Le ragioni della riforma e il referendum

Fabio Scarsi (*)

sc(A causa di un refuso che ne aveva precedentemente alterato il testo, ripubblichiamo in forma corretta l’intervento di Fabio Scarsi, Segretario Provinciale del PD alessandrino, sulle ragioni del sì al referendum costituzionale, apparso su questo blog alcuni giorni fa, evidenziando in colore giallo la parte mancante nella prima versione. Ap).

Gli ultimi giorni che ci separano dal voto sulla riforma costituzionale saranno certamente il momento di maggior intensità nel dibattito referendario. Provo allora a spiegare perché, con serena convinzione, voterò sì. E perché aspettavo queste riforme da anni e confido che gli italiani confermino il lavoro dei parlamentari, che costituisce un importante investimento per il futuro del Paese.

Lo scenario in cui andremo a votare.

L’Italia e l’Europa sono ancora pienamente immerse in un contesto di stagnazione economica e crisi geopolitica. Ne ricordo brevemente i principali aspetti.

L’economia italiana è uscita dal profondo rosso di una lunga, prolungata recessione nel 2014 (revisione Istat) e nel 2015 l’aumento del Pil è stato pari allo 0,8%. Nei primi mille giorni del governo, si sono avuti 656 mila nuovi occupati (487 mila per i dipendenti permanenti). Ma questi primi risultati non bastano, non sono definitivi e vanno consolidati, e per recuperare anche solo ciò che si è perso dall’inizio della crisi nel 2008 vanno fortemente incrementati.

L’Italia è arrivata alla peggiore crisi economica del dopoguerra con forti limiti e ritardi strutturali e con importanti differenziali di crescita, occupazione e produttività rispetto ai concorrenti. Come ricordavano Alberto Alesina e Francesco Giavazzi pochi giorni fa sul Corriere, in un ventennio la produttività oraria nelle aziende italiane è cresciuta in tutto del 5 per cento. Negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, otto volte di più: 40 per cento. In Francia, Gran Bretagna e Germania sei volte di più. Anche Spagna e Portogallo hanno fatto meglio: + 15 per cento in Spagna, tre volte più che noi, e + 25 per cento in Portogallo, cinque volte di più. Gli effetti delle nostre debolezze, in sintesi, implicano che nella crescita cresciamo meno, nella decrescita decresciamo di più. E questi dati non sono congiunturali ma strutturali.

La crisi migratoria che stiamo fronteggiando è poi la più grave crisi di rifugiati dalla seconda guerra mondiale. L’Europa si scopre prima linea di un’emergenza globale, punto di caduta di conflitti che sconvolgono Medio Oriente, Asia, Africa. Le migrazioni resteranno il tratto distintivo del nostro tempo, spostamenti di masse in cerca di opportunità e diritti su rotte di morte e speranza. Un fenomeno che secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni non si arresterà prima del 2050, quando la popolazione mondiale si assesterà sui 9-10 miliardi di persone. Fino ad allora l’Europa, dovrà affrontare una serie di aggiustamenti normativi e culturali, dalla revisione delle regole sul diritto d’asilo fino all’elaborazione di una strategia complessiva per affrontare scenari geopolitici sempre più fluidi. E questa crisi, come ben sappiamo, ha interessato il nostro paese in modo assai intenso, come punto d’approdo di imponenti flussi nel mediterraneo. Con le evidenti tensioni che sono sotto gli occhi di tutti.

Infine la crisi istituzionale europea. Non credo si debba indugiare su un’Europa politica che si sta smarrendo. È ormai cronica l’incapacità di farsi carico di affrontare i problemi del nostro tempo. Basta ricordare che non mancano mezzi e uomini, ma le condizioni politiche e istituzionali che sarebbero necessarie per definire e realizzare le politiche per l’Europa del futuro, in cui ciascun singolo paese possa essere più forte e prospero. E in cui il tutto valga più della somma delle parti. Per superare questo stallo occorre una forte capacità di leadership a livello dei singoli stati e dell’Europa intera. Anche su questo fronte, comunque, l’Italia si è presentata all’appuntamento con un differenziale sfavorevole rispetto agli altri paesi. In 71 anni di storia repubblicana abbiamo avuto 63 governi e 27 presidenti del consiglio diversi. La Merkel, cancelliere dal 2005, ha già incontrato 5 diversi parigrado italiani: Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi. Negli ultimi 25 anni l’Italia ha avuto 10 diversi presidenti del consiglio. La Germania ne ha avuti 3 negli ultimi 34 anni e 8 in 67 anni (Adenauer, Erhard, Kiesinger, Brandt, Schmidt, Kohl, Schröder, Merkel).

Le ragioni della riforma.

Di fronte a questo quadro,  se si pensa che le istituzioni abbiano avuto un peso nel nostro declino e che possano averne nella guida del paese e nella soluzione delle crisi, come pare che peraltro pensino anche tutti coloro che sostengono con grande forza il no, io credo se ne desuma senza alcuna ombra di dubbio la necessità della riforma. Cercherò di enunciare alcuni degli elementi a favore, limitandomi a quelli che mi paiono più rilevanti.

Innanzitutto, si tratta di un’occasione imperdibile: la nostra storia recente ci ha mostrato con inoppugnabile evidenza quanto sia difficile concordare su un testo di riforma costituzionale.

Con il discorso di insediamento del presidente Napolitano, il 22 aprile 2013, si erano poste le condizioni per una legislatura costituente. Lo stallo istituzionale aveva dimostrato la sua drammaticità, portando all’inedito secondo incarico di Napolitano, richiesto da tutte le forze politiche, e l’inderogabilità di quelle riforme vanamente inseguite sin dalla commissione Bozzi del 1983 a cui seguirono nel 1992 la De Mita Iotti e la D’Alema nel 1997. Tutte infruttuose. Ora abbiamo finalmente l’occasione di un cambiamento vanamente tentato per oltre trent’anni.

Per rispondere efficacemente alle sfide del populismo, che si sta costantemente rafforzando come possibile risposta (sbagliata) ai fattori di crisi che ho ricordato in apertura,  occorre una democrazia più forte, una democrazia decidente (come la definisce Luciano Violante). La storia ci insegna infatti che l’avvento dei regimi autoritari si è avuto proprio quando le democrazie sono entrate in crisi per l’incapacità di dare risposte a crisi sistemiche. Per dirla con Pietro Calamandre (dal suo discorso all’Assemblea Costituente del 5 settembre 1946): “Le dittature sorgono non dai governi che governano e durano, ma dall’impossibilità di governare dei governi democratici”. Occorre insomma un radicale innalzamento della capacità di governo del Paese. Sempre Calamandrei scriveva nel settembre 1946 su “L’Italia Libera”, organo del Partito d’Azione: “Non è indispensabile che si adotti integralmente in Italia lo schema della repubblica presidenziale quale è in vigore in America, basterebbe che alla repubblica presidenziale ci si avvicinasse su un punto, cioè nell’innalzare e rafforzare l’autorità del capo del governo”. (Calamandrei 1996).

Questa esigenza di potenziamento della  capacità di governo trova anche ragione nella storica discrasia tra la prima e la seconda parte della Costituzione: la prima parte contiene principi altissimi e ambiziosi, ma la seconda delinea un’architettura istituzionale incapace di dar loro attuazione. Per riflettere su quale sia la distanza tra le dichiarazioni di principio e gli strumenti per attuarle, basta ricordare il secondo comma dell’art. 3: «E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Invito tutti a rileggerlo con attenzione, anche più di una volta, e a valutare sulla base della propria esperienza e dei propri ricordi la distanza tra questo obiettivo programmatico della Repubblica e la capacità di azione dei governi repubblicani.

Per valutare come certe consapevolezze fossero già presenti tra i costituenti si può ricordare un altro dei protagonisti del processo costituente, Togliatti, durante il dibattito generale del marzo 1947: “[Tutte queste norme] sono state ispirate dal timore: si teme che domani vi possa essere una maggioranza che sia espressione libera e diretta di quelle classi lavoratrici, le quali vogliono profondamente innovare la struttura politica, economica, sociale del Paese: e per questa eventualità si vogliono prendere garanzie, si vogliono mettere delle remore: di qui la pesantezza e lentezza nella elaborazione legislativa…”. Di qui “…tutto questo sistema di inciampi, di impossibilità, di voti di fiducia, di seconde Camere, di referendum a ripetizione…e di qui anche quella bizzarria della Corte Costituzionale ”.

Giuseppe Dossetti d’altronde scrisse: “…certe scelte costituzionali, soprattutto nella seconda parte della Costituzione, che anche oggi (…) hanno gravato sulla paralisi del nostro Stato, sono dovute al pensiero che si dovesse assolutamente evitare tutto quello che poteva facilitare l’accesso al potere di un partito che aveva intenzioni totalitarie e dittatoriali.” Di qui “…una voluta intenzionalità nel delineare certe strutture non perché funzionassero ma perché fossero deboli (…) : il governo, innanzitutto, (…), quindi la doppia Camera, con pari autorità ed efficacia, quindi un congegno legislativo che (…) non poteva esprimere un’efficienza qualsiasi” (Dossetti 1996).

Alla luce di quello che ho illustrato si può quindi valutare la coerenza complessiva della riforma rispetto alle criticità e agli obiettivi. Il cuore della riforma è il superamento  del bicameralismo perfetto e in particolare il superamento  dell’anomalia italiana di due camere che danno la fiducia. Tra i bicameralismi quello italiano è l’unico “perfetto”. Qui il principale problema che ne consegue è il fatto che dal 1994 a oggi 4 elezioni su 6 hanno portato a maggioranze diverse tra Camera e Senato. Proprio la costituzione prevede infatti che la Camera debba avere un sistema elettorale strutturato su base nazionale, mentre il Senato su base regionale. Questo ha comportato il frequente fenomeno di diverse maggioranze ed è stato concausa delle note pratiche di malcostume politico necessarie per garantire la maggioranza in entrambi i rami del parlamento.

Terracini, che era stato presidente della Costituente, in un libro intervista del 1978, alla domanda “Cosa si potrebbe escogitare per rendere più snello e rapido il lavoro del parlamento” risponde seccamente “Abolire una delle due Camere…, il Senato naturalmente, scaturisce da una base elettorale più limitata di quella della Camera”.

Fatta la scelta di superare il bicameralismo perfetto, altro elemento di grande rilievo è la regionalizzazione del Senato, con la riduzione del numero dei membri. Con la riforma il Senato rappresenterà le istituzioni territoriali e sarà composto per circa due terzi a da rappresentanti delle regioni e per un terzo da sindaci. In questo quadro il procedimento legislativo standard vedrà la fisiologica prevalenza della Camera, salvo uno specifico e circoscritto elenco di materie. Il senato non viene abolito, come auspicherebbero alcuni, per arrivare ad una sua ridefinizione come organo deputato alla composizione del conflitto di attribuzioni tra stato ed autonomie evitando che il conflitto si scarichi sulla Corte Costituzionale snaturandone la natura giurisdizionale. A questo proposito basti ricordare che se nel 2000 la Corte Costituzionale trattava per circa il 5% delle sue sentenze di rapporti Stato/Regioni, ora si attesta intorno al 45%. Una cifra impressionante.

La riforma consente poi Il superamento delle patologie nella decretazione con l’art. 72 che costituisce una corsia preferenziale per i disegni di legge del Governo senza imporre necessariamente l’uso dei decreti.

Sono previste poi importanti novità per dare maggior riconoscimento alla volontà popolare: l’aumento delle firme per le leggi di iniziativa popolare che passano a 150.000 ma con l’introduzione di una corsia preferenziale con l’obbligo di esaminarle da parte del Parlamento (mentre oggi, tipicamente finiscono in un cassetto) e l’introduzione del referendum propositivo. Poi, per quanto riguarda il referendum abrogativo, viene introdotta una seconda fattispecie: con più di 800mila firme il quorum è ridotto a metà più uno degli elettori delle ultime politiche (rispetto alla metà più uno degli aventi diritto al voto). Si tratta di una riduzione significativa, che avrebbe fatto considerare validi ad esempio gli ultimi referendum sulle trivelle.

Infine la riforma prevede la soppressione del Cnel e delle province.

Nella sostanza l’impianto della riforma mi pare quindi coerente con le premesse e costituisce una concreta risposta a problemi decennali, oltre che una chiara, ancorché tardiva, dimostrazione della capacità del paese di innovare e riformarsi.

In chiusura mi permetto una riflessione sugli argomenti dei sostenitori del no.

Da democratico ho il massimo rispetto delle altrui opinioni, ma mi pare di tutta evidenza che una larghissima parte dei sostenitori del no abbia come unico scopo quello di far cadere o indebolire gravemente il governo. Molti lo dichiarano esplicitamente. Si prende cioè in ostaggio il paese e il suo processo di modernizzazione per meri motivi di tattica partitica e si trasferisce sul referendum un giudizio che ci sarà occasione di dare alle elezioni politiche, peraltro piuttosto vicine.

Tra coloro che invece contestano la riforma nel merito, ho più volte osservato, il dilagare a dismisura di testi che si dilungano a elencare magagne presunte (e spesso infondate), mancando del tutto di visione sistemica, cioè di una proposta organica, di una visione d’insieme, che si sostenga dei propri argomenti. Si leggono invece elenchi di piccoli o piccolissimi problemi ripetuti ossessivamente anche oltre la ragionevolezza che messi tutti insieme si annullano l’un l’altro. A fronte, non si fornisce alcuna risposta alle domande principali e rilevanti che si pongono: servono o no due camere che fanno lo stesso lavoro? Serve o no il Cnel? Servono o no le province? Serve o no una camera dei territori?

Ma una cosa, infine mi sembra dirimente: i sostenitori del no sono privi di un qualunque progetto comune per consentire di dare una risposta a quei gravi problemi che la riforma istituzionale cerca di affrontare e che sono ben noti, per averne subito gravi conseguenze, a tutti gli italiani. Si cerca insomma di cavalcare irresponsabilmente l’antipolitica col tipico approccio populista senza delineare alcuna delle risposte ai problemi degli cittadini che invece il riformismo responsabile cerca di concretizzare nell’interesse degli italiani e del loro futuro.

Agli italiani, il 4 dicembre, la responsabilità di scegliere se rifiutare il cambiamento con il no o se dare, dopo decenni di tentativi, un impulso alla modernizzazione con il sì.

(*) Segretario Provinciale PD Alessandria

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5 thoughts on “Le ragioni della riforma e il referendum

  1. Mi è piaciuto il lungo e argomentato articolo di Fabio Scarsi, Vorrei solo ricordare che i privilegi, decine o centinaia, di cui godono i parlamentari e i consiglieri comunali, non sono piccoli problemi. Sono una Welthanschauung, un modo di concepire la politica. I costi della politica? I costi dei comodacci loro, senza pudore né senso del ridicolo,. E i cittadini dovrebbero fidarsi di queste persone, in una Camera dei Deputati prevalentemente di nominati e non di eletti, coi giochini sulle rinunce, predisposti con mesi di anticipo; quindi quasi tutti gli stessi di adesso. I deputati che si infilano in cinque nel tassì che li porta da Roma a Fiumucino, con l’aereo gratis prenotato della segreteria, così risparmiamo (1,400 euro al mese netti cadauno): Ma si ricorda di quando Fini, Presidente della Camera, a Natale la chiuse per un mese, e si arrabbiò pure perché alcuni media protestarono. Intanto lavorano le commissioni. Ma quali, se le assenze non sono neppure conteggiate. Questi non sono i costi della politica, questi sono comportamenti, ahimé diffusissimi, di mascalzoni, che avranno pure la pensione, reversibile ai figli ,ai genitori anziani. E chi si è fatto, di nascosto tutte queste leggine? Loro, I nostri politici sono gli unici in italia che stabiliscono da sé le proprie prebende, diarie, rimborsi spese, in una deriva che non conosce fine. Perché non risponde su questa cose; non sono minuzie che riguardano pochi; sono la conseguenza dell’atteggiamento della stragrande maggioranza dei nostri parlamentari e consiglieri comunali. Perché si tollera la voragime che ingoia la Sicilia, e poi si negano piccoli finanziamenti a città e comuni che non riescono a sopravvivere? non sono stupidaggini: Vogliamo parlare di questo o degli scritti politici di Hegel (meglio Kant,meno rassegnato e con più attenzione all’etica.) e la banda di italiani votati all’estero dalle piccole mafie locali. Abbiamo visto i risultati, manovrati come polli in quarantena. La gente è stufa, e chi non è stufo lo è solo perché non sa. Perchè non risponde su queste cose. E il gruppo misto cos’è? Chi non è d’accordo col proprio partito, torna a casa, immediatamente. Non sono storture, è tutto il sitema fatto così. Facciamo bene i principi (peraltro fumosi ed esposti dal pubblicitario del mulino bianco) e poi le persone giuste si troveranno. Chi sono? quelle che stanno zitte e prendono il tassì da sole?

      • Se la risposta è “grazie del commento”, è come dire “bella domanda”, quando non si sa rispondere a obiezioni precise. Mi dica: Cicciolina con le tette pannelliane al vento, riprese dalle TV straniere, prende la pensione? Toni Negri, il teorico di quelli che a Padova mandarono all’ospedale l’anziano il prof. Guido Petter, ma certamente Lei non sa neanche chi sia. I parlamentari che accolsero Craxi agitando le manette, prendono la pensione? Quelli che accolsero Rita Levi Montalcini al Senato agitando pannoloni e stampelle, e quelli che offesero urlando Mario Luzi, poeta, cattolico, ultraottentenne, prendono la pensione? Pensione che solo per loro, unici in Italia, non fa cumulo col reddito. E i cittadini dovrebbero sentirsi garantiti da gente così? E pagare le tasse per consentire loro una vita agiata, grazie a privilegi che si sono autoconcessi, e che nessuno, nemmeno Renzi, osa toccare? Folklore dirà. Sputtanamento dell’Italia, no?. Ma il regolamente del Senato punisce con un giorno di sospensione i maleducati. Chiudiamolo definitivamente, è meglio.

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