Il silenzio degli “Euro boys”

Dario Fornaro

eurFino alla fine del secolo scorso – sono poi una quindicina d’anni – era un tratto orgoglioso e distintivo sentirsi e dichiararsi “europei”: culturalmente e politicamente. Non un plebiscito, perché chi ravvisava nell’Europa dei sei, e poi a crescere, una “gioiosa macchina” del capitalismo avanzato già esprimeva le perplessità del caso. Così come quelli che intravedevano i vantaggi futuri ma eccepivano sui vincoli presenti.

Con l’introduzione della moneta unica, così come con l’aumento vistoso dei Paesi membri, la situazione ha cominciato visibilmente a modificarsi: i favorevoli acquisivano dosi  ripetute di perplessità, che “inquinavano” la fede primigenia, e i perplessi d’un tempo  scivolavano nei toni  e sotto le bandiere dell’insofferenza più o meno radicale.

Mentre l’euro-contestazione si radicava, l’europeismo classico si arroccava –sotto assedio – tra le mura della retorica politica, affidandosi alle frecce spuntate del “politicamente corretto” e negandosi progressivamente ad ogni ardimentosa sortita a sostegno del proprio bagaglio ideale.

Mi risparmio, per manifesta inadeguatezza, il richiamo alle varie fasi, come ai ricorrenti casus belli, per  arrivare alla situazione attuale.

Strano, quasi inaudito processo in corso all’Unione Europea: banchi dell’accusa affollatissimi e rumoreggianti, banco della difesa praticamente deserto, quasi (o senza tanto “quasi”) ci volesse ormai un bel coraggio a salirvi ed argomentare in favore, anche mediando tra i pro e i contro. Più o meno è rimasto solo Mario Monti a prendersi gli ortaggi dalla platea.

Tutta questa vaga premessa per arrivare al fatto di queste settimane, al macigno piombato nello stagno – già di per sé ribollente – e denominato, come per gli asteroidi, con una sigla: 12-20.

Gli è che con piglio barricadiero – quello che non a caso va crescendo con l’avvicinarsi del referendum – il nostro premier ha rivelato alla nazione che l’Italia versa alle casse dell’UE 20 miliardi di euro e ne riceve 12 di contributi vari. Uno sbilancio di 8 miliardi, a nostro carico, che assomiglierebbe  ad un’estorsione (a “banche armate” ?)  ove non fosse accompagnata dalla opportuna benevolenza nei confronti del nostro bilancio claudicante. Un bilancio statale che, fuori di cortesia, rischia di essere “mazziato” dalle spese extra e “cornuto” dai vincoli comunitari.

Giuste le cifre – suppongo – e giusto il conseguente, improvviso nervosismo. Giusto e opportuno che gli italiani siano informati, per la prima volta, con tanta risonanza, di questo basale rapporto dare-avere tra il nostro Paese e l’UE.

Solo che, data e detta così, la cruciale informazione (ristretta all’ultima cifra disponibile) rischia l’effetto di un petardo in piccionaia se non si precisa in tempo reale che questo rapporto – ovviamente variabile nel tempo – risale agli inizi dell’Europa comunitaria e risponde grossomodo al principio “da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni” applicato a Paesi (partners), in allora e ancor’oggi  a ben diverso grado di sviluppo economico-sociale. Occorre ricordare, esibendo magari qualche sintetica serie storica , che ci furono anni in cui il rapporto dare-avere  (Italia-Europa) era opposto a quello che oggi tenderebbe a scandalizzarci e che consentiva,  tra  l’altro, una “politica allegra” nella spendita nostrana, del surplus contributivo comunitario, a mo’ di fondi regalati dallo zio di Bruxelles.

Era, ed è, la logica degli aiuti ai Paesi svantaggiati: qualcuno paga di più di quanto riceve e qualcuno, al contrario, riceve di più, secondo termini e situazioni variabili nel tempo, a cominciare dall’arrivo di nuovi partners  meno favoriti dalla storia. Poi si possono muovere tutti gli appunti del mondo a questo modo di procedere, in linea di fatto, di diritto e di strategie internazionali.. Ma sparare una mezza verità è un esercizio furbetto quanto pericoloso.

Morale: con il “12-20” puntato al cuore dell’Europa, quanti “Euro boys” di antica schiatta si sono mobilitati per disarmare, con le buone ragioni, l’incauto armigero? E, ad ogni buon conto, dove stanno oggi di casa?

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One thought on “Il silenzio degli “Euro boys”

  1. Come sopra, giustamente segnalato, in una comunità, sia essa Comunale, Provinciale, Regionale, Nazionale o Federale, ognuno versa, per esplicito dovere, nel caso Nazionale, sancito dall’articolo 53 della Costituzione, quanto può, in base alla capacità contributiva, e prende ciò di cui ha bisogno: è la base del principio di mutualità, insito nel Diritto naturale e ribadito dal Diritto positivo. Nondimeno, un’Amministrazione Europea, fatta in gran parte da nominati e non da eletti e, comunque sotto scacco di quel mondo legale, ma moralmente criminale costituito da banche, finanziarie, borsa, assicurazioni e via spropositando, impone che le comunità si fondino sul bilancio anziché sul Diritto, con l’aggrevante che deriva dal cercare di mantenere dette comunità indebitate, ma non troppo, affinché quella banda di sfruttatori possa proliferare. Occorre, pertanto, ritornare, specie a livello Federale, a quei sani principi, non di certo mercantili, che hanno ispirato la nostra Costituzione Italiana, in un’epoca in cui nessuna mente sana avrebbe consentito l’esistenza di un individualismo liberista del calibro di quello cui siamo arrivati oggigiorno.
    Avere una moneta comune è un indubbio vantaggio, ma perché rimanga tale, la Banca Centrale deve essere un’Istituzione di Diritto pubblico e si deve assicurare un controllo costante sull’andamento dell’economia, la quale può e deve essere governata, sempre che esista una Pubblica Autorità non esautorata.

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