Le ragioni per votare sì al referendum del 4 dicembre

Daniele Borioli (*)

bor(Con gli autorevoli e divergenti contributi di Daniele Borioli e Federico Fornaro, rispettivamente favorevole al sì ed al no al referendum costituzionale di domenica prossima, concludiamo la lunga serie di interventi ospitati da questo blog sul tema. Ap).

Le ragioni per votare Sì al referendum del 4 dicembre sono semplici da dire e da capire. Basta disseppellirle dalla montagna di polemiche che si è accumulata su di esse, quasi tutte assai poco attinenti al quesito referendario.

La prima, a mio parere quella più importante, riguarda il superamento di un assetto parlamentare, quello vigente, fatto di due Camere che fanno le stesse identiche cose, dalla fiducia o sfiducia al Governo, all’approvazione di tutte leggi. Complessivamente circa 950 parlamentari, ciascuno dotato di piena e autonoma facoltà d’intervento nel processo legislativo, e quindi titolato a presentare su ogni provvedimento propri emendamenti. Ciascuno, in virtù dell’assenza di vincolo di mandato, potenzialmente titolato ad assumere iniziative personali difformi da quelle del gruppo di appartenenza, sino alla potestà di dissociarsi dal gruppo di elezione e di associarsi (anche attraverso i fenomeni di mercimonio su cui indaga la magistratura).

Trasformismo e compravendita di parlamentari sono gli aspetti degenerativi di un sistema parlamentare che, con le sue ridondanze numeriche e con la sua duplicazione di compiti, assegna a ciascun parlamentare o a piccoli sottogruppi nei gruppi, poteri di interdizione e di condizionamento del processo legislativo, che spesso ne piega le logiche, dall’interesse generale a quelli particolari di piccole e agguerrite lobbies, locali o settoriali. Dunque, diminuire il numero dei parlamentari, cui competono il rapporto fiduciario con il Governo e l’approvazione del 100% delle leggi, non serve solo a risparmiare sul costo delle “poltrone”, che pure non è un aspetto disprezzabile (130 mln annui e la stima realistica fornita dal professor Perotti, già commissario per la spending review su lavoce.info) ma anche a contenere le patologie distorsive che derivano dall’ipertrofia parlamentare. Un caso unico per dimensione e modello tra tutte le democrazie dei maggiori Paesi europei.

Quando si parla, dunque, con lessico specialistico, di “superamento del bicameralismo paritario” sì intende appunto quanto ho cercato di dire sopra. Applicando peraltro un principio generale: la semplicità porta con sé trasparenza, mentre l’eccesso di complicazione aiuta intrighi, inciuci e imbrogli. Nel nuovo modello il Senato avrà il compito di rappresentare le Regioni e i Comuni, non darà né potrà revocare la fiducia al Governo (ma proprio per questo potrà essere più incisivo in quel compito di verifica dell’efficacia delle politiche pubbliche, nuova e importante competenza ad esso assegnata), concorrerà con la Camera all’approvazione solo di alcune specifiche leggi, pari circa al 3% della produzione normativa totale, e manterrà le prerogative attuali nella nomina degli organismi di garanzia, in particolare del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali. Insomma, il nuovo Senato specializzerà la sua funzione e agirà su base paritaria con la Camera solo nel ristretto ambito di funzioni, le norme costituzionali ed elettorali, i trattati generali di adesione all’Unione Europea, e poche altre cose, per le quali è corretto e opportuno non sia solo lo Stato a detenere la potestà di decisione, ma anche (attraverso il Senato) quelle autonomie regionali e comunali che la Costituzione stessa qualifica come elementi costitutivi della Repubblica.

La seconda ragione è strettamente correlata alla prima. Con la revisione del titolo V (già ampiamente modificato nel 2001) si corregge uno squilibrio che ha portato in questi anni a un’esplosione del conflitto di competenze tra Stato e Regioni, che oggi occupa circa il 50% del lavoro della Consulta. Una delle cause di questo squilibrio determinato dalla riforma del 2001 è appunto legata al suo mancato, naturale completamento: la trasformazione del Senato in Senato delle Regioni, sede nella quale risolvere alla radice quei contrasti che, al contrario, si sono tutti quanti riversati in sede giurisdizionale. Aggiungo che le relazioni tra Stato e Regioni sono state e sono tuttora affidate a un sistema di Conferenze, nelle quali le diverse politiche che coinvolgono il ruolo delle Regioni e delle Autonomie locali sono, alla fine, frutto di una concertazione che, assai spesso, non solo si limita agli esecutivi, ma spesso si consuma tra i livelli burocratici delle rispettive entità. Una sede parlamentare elettiva (perché anche il nuovo Senato verrà alla fine costituito di personalità direttamente scelti dagli elettori) nella quale possano comporsi i possibili conflitti tra Stato e Regioni, è sicuramente preferibile all’attuale opaco e farraginoso sistema. Inoltre, la più puntuale definizione degli ambiti di competenza, è già di per sé adatta a eliminare alla radice confusioni e contenziosi. Il “riaccentramento” di funzioni avviene peraltro nelle sole materie in cui era sensato reintrodurlo, dopo gli anni di un “federalismo” più sventolato come slogan che perseguito nel concreto. Le grandi e strategiche infrastrutture, le infratrutture per l’energia, il turismo, che è un asset strategico proprio del sistema Italia e che non può essere polverizzato. Per il resto, le competenze dello Stato si fermano sulla soglia  delle “disposizoni generali e comuni”, alle quali è affidato in ogni materia il compito di delineare ciò che deve essere uniforme in tutto il Paese per quanto attiene gli elementi basilari di accesso a diritti e servizi in ogni parte d’Italia; e nell’utilizzo della clausola di “supremazia”, che introduce per l’appunto la facoltà/dovere dello Stato di intervenire e riappropriarsi delle prerogative regionali laddove non sia garantito dalle regioni stesse o da una di esse, l’attuazione e l’omogeneità di base delle politiche essenziali per i cittadini. Unico vulnus di questa parte, a mio avviso, è la mancata soluzione delle autonomie speciali, per la quale non sussistevano le condizioni politico-parlamentari.

La terza ragione riguarda il rafforzamento degli istituti di partecipazione popolare, leggi di iniziativa e referendum. Rafforzamento che abbina responsabilità e certezza. Responsabilità perché, ad esempio nel caso delle leggi di iniziativa popolare, si aumentano le firme necessarie, chiedendo così ai promotori un maggiore sforzo rappresentativo e organizzativo, al tempo stesso regolamentando l’obbligo del Parlamento di portare in tempi certi a discussione e votazioni le leggi proposte. Certezza, perché si evita che la relativa facilità della “promozione” sia seguita da un sostanziale “insabbiamento della pratica”. Considerazione che vale anche per il referendum abrogativo, del quale il nuovo testo prevede due versioni: quella consueta, utilizzata sino ad oggi (500 mila firme e quorum a 50% più uno degli aventi diritto al voto); quella ulteriore e rafforzata (800 mila firme e quorum a 50% più uno dei votanti alle ultime politiche).

Concludo con una valutazione di tipo politico. Voterò con convinzione SI’ perché la riforma, quanto al superamento del bicameralismo paritario, è la fotocopia sostanziale della tesi n. 4 posta nel 1995 a fondazione dell’Ulivo. Un argomento che, ovviamente, può non valere nulla per chi non si riconosce in quell’esperienza, ma che ha un peso per chi vede in essa un punto di partenza che, dopo dodici anni, ha portato alla fondazione del PD. Voterò SI’, perché credo che se si guarda la partita del 4 dicembre non come la baruffa nel pollaio di casa (Renzi o non Renzi, Renzi e il PD sono più di sinistra o più di destra o non abbastanza di sinistra e pronti a diventare di destra, e tutte le facezie che si annettono a questa surreale discussione) ma come una sfida di grande rilievo sovranazionale (quale essa in realtà è), non si può non vedere come una vittoria del NO sarebbe letta come un’epocale sconfitta del riformismo democratico e socialista europeo (o semplicemente del riformista tout-court). E come una vittoria trionfale del fronte antisistema, nel quale si sommano le tensioni populiste antiparlamentari di Grillo con quelle ultranazionaliste e xenofobe, quando non razziste, di Salvini e Meloni. Lo dico con il massimo rispetto: vorrei, pur essendo radicalmente in disaccordo sul punto, che l’eventuale vittoria del NO potesse essere ascritta a Bersani, D’Alema, all’ANPI o a Camusso. Ma non sarà così e la sconfitta del SI sarà, ahimè, la sconfitta dell’intero campo democratico, diviso, ammaccato e costretto a fare i conti con la propria Caporetto.

(*) Senatore della Repubblica della provincia di Alessandria

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2 thoughts on “Le ragioni per votare sì al referendum del 4 dicembre

  1. Pingback: Il 4 dicembre voterò convintamente no | Appunti Alessandrini

  2. Caro Daniele, il tuo articolo è tecnicamente perfetto e condivido tutto ciò che dici, però cassa la questione più importante: le centinaia di leggine, alcune persino ridicole se non fossero offensive, che Deputati Senatori e Consiglieri Regionali si sono fatte nel corso dei decenni da sé e per sé (i costi della politica? Ma non stiamo a prenderci per il culo) in palese conflitto di interessi, a cominciare dalle minuzie, che tuttavia certificano una Weltanschauug schifosa, per arrivare alle liquidazioni favolose e alle pensioni largamente reversibili, del tutto illegittime, e non retroattive, specie dopo le riforme Amato e Fornero. E gli assenteisti cronici, con più legislature che prendono 10mila euro netti di pensione al mese e qualsiasi biglietto gratis per 10 anni dopo la fine del mandato? Io mi chiedo, quei pochi seri rimasti, che hanno fatto, come te, la gavetta, perché non protestano, non si oppongono? Di molti privilegi non si sapeva nulla , grazie ai media complici. Ma adesso i tempi sono cambiati: la gente non è più quella qualunquista del piove governo ladro, la gente vi odia, vi disprezza, vi considera dei delinquenti (spesso non a torto, pensiamo alla Daneco o alla Tributi spa, di cui Stato ed Enti locali hanno fatto largo uso). Ma tua moglie va al supermercato, nei negozi, sente cosa dice la gente, eppure non c’è più il finto giornalista Emilio Fede a indottrinarla con le sue smorfie. Mai nessuno dell’apparato che mi abbia risposto, eppure sono due mesi che dico queste cose, sui giornali mail locali, gli unici che i giovan ileggono. Non sono grillino, ho alle spalle una cospicua militanza sindacale totalmente volontaria (Adriano il caffé se lo pagava, come io mi pagavo la benzina quando andavo nei centri zona a tenere le assemblee). E non usiamo l’alibi del ventennio berlusconiano; sulle leggine a favore dei politici: lui non c’entra. Il suo metodo del lodo era sempre ad personam.

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