I soprassalti della critica [seconda puntata…]. Inverni dello scontento e “responsabilità del critico”

Nuccio Lodato

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[Avevo minacciato, una decina di giorni fa, un altro paio di interventi sul tema e, non curante delle ben giustificate reazioni di raccapriccio di chi legga, non avrei la ben che minima intenzione di deflettere. Beccatevi intanto la seconda puntata].

1. In un intervento di un paio di anni fa sulla (bella) rivista ufficiale del Sindacato Nazionale dei critici di cinema , appunto…-«Cinecritica» ([1]), un eternamente giovane collega che va per la maggiore, Giona Nazzaro, accusava sostanzialmente la critica nostrana nel suo complesso di non battersi a sufficienza a favore di un “giovane cinema italiano” in sé assai valido e innovatore, che peraltro lo spettatore comune non riesce a vedere per le ben note strozzature del sistema. Se a questo, soggiungeva Giona, si aggiunge il fatto che neppure gli addetti ai lavori sono convinti della sua pur indubbia, patente validità e non mettono la pulce nell’orecchio almeno alla fascia di pubblico più avvertita e disponibile, buonanotte (sintesi lapidaria ma spero fedele della tesi).

2. Vorrei prendere il discorso un po’ più alla lontana, anche per ragioni anagrafiche (ho visto crescere Nazzaro negli anni Ottanta, quando rappresentava vibratamente il circolo del suo luogo d’origine campano nell’allora vasta platea della Federazione Cineforum). Vorrei ripartire cioè invece dagli aurei Sessanta: quelli contrassegnati dalla prese di posizione fondamentali di Italo Calvino che poneva il dilemma della Sfida o Resa al Labirinto, o di Giacomo Debenedetti (erano ancora entrambi vivi e operanti) commemoratore “provvisorio” – o almeno questo lui si augurava – del Personaggio-Uomo.

Chi vada a rileggersi un’altra bella, e oggi purtroppo introvabile al di fuori delle biblioteche (ma forse la rete: chissà chissà…), in origine ancora più indietro nel tempo, ma la cui versione italiana comparve proprio in quegli stessi anni ([2]), giusto mezzo secolo fa (gulp!), si imbatterà, quasi ad apertura di libro, in alcune suggestive pagine sparse, che allo stesso curatore non era riuscito di collocare e datare, nel premettervi di sua iniziativa il titolo italiano aggiunto Il critico e l’inverno. A pagina 18, in particolare, leggerà: «Per chiunque abbia interessa al libero gioco delle idee o all’importanza delle nuove opere d’arte, l’aspetto più deprimente del nostro panorama culturale è la continua sopravvalutazione della mediocrità» (sottolineato mio).

Intendiamoci bene: di mediocrità sottovalutata (in quanto tale) ne mette abbondantemente sul piatto tanto chi fa quanto chi “critica”. Una dimostrazione di quest’ultima tendenza, a livello esemplificativo, si potrebbe rintracciare in quello che non da oggi continuerei a chiamare “il problema dell’intervento. La sua sostanza è nota a qualsiasi frequentatore abituale, a qualsivoglia titolo, di iniziative culturali di svariato tenore. Specie col loro inflazionante proliferare del più recente periodo, le occasioni pubbliche di così definito (a torto, si vedrà) “confronto”, diretto o indiretto, ne sono il luogo ideale di incubazione. L’esperienza più che decennale della vita universitaria, a me povero tapino free lance abituato “solo” ai poveri e radi rituali festivalieri e convegnistici del cinema (soprattutto da quando il prevalere delle vacche magre ha chiuso i cordoni della borsa agli enti turistici…), mi ha consentito di scoprirne vertiginose proliferazioni. Soprattutto i giovani  “ricercatori” -peraltro bravissimi: e tutti ahimè già un po’ meno giovani di quanto si dovrebbe esserlo, in un quadro “normale”, ancora trattenuti su quel gradino iniziale di carriera- sono abilissimi nello scambiarsi, da rodatissima compagnia di giro, occasioni vicendevoli in tal senso, foriere di titoli crediti punti. Le ricorrenze condotte dal vivo in forma di convegno seminario simposio raduno congresso, tavola rotonda -o quadra o rettangolare- ovvero a stampa sotto le spoglie di inserto, numero speciale, questionario, rassegna di opinioni, e negli ultimi anni soprattutto, trionfalmente, come rutilanti festival feste giornate saloni e saloncini di più giorni, ne sono le sedi privilegiabili di estrinsecazione.

Si caratterizzano cioè attraverso la forma intervento, che ha avuto probabilmente le sue più tragiche incubazioni, prendendovi corpo definitivo, da un lato nella con- gressualità politica dei partiti e partitini della prima Repubblica (dove le teste di turco venivano fatte parlare solennemente dal podio, mentre nei corridoi quelli silenziosi ma che contavano prendevano le decisioni a loro insaputa), dall’altro nella parte più deteriore dell’assemblearismo perpetuo post ’68.

Ne è caratteristica essenziale e immutabile, notoriamente, l’assoluta refrattarietà dell’interventista a quanto già affermato, a voce o per iscritto, appena prima di lui. Qualunque sentiero, scontato o sorprendente, imbocchi lo svolgimento del “lavori” (??) la quasi totalità dei partecipanti si presenta determinatissima a non alterare di una virgola quanto ha in animo di affermare, indipendentemente dai “contributi” altrui. In tanti anni di frequentazione di simili occorrenze, possibile non mi sia capitata una sola volta per sbaglio la piccola soddisfazione di veder interagire tra due posizioni una dialettica reattiva, segno minimo di un chimismo intellettuale che alla fine renda osmoticamente modificati tanto l’uno che l’altro punto di partenza? Mai che uno possa permettersi, alla luce del sole, l’uscita liberatoria di riconoscere che è il suo interlocutore ad averci azzeccato, al punto di fargli cambiare idea?

Nella critica, in generale, ma specialmente in quella del cinema, colpisce la terribile dispersione individualistica nell’operare. I singoli gruppi superstiti operanti attorno alle residue testate tradizionali, o i numerosissimi vaganti nella galassia incommensurabile dell’on line (dove davvero “uno vale uno” e indovinala Grillo…) sono spesso arroccati in una visione individualistica dei problemi: raramente o mai accade di constatare in atto sinergie dichiarate o implicite. Ancora più raro il ricorso alla citazione di un collega di altra parrocchia. Così ciascuno si muove, su di un medesimo argomento, come se lo affrontasse da solitario pioniere nell’Anno Zero. Diventa quasi impensabile la deliberata cooperazione a edificare una memoria condivisa in corso d’opera, mutandola razionalmente in una tradizione multilaterale che venga via via stratificandosi facendo sempre più chiarezza. Irraggiungibile o quasi la gratificante sensazione di partecipare, al di là delle ripartizioni pratiche od operative, a un comune sforzo collettivo.

3. Su questo tessuto connettivo di fondo già abbastanza squinternato per conto proprio, l’ultimo ventennio web, pur moltiplicando all’infinito, oltre i limiti del credibile, le possibilità di conoscenza, ha moltiplicato all’inverosimile le tempeste.

Avevamo visto svanire i fumi di molte sbornie e le lusinghe di infinite mode. Via via spianati dallo strutturalismo, dalla semiologia, dalla critica psicoanalitica, da quella decostruzionista e chi più ne ha ne metta, siamo arrivati esausti alla catalogazione di tanti tifoni e uragani, perdendo quasi via via la capacità di distinguerne i lati maneggevoli da quelli pericolosi.

Ma ciascuno di questi sommovimenti virtualmente esaustivi era contrassegnato dalla certezza di detenere finalmente (fingendo di condividerlo…) lo Strumento, il Metodo, la Chiave: l’unico valido “apriti sesamo” finalmente risolutore. Non trascurando, immediata conseguenza deduttiva, di guardare con sufficienza e mettere ai margini i perplessi e i disorientati, per non dire dei dissenzienti. Tale forma di terrorismo culturale, durata a lungo nell’ambiente, è ora stata battuta in breccia dalla parcellizzazione delle testate e testatine digitali e dei blog: stupenda notte inattesa in cui davvero tutte le vacche, anche quelle sacre, sono nere, e diviene sopraffina operazione critica , ammesso e non concesso sia possibile,  riuscire a separare il loglio dal grano, e il risibile dall’essenziale.

E’ passato un quarto di secolo da quando Luperini aveva doviziosamente inventariato i cataclismi di cui sopra: scomparsa della critica di tendenza, soffocata dall’idolatria del “postmoderno” e oltre; eclissi dei modelli epistemologici “forti”, storicismo e strutturalismo; rarefarsi epifanico della pura ermeneutica; posizioni autodifensive e derive arrischiate degli indirizzi semiologici; sbandamento, scorciatoie e vicoli ciechi di quanto resta della critica marxista; posizione di stallo di quella psicanalitica (ma  lui catalogava al netto del futuro Recalcati…) ([3]).

Sono trascorsi trentacinque anni da quando, in un’altra analoga occasione promossa dall’allora incipiente “SegnoCinema”, il compianto Filiberto Menna si interrogava già da par suo sulle questioni, strettamente interconnesse, di sopravvivenza, identità e legittimazione di questa funzione culturale ([4]). E ben più di sessanta dalla proverbiale uscita del grande Mario Fubini che, “intervenendo” in risposta appunto a un questionario di rivista specializzata (allora in edicola !!), annotava con beffarda eleganza: «Colpisce nella critica cinematografica un fatto ben più frequente che nella critica delle altre arti: i giudizi discordanti sul medesimo film da parte di persone del pari intelligenti e preparate» ([5]). Se fosse al mondo oggi, il sommo italianista solitario della Statale di Milano non crederebbe alle sue orecchie e ai suoi occhi…Ma su questo aspetto mi riservo di tornare nella terza e ultima puntata.

4. Un piccolo contributo pratico all’evolversi della situazione potrebbe forse essere, da parte di ciascuno, il proponimento di mettersi al cursore, anzi che per impulso o abitudine (se “per lavoro”, ahimè, è una faccenda diversa…) solo allor che venga a determinarsi uno stato di grazia simile a quello descritto da Garboli parlando una volta dell’epoca beata in cui si si scambiavano civilmente lettere scritte ([6]), e quindi, già per forza di cose esecutiva, più meditate. Non si vuole proporre, ovviamente, di tornare a sostituire la stilo al cursore: ma di mettersi all’opera esclusivamente, quando si sia in grado di potersene permettere il lusso, solo quando ci si trovi alle prese con il sorgere di una domanda interiore cui ci si renda conto di non poter non rispondere.

E’ il momento di tornare a Matthiessen: per trovare il coraggio di dire che forse abbiamo bisogno soprattutto di semplificazioni, è utile rammentarsi di quali suggeriva essere («incoraggiato dall’ombra di Poe»…) le tre cose che un recensore dovrebbe fare: «[Il critico] dovrà fornire un’esposizione e descrizione; far s’ che si senta concretamente quanto viene descritto; e dare, ciò facendo, una valutazione. […]. Bisognerà che le tre funzioni siano intessute tra loro» ([7]).

A questo punto si può anche tentare una chiusura del cerchio rispetto all’accusa iniziale di Nazzaro. Critici “responsabili”: d’accordo, caro Giona, ma di “respondere” a chi? Agli autori, ormai da tempo presso che all’unisono interessati, quand’anche appunto giovani all’esordio, più a sbolognare l’opera prima o seconda a Sky o a Netflix, o a procacciarsi il brivido effimero di una proiezione la mattina presto in qualche festivalino semideserto, che a un ascolto? Agli altri addetti, l’un contro l’altro armati, o quando va bene solo corazzati dalla reciproca refrattarietà? A un “pubblico” sempre più arduo da individuare e localizzare, anche fisicamente e stratigraficamente, nel nuovo inverno catacombale che ha ormai travolto, oltre al grande schermo, anche il medio video tradizionale, a favore del procelloso uragano individualistico dell’ultraparcellizzato piccolo monitor pc o del micronizzato piccolissimo visore dell’ipod (sul quale vedersi magari Lawrence d’Arabia o Il ponte su fiume Kwai, come suggeriva sarcasticamente William Friedkin?).

5. Quando John Radckliffe ricevette dalla Oxford l’incarico di raccogliere e pubblicare quei saggi postumi di Matthiessen (il grande critico, in Italia scoperto e amato da Pavese, si suicidò anch’egli lo stesso anno, il 1950, qualche settimana prima di lui), ritenne di apporvi in iniziale esergo due citazioni. La prima dalla sua opera capitale, il geniale Rinascimento americano (fatto tradurre per noi a Lucentini proprio dal Pavese einaudiano, senza la soddisfazione di vederlo uscire):

«La vera funzione del sapere, come quella della società, non è di stabilire prerogative che altri non debbano usurpare, ma di creare una comunità di conoscenze cui altri possano partecipare».

La seconda dal saggio di Albert Einstein su Madame Curie:

«Sono le qualità morali delle personalità più eminenti che hanno, forse, per una generazione e per il corso della storia, maggior significato che non le conquiste puramente intellettuali. Perfino queste dipendono, assai più che comunemente non si creda, dalla statura del carattere».

[Svelo infine il piccolo, provocatorio inganno, di cui il lettore accorto si sarà già reso conto da citazioni e rimandi: i punti di vista di fondo esposti qui, pur con i comprensibili interventi di aggiornamento e modificazione, vengono dritti dritti da un intervento in un dibattito -manco a dirlo…- sulla critica svoltosi in pagine cartacee (oggi col senno di poi sembra un’oasi)  qualcosa come un quarto di secolo fa ([8]). Sopravvenire della rete a parte, ho potuto e dovuto mutarne ben poco. E questo mi inquieta molto].

[1]    G. A. Nazzaro, Nuovo cinema per una nuova critica, «CineCritica», 74-75, aprile-settembre 2014, pp. 128-130.

[2]    F. O. Matthiessen, Le responsabilità del critico, Feltrinelli, Milano 1966.

[3]    R. Luperini, Tendenze attuali della critica in Italia, «Belfagor», 31 luglio 1991, pp. 365-376.

[4]    F. Menna, Due ipotesi di morte della critica, «SegnoCinema», 12, autunno 1981, pp. 10-12.

[5]    M. Fubini, Oggi il teatro si chiama cinema, «Cinema», n.s., 85, 1° maggio 1952, p. 221.

[6]    C. Garboli, Da Foscolo a Calvino: epistolari, «La Rivista dei Libri», 6, settembre 1991, p. 4.

[7]    F. O. Matthiessen, op. cit., p. 17.

[8]    Nuovi inverni, altri uragani sul critico “responsabile”, «Cineforum», 307, settembre 1991, pp. 5-6.

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