Siamo ancora un Paese “cattolico”?

Carlo Baviera

catGià i molti e ripetuti fatti di corruzione devono far riflettere.

Un crescente individualismo si evidenzia ad ogni livello. E una caduta libera dell’interesse collettivo che da anni ha portato tanti al “riflusso nel privato” per usare un termine da anni ottanta.

Poi è iniziato il montare della protesta contro i politici tout court. Se c’era bisogno di una reazione contro comportamenti offensivi dell’intelligenza dei cittadini, la polemica anti casta però era in molti casi esclusiva rivendicazione dei propri interessi. Roma ladrona significava soprattutto che i miei soldi me li gestisco io anziché avere una visione comunitaria in cui proporzionalmente e con progressività si concorre a garantire le risorse per lo sviluppo e la crescita della nazione in modo solidale.

E infine si è cavalcato il fenomeno dell’immigrazione per contestare i potere e per riaffermare una visione localistica ed autarchica.

Prima basandosi sulle paure rispetto al “diverso” da noi, poi sulla necessità di difendersi dalla microcriminalità (addebitata proprio a chi veniva da altre nazioni), poi è scattato l’allarme per stupri e violenze verso “le nostre donne”. In tutte queste cose la responsabilità di immigrati c’è stata, ma non maggiore rispetto ai comportamenti gravi e colpevoli dei “nostri”, di cittadini italiani fino a quel momento normali, o addirittura all’interno di famiglie esemplari.

L’ultimo appiglio è che “gli islamici ci stanno invadendo”, che “non possiamo continuare ad accogliere” perché abbiamo anche le nostre difficoltà e la crisi sta incidendo sulle nostre famiglie sui nostri giovani, la disoccupazione è sempre a livelli inaccettabili, ecc.

Se altri Paesi hanno deciso di reagire alla “invasione” di immigrati alzando muri e fissando filo spinato alla frontiera, da noi – civilissima nazione dell’occidente, culla dei diritti dell’uomo e ricco di una tradizione religiosa che ha radici profonde – le barricate le facciamo con la protesta, le offese sui social a chi è ritenuto cedevole e “buonista”, con il rifiuto ad accogliere strutture nei nostri paesi e rioni.

I fatti di Gorino, di qualche tempo fa, rappresentano solo l’ultimo esempio e sintomo di una divisione radicale degli italiani rispetto a realtà che ci investono e ci sconvolgeranno per molto tempo, considerato che ci troviamo in una situazione mondiale di trasformazione epocale in cui il fenomeno migratorio, e all’interno di questo la richiesta di asilo da parte di chi fugge da guerre e persecuzioni, è destinato a consolidarsi.

Prima di poche battute sul livello di coscienza religiosa e di coerenza rispetto alla fede dichiarata dagli italiani, mi permetto una sola considerazione di tipo politico.

Premesso che è scandaloso e inumano vedere rifiutare accoglienza alla “invasione” di 12 donne (di cui 1 incinta) e 8 bambini, continuo a sollevare una questione: e non per comprendere o peggio ancora giustificare chi ha fatto le barricate. Desidero invece capire perché il fenomeno, nonostante che si diffondano i dati corretti dell’immigrazione e delle spese sostenute, continui a suscitare tante avversità. Anche perché capire, visto i risultati negli Stati Uniti, sarà un compito che deve coinvolgere tutti, per evitare di trovarsi nella stessa situazione.

Ripeto, non intendo minimamente offrire attenuanti; ma ritengo che se non si interviene in fretta e in modo adeguato per creare occasioni vere, dignitose, sufficientemente stabili di lavoro che abbassino notevolmente la disoccupazione e se non si provvede per garantire agli anziani una vecchiaia dignitosa (pensioni, accessibilità a strutture di Ricovero, sanità gratuita) questi fenomeni troveranno sempre un terreno fertile.

E non mi si risponda con la solita nenia: dove troviamo le risorse, la coperta è corta, chi è disposto a rinunciare a qualcosa di quelli che considera i suoi diritti, se non si fanno le riforme, ecc.? Quando si vuole e per ciò che si vuole le risorse si trovano. Ci sono ambiti (consulenze, appalti, Comitati, le tante Società Pubblico/private per gestire settori sottraendoli alle Autonomie locali, e quant’altro) che <ciucciano> fondi; esistono doppioni di Enti, l’evasione è ancora alta, gli sprechi non sono tutti annullati. E in quanto alle riforme vanno fatte quelle vere; non sono fra coloro che credono che la riforma costituzionale o la semplice abolizione di qualche Ente senza rivederne compiti, personale, risorse possano risolvere molto (per dare un’autorizzazione basta sveltire le procedure, non dipende da quante Camere devono dare la fiducia al Governo).

E in secondo luogo, si deve predisporre un serio progetto per rispondere in termini civili a chi accogliamo, e dare un trattamento dignitoso. Se si continua, per lungo tempo, ad ammassare in strutture (anche in questi casi serve attenzione a chi lucra su queste operazioni) e a mantenere inoperose le persone; e queste vengono offerte alla vista delle popolazioni come sfaccendati, con telefonini costosi, e qualche volta a  rivendicare trattamenti migliori sulle spalle dei residenti in difficoltà economiche, si fornisce benzina alla chiusura della solidarietà.

Detto questo vengo alla domanda. Qualche settimana fa la liturgia presentava una pagina di Vangelo che parlando di una vedova che riuscì ad ottenere giustizia da un giudice disonesto per via della sua insistenza concludeva “ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”. Ecco la domanda, per chi dice di avere fede: che tipo di fede abbiamo? quale fede manifestiamo per ottenere giustizia? quale livello di adesione al messaggio di Gesù abbiamo raggiunto e compreso, e soprattutto riusciamo a mettere in pratica?

Non intendo dare giudizi. Sono il primo ad interrogarmi, e a trovarmi carente di coerenza. Però leggo prese di posizione rispetto al fenomeno dell’accoglienza dei profughi a dir poco irriguardose verso chi si pone con spirito samaritano verso il profugo, verso il richiedente asilo, verso il fratello in difficoltà. Siamo passati dall’aiutiamoli a casa loro, dal prima gli italiani, all’aboliamo l’8‰, ai Vescovi e ai preti che continuano a farci la predica, fino al se li prenda il Papa in Vaticano e al mettano a disposizione le loro Chiese.

A parte il fatto che in Vaticano qualcuno è stato accolto, e che molte strutture parrocchiali e diocesane sono state attrezzate per questo scopo, oltre ad offrire anche possibilità di svolgere qualche compito attraverso il lavoro di tante cooperative o associazioni di volontariato, si tratta proprio di chiedersi se queste reazioni non siano l’ennesimo segnale che la cattolica Italia non è più cattolica. O per lo meno il cattolicesimo e la fede che tanti italiani esprimono (tutti a difendere l’esposizione del crocifisso nelle scuole, come avversione ai musulmani!) non è il contenuto e lo spirito del Vangelo.

Siamo una nazione pagana, che pensa alla presenza di un <dio> quando serve e fa comodo, se aiuta ad affermare alcune tradizioni, se ci lascia comodi nelle nostre certezze e non smuove i nostri stili di vita e di consumo.

Questo è anche, a mio modesto avviso, il motivo per cui la politica è scivolata verso posizioni in cui l’etica e la morale, in cui la responsabilità comunitaria, in cui le virtù civiche sono scomparse quasi totalmente. I cittadini, gli elettori chiedono ai loro rappresentanti non un futuro in cui cresca lo spirito di comunità, la speranza di maggiore coinvolgimento, il rispetto per le diversità, più conoscenze e opportunità, ma solo un immediato di benessere e beni materiali da consumare.

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