Il 4 dicembre voterò convintamente no

Federico Fornaro (*)

for(Con gli autorevoli e divergenti contributi di Federico Fornaro e Daniele Borioli, rispettivamente favorevole al no ed al sì al referendum costituzionale di domenica prossima, concludiamo la lunga serie di interventi ospitati da questo blog sul tema. Ap).

In premessa desidero confessare pubblicamente un profondo disagio per il tono e il complessivo andamento di una campagna referendaria troppo lunga e soprattutto eccessivamente caratterizzata da toni e da una aggressività che nulla hanno a che fare con lo spirito dell’art.138 della Costituzione.

Detto in altri termini il referendum costituzionale non è e non deve essere un referendum sul governo in carica. Per un giudizio sull’operato del Presidente del Consiglio e della sua maggioranza, in democrazia, da sempre ci sono le elezioni politiche.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso: è stato Renzi a voler personalizzare il referendum, arrivando ad annunciare che in caso di vittoria del No avrebbe addirittura lasciato la politica; poi ha detto che aveva sbagliato, ma oramai il danno era fatto e naturalmente le opposizioni non aspettavano altro …

Ringrazio quindi “Appunti Alessandrini” per questo costruttivo spazio di approfondimento e di confronto di idee e posizioni.

In Parlamento il sottoscritto ha votato a favore del disegno di legge di riforma costituzionale, non ha partecipato al voto sull’Italicum e domenica 4 dicembre voterà convintamente NO al referendum.

In tempi non sospetti, infatti, ho sostenuto (e lo riconfermo) che nella riforma oggetto del quesito referendario ci sono cambiamenti utili e convincenti (ad esempio il superamento del bicameralismo paritario e il quorum mobile sui referendum) e altri contraddittori e pasticciati (ruolo e composizione del Senato e retromarcia centralista nel rapporto Stato-Regioni) e che l’intero disegno riformatore andasse giudicato alla luce dell’entrata in vigore, il 1 luglio scorso, della nuova legge elettorale della Camera (l’unica con un rapporto fiduciario con il Governo), meglio nota come Italicum, che, nei fatti, altera gli equilibri costituzionali tra rappresentanza e governabilità e quelli tra Esecutivo e Parlamento.

Qualcuno, poi, ricorderà la tensione (condite dall’accusa di essere gufi sabotatori ecc.) nel Pd, generata dalla richiesta della minoranza dell’elezione diretta del Senato. Sono felice nel vedere che Renzi oggi rivendichi che saranno gli elettori a eleggere i loro senatori.

Peccato, però, che per la testardaggine del Governo nel non voler riscrivere l’articolo, il testo della riforma si presti a interpretazioni non univoche e necessiti di una legge attuativa che dovrà cercare di far quadrare il cerchio con un consiglio regionale che elegge (comma 2 del nuovo articolo 57), in conformità alle scelte espresse dagli elettori il giorno delle elezioni regionali (comma 5).

Non sarebbe stato più semplice scrivere in Costituzione – come proponeva la minoranza – che il Senato era eletto dai cittadini, pur non dando più la fiducia al Governo?

Allo stesso modo, con spirito costruttivo, il 20 gennaio 2016, giorno in cui abbiamo votato in Senato per l’ultima volta la riforma, presentammo in una conferenza stampa un disegno di legge (a mia prima firma) per l’elezione del nuovo Senato chiedendo ai vertici del Pd di aprire un confronto anche al di fuori del Parlamento. Segui un silenzio tombale, rotto solo – mesi e mesi dopo – a ottobre, da un intervento di Renzi alla Direzione in cui annunciava che il Pd lo assumeva come testo base. Perché far passare così tanto tempo, un periodo in cui si sarebbe potuto ricercare, anche alle forze di opposizione in Parlamento, un’intesa per la legge elettorale sul nuovo Senato, e fornire così una risposta certa ai cittadini al quesito su come saranno eletti i nuovi senatori?

Arriviamo, poi, al nodo cruciale del disegno complessivo sottoposto al giudizio dei cittadini il 4 dicembre prossimo (riforma costituzionale e leggi elettorali): l’Italicum.

È giusto ricordare che al Senato la minoranza non partecipò al voto e alla Camera votò contro la fiducia posta dal Governo (unici precedenti: legge fascista Acerbo e legge truffa del ’53), dopo che dieci componenti furono sostituiti d’autorità nella Commissione Affari Costituzionali e il capogruppo Speranza si dimise (caso raro in Italia) per rimanere coerente con le sue posizioni contrarie.

Anche le nostre critiche all’Italicum credo siano ampiamente conosciute (capilista bloccati con conseguente maggioranza dei deputati non scelti dagli elettori ma dai partiti, dieci pluricandidature, collegi da 600.000 abitanti e rischio sistemico di deformazione senza limiti della rappresentanza con il premio di maggioranza assegnato con il ballottaggio).

Siccome il tempo è galantuomo, dopo le elezioni amministrative di quest’anno sono iniziati a comparire a frotte, dentro e fuori il Pd, i “pentiti” dell’Italicum.

Anche su questo aspetto, cruciale per il buon funzionamento di una democrazia, insieme ad altri colleghi della minoranza non si siamo limitati a dire No, ma ai primi di luglio 2016 abbiamo depositato al Senato un disegno di legge (sempre a mia prima firma), noto come Mattarellum 2.0, chiedendo ai due capigruppo Pd di Camera e Senato di avviare da subito una iniziativa politico-parlamentare per cambiare l’Italicum prima del referendum.

Risposta: l’immobilismo totale, fino alla Direzione dello scorso mese quando Renzi ha aperto alla modifica dell’Italicum con l’istituzione di una Commissione Pd che dopo alcune settimane, fuori tempo massimo, ha prodotto un documento generico, in cui, con onestà intellettuale, è vero che si propone di abbandonare il ballottaggio, ma si lascia indeterminato tutto il testo (collegi plurinominali oppure collegi uninominali, il loro numero 100/475/618, non si determina il numero dei seggi del premio di maggioranza da assegnare al partito o alla coalizione che prende più voti o più seggi ecc.).

Il risultato finale però non può essere oggetto di discussione: quando il 4 dicembre i cittadini dovranno decidere come votare al referendum, la legge elettorale in vigore per l’elezione dell’unica Camera che dà la fiducia al governo sarà l’Italicum. Tutto il resto sono chiacchiere, olio sull’acqua.

In ultimo, poi, il mio convincimento per il NO al referendum si è rafforzato alla vista di manifesti ufficiali e ufficiosi a sostegno del SI’ improntati alla più bieca stagione dell’antipolitica, con i parlamentari, in particolare i senatori, ridotti unicamente a poltrone e stipendi da tagliare.

Un conto, infatti, è perseguire il condivisibile obiettivo della riduzione dei parlamentari, che peraltro si sarebbe potuto realizzare anche con una Camera di 400 deputati e un Senato con 200 senatori, altro è aizzare l’opinione pubblica contro i politici tout court e diffondere a piene mani la narrazione di un passato tutto nero (con ad esempio, per rimanere alla stagione dell’Ulivo, Prodi e Berlusconi posti sullo stesso piano) illuminato solo dall’arrivo sulla scena dal rottamatore Renzi, peraltro un politico di professione più di tanti di quelli additati al pubblico ludibrio.

Quando votai la riforma, mai avrei pensato di autorizzare un simile scempio, degno della peggiore stagione del qualunquismo e del più becero antiparlamentarismo: altro che SI’ come argine contro il populismo e i piccoli Trump nostrani.

Voterò e invito a votare NO, dunque, non certo perché si deve avere paura del cambiamento, ma anche per difendere un patrimonio di cultura costituzionale e istituzionale del centro-sinistra italiano (in questa sede non si può non ricordare il fondamentale contributo del cattolicesimo democratico) che, dal lontano 1946, ha sempre interpretato la Costituzione come il simbolo dell’unità, della coesione nazionale e un argine contro le derive antidemocratiche, e non certo come uno strumento per dividere e lacerare il già fragile tessuto democratico della nostra Italia.

(*) Senatore della Repubblica della provincia di Alessandria

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