferma che «Gli stati devono essere secolari, quelli confessionali finiscono male. Sono contro la storia. Io credo che una versione della laicità, accompagnata da una solida legge che garantisca la libertà di religione, offra un quadro di riferimento per andare avanti. Siamo tutti figli e figlie di Dio, con la nostra personale dignità. Ognuno deve avere la libertà di esprimere la propria fede. Se una donna musulmana vuole indossare il velo, deve poterlo fare. Allo stesso modo, se un cattolico vuole indossare una croce. Le persone devono essere libere di professare la loro fede nel cuore delle loro proprie culture e non ai loro margini. La modesta critica che io vorrei rivolgere alla Francia riguarda il fatto che esagera con la laicità. Questo porta a considerare le religioni come sotto-culture, piuttosto che culture a pieno titolo con i loro diritti. Temo che questo approccio, un comprensibile patrimonio dei Lumi, continui ad esistere. La Francia ha bisogno di fare un passo avanti su questo tema al fine di accettare il fatto che l’apertura alla trascendenza è un diritto per tutti».

Al di là dei riferimenti specifici alla Francia e alla sua interpretazione della laicità, viene anche a noi l’indicazione di libertà religiosa intesa come possibilità di esprimere la propria fede e di farlo anche attraverso a simboli. Il nascondere feste, icone, canti, ecc. (soprattutto in occasione del Natale) non è laico, è negare sentimenti generali. Il togliere simboli religiosi per non urtare sensibilità altre non è laicità, è abbassarsi alla provocazione di alcuni.

Ciò non significa che nei luoghi pubblici debbano per forza imporsi crocifissi o statue di Madonne e santi. Non si spacci solo per neutralità l’avversione alle fedi delle persone. Il rispetto ci deve essere per tutti; ma è rispettoso nei riguardi di ebrei o islamici o cristiani che si trasferissero in Paesi orientali togliere in modo generalizzato le statue di Buddha? Il rispetto verso coloro che arrivano nelle nostre contrade e hanno fedi diverse dalla maggioranza dei residenti si esprime in altri modi: non emarginando, ascoltando, dando a tutti possibilità di esprimere il loro credo.

Poi, da parte dei credenti, c’è da prendere atto che la <società cristiana> non esiste più, che non ci deve essere religione di Stato, e così via. La fede si esprime con modalità diverse che in passato, e la presenza pubblica delle religioni non significa entrare in campo con le scarpe chiodate.

Si evidenzia soprattutto, infatti, nella risposta del Papa, il fatto che le religioni contengono anche aspetti di culturali, sono culture a pieno titolo; pertanto in quanto culture partecipano al dibattito e alla proposta pubblica della società al pari di ogni idea, filosofia, interesse lobbistico o culturale.

Esiste poi anche la questione di come affrontare a livello legislativo il rispetto di sensibilità, culture, fedi di chi è immigrato da noi. Come si devono adeguare le legislazioni? Ricordo che il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Francesco Paolo Casavola sosteneva anni fa come non fosse possibile prevedere legislazioni specifiche per una comunità insediatasi nel nostro Paese, quasi Stato nello Stato, ma che fosse la Costituzione il riferimento valido sempre e per tutti. Perciò, festività, alimentazione, abbigliamento e via discorrendo non devono essere normati per soddisfare alcuni gruppi; ma vi deve essere una legislazione che sia nel rispetto di tutti e senza oppressioni, pur prevedendo, in fatto di diritti umani (vedi libertà femminile, o mutilazioni genitali), severità e fermezza assoluta verso chi non rispetta la normativa.

La seconda risposta che mi ha suscitato interesse era riferita al rapporto . A Francesco è stato chiesto come i cattolici debbano difendere le loro convinzioni di fronte a leggi quali quella sull’eutanasia o sulle unioni civili. «Spetta al Parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni. È così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano. Anche per un funzionario pubblico, che è una persona umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche. Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente che “parlano come un prete”. No, essi si fondano su quel tipo di pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato». 

Uno Stato laico rispetta le coscienze, non le asserve, non le coarta; perciò in casi alcuni deve prevedere la possibilità di obiettate. La legge va rispettata sempre, perché altrimenti è comodo  (pensiamo al pagare le tasse, o al dovere di rispettare alcuni codici, o al rispetto di condizioni contrattuali) rifugiarsi nell’obiezione di coscienza. Non è che se una cosa non mi piace, chiamo in causa la coscienza. Però esistono situazioni che toccano alcuni aspetti della vita, della dignità delle persone, del rispetto di principi dove davvero “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et Spes, nr. 16).

Allo stesso modo, Francesco sottolinea la necessità per uno Stato di prendere in considerazione le critiche. Questo vale sempre e per ogni questione. Ne emerge la questione del pluralismo, del ruolo delle minoranze, della necessità che non si generino situazioni di consociativismo.

Anche questi aspetti attengono ad una vera laicità della politica: chiarezza di proposte, alternanza di governo tra partiti o schieramenti alternativi, antistatalismo, valorizzazione della società civile, governo non come occupazione del potere.

Tutte cose che mi riportano, e spero che riportino alcuni dei miei pochi lettori, alle lezioni che hanno lasciato Sturzo, De Gasperi, Moro, E non solo loro. Lezioni ancora attuali, e laiche.

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