Quel treno che “all’incontrario va”

Dario Fornaro

ferNiente da fare. Come se nulla fosse successo, negli ultimi vent’anni, in tema di infrastrutture e servizi ferroviari, ad Alessandria la politica resta inchiodata alla nostalgia del grande, storico scalo/smistamento, nel segno del dov’era e com’era. E continua a riproporre la negletta opportunità di recuperarlo dal semiabbandono,  per proiettarlo nel business salvifico della moderna logistica, declinata ovviamente alla bella alessandrina.

Sfortunatamente il quadro  della presenza ferroviaria attiva e delle funzioni trasportistiche in atto (merci, passeggeri), è profondamente cambiato sotto il segno impellente dell’ammodernamento tecnico e del risanamento economico-gestionale del colosso FS, ricondotto faticosamente alle logiche societarie.

Prescindendo dalle innovazioni interne, alcuni importanti mutamenti sono sotto gli occhi di tutti. L’ampia, e pur discussa, dismissione di linee cosiddette secondarie – che ha preso a mutilare una rete straordinariamente estesa sul territorio – per intuibili ragioni di insufficiente redditività; la silenziosa, progressiva disattivazione, specie nei contesti urbani, di  aree di servizio non più necessarie per l’espletamento dei traffici ferroviari aggiornati;sono, assieme allo sviluppo impetuoso dell’Alta Velocità,  i riferimenti visibili, più o meno apprezzati dall’utenza ma praticamente irrevocabili. Sempre a volerli (o saperli) vedere e valutare: oggi come nell’ulteriore progressione di tracciati  già segnati.

Lascerei perdere, per il momento, l’annosa, ormai, questione della “logistica retroportuale genovese” rimasta finora inafferrabile, per  segnalare, dalla stampa, due recenti elementi che incrociano i discorsi sullo Scalo alessandrino: il “caso Milano” e  la “veridica ricognizione” della nostra area smistamento, non com’era ma com’è.

A Milano è entrato, proprio in questi giorni, in una nuova e concreta fase procedurale un accordo  (FS- Regione-Comune) che risale al 2007 e riguarda la “riqualificazione” di sette scali ferroviari cittadini (San Cristoforo, Lambrate, Farini etc.) la cui superficie  assomma  a 1,1 milioni di mq. Dette aree saranno destinate, mediante cessione, in parte al Comune per usi pubblici (verde, servizi etc.) ed in parte ad operatori immobiliari interessati a realizzare edilizia di pregio. Un grande e complesso intervento urbanistico che, tra comprensibili tira-e-molla e polemiche varie, ha percorso in linea progettuale, ormai un decennio e coinvolto ben tre Giunte comunali.

Forse è arrivato alla svolta decisiva, ma quel che conta, visto da Alessandria, è che la decisione di FS  di “valorizzare” un patrimonio di sedimi  non più strategici, o comunque idonei per l’attività esercitata, risale agli anni in cui la politica cittadina riscopriva e rilanciava”, invece, una grande occasione ferroviaria per  lo storico scalo domestico , ovviamente ripensato da qualcuno (?) secondo i dettami della logistica corrente. Dice niente  tutto questo “disallineamento” di prospettive?

Casualmente, in questi stessi giorni , il “Piccolo” pubblicava una lunga e dettagliata lettera di Carlo Sterpone sullo Smistamento, sempre in auge tra i politici come atout per il rilancio dell’economia  alessandrina. Passione e nostalgia “ferroviarie” non facevano però velo ad un sano realismo, donde ne usciva un quadro aggiornato e non dolcificato di una struttura ormai allo stremo, in buona parte abbandonata, degradata e perfino “smontata” (per ragioni varie tra cui la “sicurezza”). Dei 42 binari di cui si continua a favoleggiare, ne restano in condizioni operative nove.  Per il resto, un ampia area dimessa e in attesa di qualche manifestazione d’interesse per il riuso (meglio se in veste di area fabbricabile…).

En passant, si apprende anche dalla lettera, a proposito del mitico primo della classe, che “di sicuro la realtà emiliana di Bologna Sd segue la stessa nostra aura di declino”.  Vita dura per gli scali  storici, ricchi di gloria e poveri di traffici. Dice niente tutto questo?

Due ultimi particolari freschi di cronaca  La  definizione delle “opere compensative” dovute al comune di Novi: cinque interventi per 22 milioni di euro. Tra questi la quota preponderante va alla  Tangenziale Ovest mentre nulla compare sullo Scalo di San Bovo, fratello minore di quello alessandrino, a lungo caldeggiato come preminente fattore di sviluppo novese. Sarà per un’altra volta.

 Infine un semplice, ma parlante, virgolettato. Maurizio Gentile, “ad” di RFI, che. portato a dare un’occhiata allo Smistamento alessandrino, dice al Sindaco (come da “Stampa” del 30.10): “Noi stiamo cercando un partner; anche per uno scalo come questo, quindi se voi ci fate da tramite, ci risparmiate metà del lavoro”. Elementare, Watson!

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One thought on “Quel treno che “all’incontrario va”

  1. Purtroppo, come si può facilmente desumere da quanto descritto, la mentalità distorta, puramente mercantile, dimentica delle esigenze della popolazione e finalizzata solamente al profitto, sotto il farisaico schermo della concorrenza, entrata prepotentemente negli anni Ottanta del secolo scorso, non è ancora uscita di scena: tutto è ridotto a business, mercato, profitto societario e quant’altro; nefaste conseguenze dell’aver trasformato le speciali Aziende erogatrici di pubblici servizi da Uffici delle Istituzioni in Società per Azioni, al solo mal celato scopo di foraggiare le cariche sociali che, trattandosi di Enti di Diritto privato, non sono assoggettate a limiti nel loro ammontare, come, invece, succede per i dipendenti della Pubblica Amministrazione, per non parlare della vergognosa privatizzazione parziale o totale, al solo scopo di racimolare poco o nulla ed abdicando il ruolo istituzionale. Le funzioni trasportistiche della ferrovia non sono cambiate ad opera di chissà quale fenomeno naturale imprevedibile, ma deliberatamente, per colpa di una classe politica che annovera molti elementi insufficienti ed insignificanti e, soprattutto, servili nei confronti del mondo del trasporto su gomma, tanto è vero che, nel corso degli anni, è stato soppresso il servizio merci a collettame, a piccole partite ed a carro singolo, sono stati smantellati molti scali merci, ivi compresi quelli a servizio di una Città come Milano, che ora è costretta a fare affidamento quasi totale sul trasporto stradale, quando, in altre epoche, la stazione Centrale, oggi, al pari di altre, stravolta nella monumentale architettura da committenza miope, se non francamente cieca, tanto da farla assomigliare ad un centro commerciale, aveva a disposizione ben tre livelli di binari, con tanto di elevatori per carri e possibilità di lavorare posta e merci.
    Se non vogliamo restare imbottigliati nel traffico generato dalla pletora di automezzi e soffocati dalle loro emissioni inquinanti, occorre ripensare il trasporto terrestre, il cui cardine è costituito da quella ferrovia spodestata dal suo importante compito e ritornare a quella rete che i nostri padri, con ingenti sforzi, non solo economici, ci hanno lasciato. Inoltre, è deprecabile vantarsi di avere salvato il bilancio anche riducendo il numero dei ferrovieri, quando, in realtà questi, seppur ancora attivi, sono stati mandati a godere in anticipo di una pensione a spese della collettività perché si dovevano eliminare molti servizi e financo smantellare gli impianti per favorire gli operatori stradali. Un’ulteriore riprova di questa tendenza al ribasso si deduce dalle parole dell’Amministratore Delegato (figura che – lo ripetiamo – nelle Ferrovie, non dovrebbe nemmeno esistere) Gentile, parole che lasciano più di un dubbio sulle effettive capacità professionali di questa persona, giacché vanno alla ricerca di Aziende logistiche (altro aggettivo, in oggi, quanto mai di moda) situate in un raggio di ben 150 (centocinquanta) kilometri: una distanza, che, in questi contesti, si potrebbe già definire astronomica.

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